
Lockdown energetico: nelle ultime settimane se ne parla sempre più spesso, soprattutto a causa della grande instabilità nello stretto di Hormuz dovuta alla guerra in Iran. Ma cosa vuol dire lockdown energetico? Che ci lasciano senza energia? Che non si può più uscire di casa? Parlando di lockdown torna alla memoria quello che abbiamo vissuto tra 2020 e 2021 con la pandemia di COVID-19. Quindi obbligo di mascherina, non si esce di casa, coprifuoco e così via. Ecco, il lockdown energetico non c’entra niente con tutto questo. Il lockdown energetico è un razionamento dei consumi di energia – quindi di elettricità, di gas naturale e di carburanti. Questo perché? Perché se le risorse dovessero scarseggiare, andrebbero destinate con priorità all'alimentazione di infrastrutture chiave – come gli ospedali – andando di conseguenza a tagliare tutto ciò che non è essenziale. Per nostra fortuna non è stato annunciato alcun lockdown, né per il momento, né è prevista una misura di questo tipo per il prossimo futuro. Allo stesso tempo però quella del lockdown è una questione seria e quindi è interessante capire, in un possibile futuro, quali potrebbero essere alcune tra le soluzioni messe in atto.
Come funzionerebbe il lockdown energetico in Italia
Le prime ipotesi messe sul tavolo hanno come obiettivo la riduzione dei consumi nel settore dei trasporti. Questo perché, da solo, il settore dei trasporti consuma circa il 34% di tutta l’energia italiana. Addirittura secondo le previsioni di UNEM siamo attorno al 40%È il settore che da solo consuma più in assoluto. Quindi è quello in cui fare più tagli. Per questo, ad esempio, si sta parlando di introdurre didattica a distanza per le scuole, oppure lo smart working per i dipendenti pubblici. Queste due soluzioni – già adottate da altri Paesi, come vedremo a breve – puntano proprio a ridurre gli spostamenti, e quindi di riflesso a ridurre i consumi.
Ma non solo: si punta anche a incentivare il trasporto pubblico al posto di quello privato, e addirittura si potrebbe arrivare all’introduzione della circolazione a targhe alterne nei centri urbani più grandi. Una misura drastica, certo, che per ora è solo una lontana ipotesi ma che in realtà non sarebbe del tutto nuova: in Italia ad esempio fu adottata tra il 1973 e il 1974 durante il periodo di «austerity» e della crisi energetica legata, anche in quel caso, a una guerra in Medio Oriente.
Ma non è finita qui: la complicata situazione nello Stretto di Hormuz sta mettendo in crisi anche l'approvvigionamento di gas naturale quindi se le cose si dovessero mettere molto male, i razionamenti potrebbero coinvolgere direttamente anche i consumi di elettricità. Infatti, ricordiamolo, ad oggi quasi la metà di tutta l’energia elettrica in Italia – tra il 42 e il 44% circa – è prodotta a partire da gas naturale. Quindi i tagli riguarderebbero ad esempio l’illuminazione pubblica non essenziale o, durante la stagione estiva, anche l'utilizzo dei condizionatori. E anche in questo caso, la misura non sarebbe una novità: già nel 2022, nel pieno della crisi energetica dovuta al conflitto Russia-Ucraina, venne approvata una normativa che imponeva limiti rigorosi per i condizionatori negli edifici pubblici – quindi in quel caso non privati – vietando temperature inferiori ai 25 °C per raffrescare gli interni.
Però, è bene ribadirlo, tutte queste sono soluzioni che il governo italiano non ha in programma di mettere in campo al momento perché la situazione non è ancora così grave. Questo lo ha confermato anche il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica Gilberto Pichetto Fratin, che in merito al razionamento ha dichiarato che “non ci sono ancora le condizioni per intervenire”. A proposito, ma queste “condizioni per intervenire”, quali sarebbero esattamente?
Da cosa dipende la scelta di istituire un lockdown
La scelta di introdurre un lockdown energetico o, in generale, di adottare certi tipi di misure, si basa su una serie di regolamenti che tutti gli stati dell’Unione Europea devono rispettare. E come vedremo questi regolamenti e direttive cambiano a seconda che si parli di petrolio o di gas naturale. Partiamo col petrolio.
