
Il ghiacciaio della Marmolada, il più grande delle Dolomiti già segnato dal tragico crollo del 2022, sta scomparendo e nel 2026 è arretrato di ben 23 metri. Estati come quella appena trascorsa potrebbero determinare la fine del ghiacciaio già entro dieci anni. Sono le conclusioni dell’attività di monitoraggio svolte durante l’ottava edizione della Campagna Glaciologica Partecipata sulla Marmolada, promossa dal Museo di Geografia dell’Università di Padova, a cui hanno partecipato ricercatrici e ricercatori dell’Università di Padova, l’ARPAV (Agenzia regionale per la Prevenzione e la Protezione Ambientale del Veneto), la Fondazione Glaciologica Italiana, studenti e cittadini volontari provenienti da quattro regioni diverse.
Che cosa dicono i dati di monitoraggio della Marmolada
Quella del 2026 è stata l’estate più calda in quota dal 1991 sulla Marmolada. Nel mese di agosto, le temperature hanno raggiunto i 3 °C sopra la media e solo per 3 giorni hanno avuto una temperatura minima negativa di -6 °C (in nessun giorno la temperatura media è stata negativa). Le nevicate sono state completamente assenti anche alle quote più elevate della zona di accumulo del ghiacciaio. Al contrario, la fusione nella porzione inferiore (zona di ablazione) è stata molto intensa. Come mostrano le immagini satellitari, l’effetto è stato una drastica riduzione della superficie del ghiacciaio, che in un anno ha perso 9 ettari scendendo così a 83 ettari (nel 2023 erano 100). A metà agosto i rilievi hanno individuato crepacci a monte della nicchia di distacco del crollo del 2022, riempiti di acqua di fusione. Uno dei fattori all’origine dell’evento di quell’anno era stato proprio questo: la presenza di una grande quantità di acqua di fusione che dalla superficie si era infiltrata nei crepacci esercitando un’elevata pressione. Gli altri fattori erano state le alte temperature della primavera-estate 2022, la fusione del permafrost nella roccia sottostante il ghiacciaio – che quindi non ha più potuto esercitare la sua azione di collante tra ghiaccio e roccia – e la pendenza elevata del versante, ricoperto da strati di detrito glaciale poco coesivo.

Una situazione critica diffusa per i ghiacciai alpini
Nel 2026 la situazione è stata molto critica anche per gli altri ghiacciai alpini. Sulle nostre montagne in estate le temperature hanno raggiunto valori molto alti, con lo zero termico stabilmente sopra i 4800-5000 m, le precipitazioni nevose sono state scarsissime e numerosi eventi meteorologici estremi hanno contribuito a rendere i pendii più instabili. Il ritratto delle condizioni in cui versano sette importanti ghiacciai alpini è stato fatto dalla campagna di Legambiente Carovana dei Ghiacciai, che ne monitora annualmente lo stato. Tutti i ghiacciai osservati si stanno ritirando e sono interessati da fenomeni di instabilità. Il ghiacciaio dell’Adamello, il più grande delle Alpi italiane tra le province di Brescia e Trento, si è ritirato di 265 m tra il 2023 e il 2025. Il ghiacciaio del Montasio, in Friuli-Venezia Giulia, considerato uno dei più resilienti dell’arco alpino, ha subìto un crollo parziale della sua cavità superiore. Il ghiacciaio dei Forni, in Lombardia, è arretrato di 3 km dall’inizio del secolo a oggi, si è ritirato di oltre 400 m dal 2014 al 2022 e quest'estate, nelle giornate più calde, ha perso 10 cm di spessore. Il ghiacciaio superiore del Coolidge, in Piemonte sul Monviso, è ormai ridotto a due piccole placche di ghiaccio ed è stato declassato a glacionevato.

Sul versante italiano del Monte Bianco, il lobo frontale del ghiacciaio del Miage si è abbassato di 15 m nell’arco di sei anni, mentre il vicino Planpincieux a luglio si è mosso verso valle a una velocità anche di 2 m al giorno. In Francia, il ghiacciaio della Grande Motte dal 1982 ha perso il 70% del suo volume. Nel complesso, dalla metà dell’Ottocento al 2015 le Alpi hanno perso circa il 57% della superficie glaciale e il 64% del volume.