
Ti sei mai guardato allo specchio dopo ore passate su Instagram, sentendoti quasi estraneo al tuo stesso volto? Questa sensazione di disconnessione è reale. Uno studio pubblicato su Computers in Human Behavior e condotto dalla dott.ssa Sansoni insieme a un team internazionale rivela una sorpresa: l'uso prolungato dei social e dei filtri non si traduce automaticamente in un odio per il proprio aspetto. Il danno è molto più sottile e riguarda come il nostro cervello integra ciò che vediamo con ciò che sentiamo internamente, sfocando i confini fisici della nostra identità corporea. Attraverso un incredibile esperimento in realtà virtuale, i ricercatori hanno scoperto come lo "scrolling" quotidiano stia letteralmente riprogrammando i nostri sensi, addestrandoci ad "abitare" un corpo digitale.
L'uso prolungato dei social può farci sentire "scollegati" dal nostro corpo
Normalmente siamo ben consci di dove finisce il nostro corpo e dove inizia il mondo esterno. È una capacità che diamo per scontata ma che è il risultato di un sofisticato processo cerebrale chiamato integrazione multisensoriale. Il nostro cervello unisce continuamente i segnali interni, come la percezione del battito cardiaco (enterocezione), con i segnali esterni, come la vista e il tatto (esterocezione), per creare un senso coerente di sé, definito incarnazione o "embodiment". I ricercatori si sono chiesti cosa accada a questo delicato equilibrio quando passiamo anni immersi in ambienti digitali come Instagram.
Per scoprirlo, hanno condotto un esperimento in realtà virtuale su 95 giovani adulti, manipolando la loro percezione: mentre i partecipanti venivano accarezzati sul viso o sull'addome fisico, osservavano nel visore un avatar virtuale subire lo stesso identico tocco in perfetta sincronia.
I risultati hanno svelato un fenomeno inaspettato: i partecipanti che utilizzavano Instagram da più anni erano molto più propensi a "incarnare" il volto virtuale, arrivando a sentirlo come se fosse il proprio. Cosa c'entra questo con l'esperimento in realtà virtuale? Quando usiamo Instagram, compiamo azioni ripetitive che coordinano la vista e il tatto: guardiamo immagini o video e, contemporaneamente, scorriamo o tocchiamo lo schermo. Questa combinazione simultanea agisce come un vero e proprio "terreno di allenamento" per il cervello. Ripetendo questa azione tutti i giorni per anni, andiamo a consolidare e rafforzare le vie neurali dedicate all'elaborazione visivo-tattile-motoria e il cervello si abitua a considerare ciò che accade su un display come strettamente connesso alle nostre sensazioni fisiche, diventando abilissimo nell'associare gli stimoli visivi digitali a quelli tattili reali. Di fatto, la nostra attenzione viene cronicamente spinta a valutare come il corpo appare (da fuori), piuttosto che a percepire come il corpo si sente (da dentro).
Di conseguenza, quando i ricercatori hanno ricreato questo esatto inganno visuo-tattile nel visore, il cervello degli utenti storici era già perfettamente predisposto a cascarci, proiettando l'identità fuori dal corpo di carne e ossa per agganciarla all'avatar sullo schermo.
In che modo i filtri di bellezza di Instagram alterano l’identità secondo la scienza
Oggi è un'abitudine diffusa applicare filtri che modificano i lineamenti del viso per uniformarsi a canoni estetici digitali preimpostati. Ma cosa succede alla nostra percezione quando alteriamo continuamente il nostro aspetto utilizzando i filtri? I dati dello studio indicano che l'uso dei filtri di bellezza su Instagram è associato a una maggiore vulnerabilità alle illusioni corporee, portando gli utenti a percepire un corpo virtuale come proprio e a sentirne persino il controllo motorio.
La spiegazione scientifica risiede in ciò che i ricercatori definiscono "ipotesi dell'erosione digitale dell'identità corporea". Quando applichiamo un filtro, sperimentiamo una discrepanza tra l'immagine alterata che vediamo sullo schermo e le sensazioni fisiche reali del nostro volto. Inoltre, l'esposizione cronica a contenuti estetici omogeneizzati sulla piattaforma, dove tutti tendono ad assomigliarsi a causa dei medesimi filtri, confonde i meccanismi cerebrali deputati a distinguere il sé dagli altri. Se il nostro cervello viene esposto per anni a volti standardizzati da filtri, il confine percettivo tra il nostro viso e quello degli estranei si assottiglia inevitabilmente.
Il volto è la nostra principale àncora di identità sociale: modificare costantemente questo punto di riferimento, unito all'esposizione a standard irrealistici, intacca la rappresentazione profonda di chi siamo. L'uso saltuario dei filtri altera solo temporaneamente la percezione sensomotoria, mentre anni di esposizione a Instagram vanno a erodere l'identità corporea autobiografica, ovvero la memoria a lungo termine di come percepiamo noi stessi nel contesto relazionale e sociale.

I social spostano la percezione del nostro corpo verso l'esterno
La scoperta forse più controintuitiva dello studio (gli stessi autori affermano di essere rimasti sorpresi) è che il tempo trascorso quotidianamente sull'applicazione o il numero di anni di utilizzo non sono direttamente collegati a un aumento automatico dell'insoddisfazione corporea. La ricerca mette quindi un freno all'idea di un semplice rapporto di causa-effetto tra l'uso dei social e l'odio per il proprio aspetto. Il danno è molto più sottile e riguarda specificamente l'integrazione tra il mondo interiore e quello esteriore.
Cerchiamo di leggere bene questa affermazione, anche perché un solo articolo non fa "la Scienza", che piuttosto si basa sul consenso e sulle metanalisi: su questo tema, le metanalisi di Saiphoo e colleghi del 2020 e di Jing e colleghi del 2025 confermano una certa associazione tra uso dei social e bassa autostima (nella quale la percezione del proprio aspetto è solo una delle tante componenti). Questa correlazione passa da essere leggera o più marcata a seconda di alcuni indicatori, tra cui i più importanti sembrano essere il tempo trascorso sui social e le inclinazioni caratteriali degli utenti. Ricordiamoci inoltre che "correlazione non è causazione": non è infatti molto chiaro, negli studi in cui questa associane emerge, se il troppo tempo trascorso sui social sia causa di abbassamento dell'autostima o se, al contrario, sia una bassa autostima di partenza ad essere causa del molto tempo passato sui social. La stessa Sansoni e gli altri autori dello studio pubblicato su Computers in Human Behavior sottolineano incongruenze nei risultati nella letteratura scientifica.
Ciò che sembra emergere è che il legame che si crea tra i nostri sensi mentre usiamo i social instauri una silenziosa dipendenza dall'esteriorità e un evitamento dell'interiorità, alterando le fondamenta multisensoriali con cui il cervello mappa la nostra identità fisica.
Come possiamo recuperare la nostra bussola sensoriale
Per contrastare questa lenta erosione dell'identità corporea, la ricerca della dott.ssa Sansoni suggerisce di ricalibrare deliberatamente la nostra attenzione. Interventi psicologici basati sulla consapevolezza del momento presente, come la mindfulness, possono rivelarsi estremamente utili per aiutare le persone a riportare l'attenzione sui segnali interni del corpo, come il ritmo del respiro o la tensione muscolare, limitando il sovraccarico di stimoli visivi esterni. Ascoltare i segnali interni del proprio corpo diviene quindi un passo fondamentale non solo per ridurre lo stress quotidiano, ma per ristabilire i confini neurologici tra noi e l'universo digitale, ricordando al nostro cervello che l'identità umana è molto più di un'immagine sullo schermo di uno smartphone.