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4 Maggio 2026
6:00

Josip Broz Tito, dittatore e leader politico della Jugoslavia comunista che sfidò Stalin: vita e morte

Capo della Resistenza contro l’occupazione nazista e leader della Jugoslavia dal 1945 al 1980, Josip Broz è stato uno degli uomini più iconici del Novecento. La sua memoria è oggi controversa: nella ex Jugoslavia c’è chi lo venera e chi lo odia.

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Josip Broz Tito, dittatore e leader politico della Jugoslavia comunista che sfidò Stalin: vita e morte
josip broz
Josip Broz.

Josip Broz, conosciuto come Tito, è stato un leader politico e dittatore jugoslavo. Nato nel 1892 in territorio croato, negli anni ‘20 divenne leader del partito comunista clandestino. Durante la Seconda Guerra Mondiale guidò la Resistenza contro l’occupazione nazifascista e dopo il conflitto divenne primo ministro del Paese. Instaurò una repubblica socialista e governò con metodi autoritari, sebbene la sua Jugoslavia fosse uno Stato più liberale però degli altri Paesi dell’Europa orientale. Non ebbe scrupoli a sfidare l’autorità di Stalin, con il quale giunse a pubblica rottura nel 1948. Negli anni successivi divenne uno dei leader del Movimento dei Paesi non allineati. Restò al potere fino alla morte, sopraggiunta il 4 maggio del 1980, 46 anni fa.

Nascita e formazione politica di Josip Broz Tito

Josip Broz, meglio noto come Tito, nacque l’8 maggio 1892 a Kumrovec, in Croazia (all’epoca facente parte dell’Impero austro-ungarico). Apparteneva a una famiglia di etnia croato-slovena. Da giovane lavorò come operaio e nel 1913 fu arruolato nell’esercito. Maturò presto convinzioni politiche pacifiste e comuniste, al punto che nel 1915, poco dopo l’inizio della Prima guerra mondiale, fu arrestato per propaganda contro la guerra. Nello stesso anno fu mandato a combattere sul fronte russo e preso prigioniero insieme a tutto il suo reggimento. Portato in Russia, poté assistere alla caduta dello zar e alla rivoluzione di ottobre, consolidando le sue convinzioni politiche comuniste.

Tito (cerchiato) nel 1911 (Wikimedia Commons)
Tito (cerchiato) nel 1911 (Wikimedia Commons)

Rientrò in patria dopo la guerra. L’Impero austro-ungarico non esisteva più ed era nato un nuovo Stato, la Jugoslavia (originariamente chiamato Regno SHS), che univa sotto la dinastia dei Karageorgevic alcuni popoli slavi: serbi, croati, sloveni, bosniaci, macedoni e altri. Josip Broz divenne leader del neocostituito Partito comunista jugoslavo, che però fu messo fuori legge dal governo e costretto a operare in clandestinità. Per mantenere celata la propria identità, molti leader scelsero di identificarsi con un nome di battaglia. Nel 1934 Broz scelse nel 1934 quello di Tito, che durante la resistenza diventerà il suo nome ufficiale. Il partito comunista clandestino mantenne contatti stretti con l’Unione Sovietica e si mise in luce per la sua efficienza.

Foto segnaletica del 1928
Foto segnaletica del 1928 (Wikimedia Commons)

La resistenza jugoslava

Nel 1941, quando la Germania nazista e l’Italia fascista occuparono la Jugoslavia, il partito comunista assunse un ruolo di primo piano nella Resistenza. Non era l’unica formazione che combatteva contro l’occupazione, perché c’erano anche i nazionalisti serbi (noti come cetnici) guidati da Draza Mihailovic. I comunisti, però, si dimostrarono la formazione più forte e organizzarono una vasta guerriglia  che mise in difficoltà le truppe di occupazione e i loro collaborazionisti jugoslavi, in primis il movimento degli Ustascia, al potere in Croazia. Tito ottenne il riconoscimento degli Alleati e persino del re jugoslavo Pietro II, che era andato in esilio in Inghilterra. Grazie alla resistenza delle truppe titoiste, tra il 1944 e il 1945 la Jugoslavia, a differenza di gran parte dei Paesi europei, riuscì a liberarsi dall’occupazione nazista da sola, senza l’intervento di potenze straniere.

