L'ho messo tra virgolette il termine "male". Non è un caso. Vuole essere una provocazione per innescare, si spera, un momento di riflessione.

Il petrolio ha ormai un’accezione del tutto negativa nella nostra società ed è quasi sempre sinonimo di male assoluto, di inquinamento, di CO2, di morte, di guerre… un vero e proprio Impero del male! Eppure, nonostante ciò, la maggior parte di noi continua a utilizzarlo senza sosta, non solo quando si usa, per esempio, l’auto, lo scooter o qualsiasi mezzo di trasporto con motore a scoppio, ma in innumerevoli situazioni quotidiane.

L’uso degli idrocarburi continua a essere il pilastro energetico delle attività umane, non soltanto per la produzione e il trasporto, ma anche per il nostro comfort e i momenti
di piacere e divertimento. Non fraintendetemi, non sto dicendo di essere «pro-petrolio»; anche io, come tutti, sogno un mondo che possa funzionare con fonti energetiche rinnovabili meno inquinanti. Bisogna tuttavia essere, a mio avviso, realistici e ricordare che i nostri comfort, come quello domestico o la mobilità individuale (auto, scooter, moto) sono principalmente la conseguenza del prezzo relativamente ridotto dei prodotti petroliferi e, di conseguenza, dell’elettricità.

Fatta questa premessa c'è da dire che l'industria più potente al mondo sta perdendo colpi. Non siamo certamente giunti alla fine perché ci vorranno ancora diversi decenni prima che il fossile smetta di essere il protagonista del teatro energetico globale, ma il declino della sua industria è sotto gli occhi di tutti.
Negli ultimi anni, le aziende operatrici hanno iniziato a finanziare sempre meno l’esplorazione. I progetti geologici portati avanti dalle aziende di consulenza sono soprattutto focalizzati sullo sviluppo di vecchi giacimenti e sempre meno sulla ricerca di nuovi.

Nel 2010, quando iniziai la mia carriera professionale, ricordo che su LinkedIn c’erano tantissime posizioni aperte in tutto il mondo, ogni giorno: exploration geologist, reservoir geologist, geophysicist, petrophysicist, sia junior che senior.
Eravamo in un periodo storico particolare, con il prezzo del barile alle stelle, per cui le aziende del settore ballavano il tango e il cha-cha-cha. Ebbene, oggi su LinkedIn sembra di stare nel deserto dei Tartari.

Dopo l’ultima crisi, iniziata nel 2014, che ha portato il prezzo del barile da più di 100 a circa 50 dollari statunitensi, passando per un picco storico negativo (intorno ai 20 dollari) a metà del 2015, e toccando per un giorno addirittura valore negativo, le aziende del settore è come se avessero subìto la doccia più fredda di sempre. Non fu sicuramente l’unica crisi occorsa in questo campo, ma fu diversa. Lo si è capito dal fatto che le aziende del settore iniziarono a prendere le distanze dai termini «petrolio», «gas» oppure «oil», e a diversificare i loro investimenti. La Statoil, azienda operatrice norvegese, ha cambiato nome nel 2018, diventando Equinor, mentre il celebre Institut Français du Pétrole è diventato IFP Energies nouvelles (energie rinnovabili). Nel 2017, la Shell ha comprato la First Utility, una compagnia che produce energia elettrica, e la New Motion, che fornisce batterie per veicoli elettrici.

Nello stesso anno la DONG Energy, azienda danese, ha venduto tutte le sue attività legate al petrolio e al gas, per investire solo nelle energie rinnovabili, cambiando il nome in Ørsted. La British Petroleum (BP) ha comprato la maggior parte delle azioni della Lightsource, un’azienda che produce energia solare e la Total (francese) ha acquistato la Direct Énergie, una compagnia francese che opera nel settore dell’energia elettrica.

Tra il 2014 e il 2015 l’azienda di servizi Schlumberger ha licenziato più di 11.000 dipendenti in tutto il mondo.

I dipartimenti di esplorazione petrolifera sono sempre più smagriti e la stabilità degli anni passati sembra essersi volatilizzata. Lo vedo ogni giorno con i miei occhi: molti colleghi stanno migrando dall’oil&gas allo stoccaggio di gas e CO2, al geotermico e alle rinnovabili.
La rapida crescita delle energie rinnovabili, le sfide imposte dai cambiamenti climatici e la pressione da parte dei governi per ridurre le emissioni derivanti dal petrolio stanno influenzando il settore energetico.
Se volessi rappresentare la vita dell’industria petrolifera con la vita di un uomo, direi che oggi avrebbe circa sessanta o settant’anni; ha ancora anni di vita davanti a sé, ma i famosi «bei tempi» sono ormai lontani.
Risulterà in ogni caso essenziale per la transizione energetica. Se infatti immaginassimo di spegnere magicamente l'interruttore del fossile, domani non avremmo più l'80% dell'energia che fa funzionare la società moderna. La transizione, lo dice la parola stessa, è graduale e avrà bisogno anche del fossile, gas metano in primis.

Articolo a cura di
Andrea Moccia