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12 Settembre 2026
15:00

L’archeologia subacquea ha rivelato l’estensione di antichi porti del Mediterraneo: inclusi baie e rade

Un nuovo studio propone di valutare i porti antichi come sistemi marittimi più ampi, includendo baie e zone di ancoraggio oltre ai moli. Discipline come la geoarcheologia e prospezioni di diversa natura permettono così di ricostruirne meglio la reale capacità.

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L’archeologia subacquea ha rivelato l’estensione di antichi porti del Mediterraneo: inclusi baie e rade
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Immagine generata con AI.

Per capire quanto fosse grande e funzionale un porto antico non basta misurare i suoi moli o la superficie del bacino. È questa la conclusione al centro di un nuovo studio pubblicato su Antiquity, nell'ambito del progetto SHIPs (Ships Harbouring In Ports), che propone di considerare il porto come un sistema molto più ampio, comprendente anche baie, rade e zone di ancoraggio esterne alle strutture costruite. Lo studio è stato condotto da Emmanuel Nantet, Matthieu Giaime e Michael Lazar, dell'Università israeliana di Haifa.

L'archeologia portuale si è concentrata spesso sulle opere più facilmente visibili, come banchine e moli. Secondo gli autori, però, questa prospettiva rischia di sottovalutare una parte fondamentale dello spazio utilizzato dalle navi. Le imbarcazioni potevano infatti essere ormeggiate anche al di fuori dei bacini protetti, lungo coste e baie vicine, oppure essere tirate a terra. Il progetto propone quindi un metodo standardizzato basato su diversi parametri: l'estensione degli specchi d'acqua utilizzabili, la densità degli ormeggi, il pescaggio delle navi e la profondità disponibile. A questi dati si aggiungono le informazioni ottenute dalla geoarcheologia (disciplina che si occupa di studiare la stratificazione geologica in relazione ai contesti archeologici) e dalle prospezioni geofisiche, necessarie per ricostruire come il paesaggio portuale sia cambiato nel tempo.

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Molo altomedievale ritrovato a Tiberiade. Credit: Nantet et al.

I casi analizzati mostrano quanto questa prospettiva possa modificare la valutazione percepita dei porti antichi. A Cesarea, in Israele, il sistema portuale si estendeva ben oltre il bacino costruito in età erodiana (I sec. a. C. – I sec. d. C.). A Terracina, sul litorale laziale, la sedimentazione trasformò progressivamente le zone di ancoraggio, rendendo poco attendibili le ricostruzioni statiche del porto.

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Il porto antico di Terracina. Credit: Nantet et al.

A Port-Vendres, in Francia, la distribuzione dei relitti indica una consistente attività di ancoraggio anche al di fuori del porto propriamente detto. Un ulteriore esempio proviene dal mare di Galilea, dove le variazioni del livello dell'acqua permettono di individuare strutture e ridefinire lo spazio effettivamente utilizzabile dalle imbarcazioni.

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Carotaggi per studiare le modificazioni della linea di costa nel Mar di Galilea. Credit: Nantet et al.

Per ricostruire questi ambienti, gli archeologi combinano diverse tecniche, come carotaggi, rilievi LiDAR, radar, tomografia elettrica, magnetometria e prospezioni sonar. L'obiettivo è arrivare a confrontare porti diversi sulla base della loro reale capacità operativa, considerando non soltanto ciò che è rimasto in pietra, ma l'intero paesaggio marittimo nel quale le navi si muovevano e trovavano riparo. Questo nuovo tipo di approccio, potrebbe ridefinire completamente la disciplina dell'archeologia navale.

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