Tito durante la Resistenza (Wikimedia Commons)
Tito durante la Resistenza (Wikimedia Commons)

Dopo la guerra, il partito comunista ascese al potere. Fu introdotta una nuova Costituzione e fu abolita la monarchia. Tito fu eletto primo ministro e instaurò una Repubblica popolare, nel quale erano unite sei repubbliche semiautonome: Slovenia, Croazia, Serbia, Montenegro, Macedonia, Bosnia-Erzegovina. Tito governava con metodi dittatoriali, ma godeva di vasto sostegno della popolazione.

Il ruolo di Tito nei confronti delle espulsioni e dei massacri subiti dai gruppi etnici non slavi (inclusi gli italiani nei cosiddetti massacri delle foibe) è controverso: secondo alcune interpretazioni ne fu responsabile; secondo altre i massacri furono perpetrati per ordine di dirigenti locali.

La Jugoslavia di Tito
La Jugoslavia di Tito (Wikimedia Commons)

La rottura con Stalin

Tito era legato al movimento comunista internazionale, guidato dall’Unione Sovietica e da Stalin, che dopo la Seconda guerra mondiale fu coinvolta nella guerra fredda pretendeva fedeltà assoluta dai Paesi satellite. Tito, però, non era disposto a rinunciare alla sua indipendenza, forte del fatto che i suoi partigiani avevano liberato la Jugoslavia senza aiuti esterni. Nel 1948 i rapporti il dittatore sovietico «scomunicò» Tito, annunciando pubblicamente la rottura dei rapporti personali e della cooperazione del mondo comunista con la Jugoslavia. Stalin si aspettava che il leader jugoslavo fosse estromesso dal potere, ma Tito, che godeva di grande popolarità, restò in carica. La rottura con Stalin creò difficoltà nel movimento comunista internazionale, ma consentì alla Jugoslavia di migliorare i rapporti con l’Occidente. Nel 1954, tra l’altro, Tito e il governo italiano trovano un accordo per la spinosa questione di Trieste.

Ritratto del dittatore (Wikimedia Commons)
Ritratto del dittatore (Wikimedia Commons)

Sul piano interno, in Jugoslavia fu introdotta una forma specifica di socialismo, basata sull’autogestione e la divisione tra gli operai dei profitti delle aziende di Stato.

La Jugoslavia non allineata

Dopo la morte di Stalin, avvenuta nel 1953 Tito si riconciliò con i leader sovietici, ma mantenne la sua indipendenza e diventò uno dei leader del Movimento dei Paesi non allineati, cioè non schierati né con gli Stati Uniti né con l’Unione Sovietica. Sebbene la Jugoslavia presentasse alcune caratteristiche simili a quelle delle repubbliche socialiste dell’Europa orientale, come la presenza di un leader supremo, era per molti aspetti più liberale. Per altro, dagli anni Sessanta consentì ai suoi cittadini di viaggiare all’estero e agli stranieri di visitare il Paese senza bisogno di visto. Tito, inoltre, riuscì a tenere insieme i popoli jugoslavi, evitando l’esplosione delle tensioni interetniche.

Tito e il leader vietnamita Ho Chi Minh nel 1957 (Wikimedia Commons)
Tito e il leader vietnamita Ho Chi Minh nel 1957 (Wikimedia Commons)

Gli ultimi anni e la morte di Tito

Con il passare degli anni Tito assunse il ruolo di una sorta di padre nobile, allontanandosi dalla gestione concreta del potere. Nel 1974 riformò la costituzione e venne nominato presidente a vita, garantendo, nello stesso tempo, maggiore autonomia alle sei repubbliche costitutive della Jugoslavia.

Il 4 maggio del 1980, a seguito di una crisi cardiaca, Tito morì all'età di 87 anni a Lubiana. In Jugoslavia non emersero leader dotati del suo carisma e all’inizio degli anni ‘90, come sappiamo, le tensioni interetniche provocarono la dissoluzione del Paese.

Oggi la memoria di Tito è controversa: in alcuni Stati e movimenti politici è considerato un leader illuminato e capace di tenere insieme un Paese “difficile” come la Jugoslavia; in altri contesti è ritenuto un dittatore.

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