
La svolta di Salerno fu la scelta di Palmiro Togliatti di portare il Partito comunista italiano nella compagine di governo. Nel 1944 Togliatti, dietro autorizzazione di Stalin, accettò di entrare in un governo monarchico insieme agli altri partiti antifascisti, in nome della comune lotta contro il fascismo e il nazismo, che controllavano l’Italia centro-settentrionale. L’accordo stretto dal leader comunista prevedeva che, quando l’Italia sarebbe stata liberata, ai cittadini sarebbe stata la possibilità di scegliere la forma istituzionale dello Stato, cioè se conservare la monarchia o instaurare una repubblica. I comunisti entrarono nel governo Badoglio II, formato il 22 aprile del 1944 a Salerno (Roma era ancora occupata dai nazisti). Il Pci, insieme ai socialisti, restò al governo fino al 1947.
Cosa fu la Svolta di Salerno e perché si chiama così
La svolta di Salerno fu la decisione del Partito comunista italiano di entrare a far parte del governo Badoglio II, nel 1944, per condurre la lotta contro l’occupazione tedesca e la dittatura fascista. È definita «di Salerno» perché il governo si riuniva nella cittadina campana, essendo Roma ancora occupata da nazifascisti.
Va ricordato che nel 1943 l’Italia era divisa: le regioni meridionali, grazie allo sbarco angloamericano a Salerno, furono liberate dall’occupazione tedesca subito dopo l’armistizio, mentre il Centro-Nord restò sotto il controllo della Germania e della Repubblica sociale italiana, uno stato fantoccio guidato da Mussolini e controllato di fatto dai tedeschi. Progressivamente gli Alleati, sostenuti dalla Resistenza, avanzarono verso Nord e nell’aprile del 1945 liberarono tutto il territorio nazionale.

Durante la guerra civile, in alcune regioni del Sud il potere era detenuto, almeno formalmente, dalla Casa Reale e dal governo Badoglio. In questo contesto maturò l’adesione dei comunisti al governo: fu un evento importante perché il Pci erano un partito molto attivo e stava dando il maggiore contributo alla Resistenza, ma fu difficile da ottenere, perché in genere i comunisti non partecipavano al governo in regime di monarchia, a maggior ragione nei Paesi dove la Casa Reale, come in Italia, era stata vicina alle dittature di destra.
Il ritorno di Togliatti da Mosca e la mossa inaspettata
La svolta fu promossa da Palmiro Togliatti. Il segretario rientrò in Italia nel marzo del 1944, dopo un lungo esilio in Unione Sovietica. Sin da quando era lontano dall’Italia, Togliatti maturò la convinzione che fosse necessario collaborare con tutte le altre forze politiche attive contro il regime fascista. Prima di partire per l’Italia, discusse l’idea con Stalin. Il ruolo preciso del dittatore sovietico non è noto e, secondo alcuni studiosi, il promotore della svolta fu lui, e non Togliatti. Certamente Stalin diede il suo assenso, che era indispensabile per qualsiasi scelta riguardasse i comunisti.
All’arrivo in Italia, Togliatti si stabilì a Napoli e annunciò ai compagni di partito la decisione. Era necessario, però, farla accettare. Il problema principale era la presenza della monarchia e del Re, Vittorio Emanuele III, che nel 1922 aveva chiamato al potere Mussolini e per venti anni aveva collaborato con la dittatura fascista. Togliatti convinse la maggioranza dei membri del Pci ad accettare la sua decisione e riuscì anche a superare le resistenze delle altre forze di sinistra, in primis il Partito socialista italiano di unità proletaria. Si avviarono perciò le trattative con gli altri partiti e con la monarchia e, grazie alla mediazione di esponenti liberali, tra i quali Enrico De Nicola e Ivanoe Bonomi, si raggiunse un accordo: la Casa Reale per il momento non sarebbe stata messa in discussione, a patto che Vittorio Emanuele III avesse ceduto il potere al figlio Umberto (cosa che il re fece due mesi dopo, al momento della liberazione di Roma) e, soprattutto, a patto che al termine della guerra i cittadini italiani sarebbe stati chiamati a decidere sulla forma istituzionale dello Stato.
Il 22 aprile entrò in carica il governo Badoglio II, primo governo politico dell’Italia liberata (il governo Badoglio I, formato dopo il 25 luglio 1943, era composto da tecnici e militari). Ne facevano parte i sei partiti del Comitato di liberazione nazionale, incluso il PCI: Togliatti era ministro senza portafoglio e un altro esponente, Fausto Gullo, ottenne l’incarico di ministro dell’agricoltura e delle foreste. La svolta di Salerno aveva trovato attuazione.

Le conseguenze: nasce il primo governo di unità nazionale
La svolta ebbe conseguenze di grande portata e agevolò l’instaurazione della democrazia repubblicana. Anzitutto, favorì la guerra di liberazione contro il fascismo e l’occupazione nazista: sebbene non mancassero divergenze e contrasti, che in un caso provocarono anche scontri armati, le formazioni partigiane di diversa ideologia politica condussero insieme la Resistenza. Come da accordi, il 5 giugno 1944 Vittorio Emanuele cedette i suoi poteri al figlio, pur senza abdicare (Umberto fu nominato luogotenente del Regno). Il Pci e il Psiup restarono nella compagine di governo anche dopo la caduta di Badoglio e fecero parte degli esecutivi guidati da Bonomi, Parri e De Gasperi. Il 2 giugno 1946, come previsto dagli accordi, si tenne il referendum istituzionale, attraverso il quale i cittadini italiani scelsero di mettere da parte la monarchia a favore della repubblica. I comunisti collaborarono con gli altri partiti antifascisti anche nell’Assemblea costituente.

L’esperienza dei governi di unità nazionale terminò nel 1947. Nel mondo si stava profilando la guerra fredda e la Democrazia cristiana, principale forza di governo, su impulso degli Stati Uniti decise di cacciare i partiti di sinistra dalla compagine di governo. Nel maggio del 1947 nacque perciò il governo De Gasperi IV, il primo senza la presenza dei partiti di sinistra. Da allora il Pci sarebbe restato sempre all’opposizione.