
Quando si parla di intelligenza artificiale, il pensiero corre quasi automaticamente a ChatGPT, Gemini e agli altri chatbot capaci di generare testi, immagini o codice in pochi secondi. Eppure questa tecnologia è molto più diffusa di quanto si possa pensare. Secondo il Samsung Trend Radar 2026, esattamente il 42% degli italiani dichiara di non utilizzare l’AI, nonostante questa sia ormai integrata in numerosi dispositivi e servizi digitali presenti nella vita di tutti i giorni.
A prima vista il dato può sembrare contraddittorio. Come è possibile che quasi 1 persona su 2 affermi di non avere alcun rapporto con l’intelligenza artificiale in un’epoca in cui smartphone, motori di ricerca, piattaforme di streaming e assistenti vocali ne fanno ampio uso? La spiegazione potrebbe risiedere nel modo in cui questa viene percepita.
Per molti utenti, infatti, l’AI coincide quasi esclusivamente con i chatbot conversazionali e con gli strumenti di AI generativa diventati ormai sempre più popolari. Quando invece gli algoritmi lavorano dietro le quinte, all’interno di applicazioni e servizi, tendono a passare inosservati. È proprio questo scarto tra percezione e realtà a rendere particolarmente interessante il risultato emerso dalla ricerca.
L’intelligenza artificiale è già presente in molti strumenti di uso quotidiano
Negli ultimi anni l’intelligenza artificiale è divenuta una componente sempre più importante della tecnologia di consumo. Gli smartphone la utilizzano, tra le altre cose, per migliorare automaticamente le fotografie, riconoscere persone e oggetti nelle immagini, ridurre i rumori di fondo durante le chiamate e ottimizzare i consumi energetici.
Anche le piattaforme di streaming fanno ampio affidamento su algoritmi avanzati. I suggerimenti di film, serie TV e brani musicali proposti agli utenti non sono casuali, ma vengono elaborati analizzando preferenze, cronologia delle visualizzazioni e abitudini di impiego. Lo stesso vale per i motori di ricerca, che sfruttano modelli sempre più sofisticati per comprendere le richieste degli utenti e restituire risultati pertinenti.
Assistenti vocali, traduttori automatici, sistemi di navigazione satellitare e dispositivi per la casa intelligente rappresentano altri esempi di tecnologie che si basano, almeno in parte, su sistemi di intelligenza artificiale. In altre parole, l’AI è spesso nascosta all’interno di strumenti che milioni di persone utilizzano regolarmente.
Il divario tra diffusione reale e percezione degli utenti
Lo studio di Samsung sembra evidenziare un fenomeno sempre più comune: l’intelligenza artificiale viene riconosciuta soltanto quando assume una forma esplicita, come quella di una chat in grado di rispondere alle domande o generare contenuti. Quando invece è incorporata in un prodotto o in un servizio digitale, viene spesso percepita come una semplice funzionalità. Secondo la ricerca infatti, solo il 35% risponde di averla integrata nella propria routine, il 56% delle persone associa l'AI principalmente ai chatbot e il 65% non riesce a cogliere la presenza dell'AI nei dispositivi che usa nel quotidiano.li
Si tratta di un processo che in passato ha riguardato pure altre innovazioni tecnologiche. Oggi quasi nessuno pensa di “usare Internet” quando consulta il conto corrente tramite app, prenota un viaggio online o ordina un prodotto da un e-commerce. La rete è diventata talmente pervasiva da essere considerata una componente normale dell’esperienza digitale.
Con l’intelligenza artificiale potrebbe accadere qualcosa di simile. Man mano che le sue funzionalità vengono implementate all’interno di software, piattaforme e dispositivi, smette di essere percepita come un elemento separato e diventa semplicemente parte dell’esperienza d’uso.
L’Italia è ancora indietro nell’adozione dell’AI
I dati della ricerca Samsung si inseriscono in un contesto più ampio. Secondo Eurostat, infatti, nel 2025 circa un terzo dei cittadini dell’Unione Europea aveva utilizzato strumenti di AI generativa. L’Italia risultava però al di sotto della media europea, segnale di una diffusione ancora inferiore rispetto a quella registrata in diversi altri Paesi del continente.
Anche sul fronte delle competenze digitali emergono alcune criticità. Secondo l’ISTAT, nel 2025 il 54,3% degli italiani possedeva competenze digitali almeno di base. Sebbene il dato sia in crescita rispetto all’anno precedente, il Paese resta ancora distante dall’obiettivo dell’80% fissato dall’Unione Europea per il 2030.
La situazione appare inoltre simile nel mondo delle imprese. Secondo l’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano, il mercato italiano dell’intelligenza artificiale ha raggiunto nel 2025 un valore di 1,8 miliardi di euro, registrando una crescita del 50% rispetto all’anno precedente. Nonostante la forte espansione del settore, molte aziende continuano a confrontarsi con sfide legate alla formazione del personale, alla disponibilità di competenze specializzate e all’integrazione di queste soluzioni nei processi produttivi.
L’AI non è più una tecnologia del futuro
Il dato del 42% emerso dall'indagine di Samsung racconta una realtà solo apparentemente paradossale. Più che indicare un effettivo mancato utilizzo dell’intelligenza artificiale, sembra evidenziare una difficoltà nel riconoscerne la presenza. Oggi l’AI non è più confinata ai laboratori di ricerca o alle grandi aziende del settore tech. È già in numerosi strumenti di uso quotidiano e continua a espandersi in nuovi ambiti, spesso in modo discreto e quasi invisibile.
La vera domanda, dunque, potrebbe non essere se gli italiani si servono o meno dell’intelligenza artificiale, ma quanto sono consapevoli della sua integrazione nelle tecnologie che li accompagnano ogni giorno. E i dati suggeriscono che tra diffusione reale e percezione esiste ancora una distanza significativa.