Petrolio
Ogni Paese deve avere delle riserve di petrolio. La grandezza di queste scorte non è uguale per tutti: deve essere sufficiente a soddisfare 61 giorni di consumo interno oppure 90 giorni di importazioni. Quindi a seconda delle caratteristiche e delle abitudini del Paese, la grandezza delle scorte cambia. Nel caso dell’Italia, le riserve pre-conflitto in Medio Oriente ammontavano a circa 11.903.843 tonnellate equivalenti di petrolio (TEP), una quantità che corrisponde a 90 giorni di importazioni nette. Quindi perfettamente entro i limiti.
In caso di crisi energetica però cosa succede? Che i Paesi membri dell’Agenzia Internazionale per l’Energia possono decidere di rilasciare parte delle proprie scorte per andare a tamponare un eventuale mancanza di materia prima e per calmierare i prezzi. Il 12 marzo, attraverso un comunicato stampa, il MASE, cioè il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, ha dichiarato che anche l’Italia avrebbe aderito al rilascio coordinato delle riserve petrolifere di emergenza proposto dall’Agenzia internazionale dell’energia (AIE). Ma non di tutte le riserve, solo di una piccola percentuale. Per essere precisi il 13,5% del totale delle scorte di sicurezza del nostro Paese, pari al 2,5% del totale dei barili messi a disposizione dai Paesi membri dell'Agenzia per fronteggiare un'eventuale emergenza petrolifera
Questo vuol dire che, dopo il rilascio, le nostre riserve dovrebbero ammontare a circa 10,2 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio. Se però, al contrario, la situazione dovesse peggiorare, è possibile che queste scorte si vadano ad assottigliare, e probabilmente questo scenario, prima o poi, porterebbe il Governo a optare per alcune misure di lockdown.
Gas naturale
Come per il petrolio, anche qui ogni Paese ha delle riserve di gas naturale. Nel caso dell’Italia, per avere un’idea di quante scorte abbiamo possiamo consultare il database della GIE. Al momento questo valore è pari al 51%, quindi poco meno della metà rispetto alla capacità massima. Che in assoluto non è molto, certo, ma se guardiamo la situazione di altri Paesi dell’Unione Europea…insomma, siamo nella top 3 dei Paesi messi meglio, dopo Portogallo e Spagna. A differenza del petrolio, però, il sistema di emergenza per il gas naturale funziona in modo diverso e si basa su tre livelli.
Il primo livello è quello di preallarme, che scatta quando ci sono informazioni concrete e affidabili che un evento potrebbe creare gravi problemi all'approvvigionamento di gas naturale. Ad esempio lo scoppio di una guerra. In questa fase non scattano ancora misure concrete, ma si monitora attentamente la situazione per essere pronti a reagire.
La fase successiva è quella di allarme. In questo caso la situazione dell'approvvigionamento si è già deteriorata, ma il mercato è ancora in grado di gestirla da solo, senza intervento diretto dello Stato: i prezzi salgono, i contratti di fornitura vengono rinegoziati, l'offerta e la domanda si ribilanciano autonomamente.
Se anche questo però non fosse sufficiente a garantire l'approvvigionamento necessario, si passa al terzo e ultimo livello, quello di emergenza vero e proprio. Qui vengono introdotte misure non di mercato – cioè interventi diretti dello Stato – come una riduzione obbligatoria dei consumi nel settore industriale, arrivando alla fine ad interessare anche i clienti civili e domestici. Cioè noi, con il lockdown energetico. Quindi diciamo che il lockdown energetico è proprio una misura straordinaria che viene messa in atto quando tutto il resto è già stato tagliato. E al momento, come abbiamo visto, abbiamo comunque una discreta quantità di riserve di gas naturale, quindi siamo ancora piuttosto lontani da questo punto.
Comunque, anche se qui in Italia ancora non se ne parla in termini concreti, il lockdown energetico è un qualcosa che esiste, e che è in corso proprio ora in alcuni Paesi del mondo a causa del blocco dello Stretto di Hormuz. Ci riferiamo soprattutto all’Asia, e nello specifico ad alcuni Paesi del sud-est asiatico.