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3 Settembre 2026
15:30

“Malattia della pioggia” o dermatofilosi: cause, trasmissione e sintomi spiegati dall’esperta

È un'infezione batterica cutanea tipica degli animali, favorita da ferite e umidità. L'Europa monitora 120 casi con sospetta trasmissione da uomo a uomo in ambienti caldo-umidi come le saune. In Italia zero contagi. Nessun allarmismo, i farmaci sono efficaci.

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“Malattia della pioggia” o dermatofilosi: cause, trasmissione e sintomi spiegati dall’esperta
Intervista a Antonella Castagna
Primario di Malattie Infettive all’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano e ordinaria di Malattie Infettive all’Università Vita-Salute San Raffaele
malattia della pioggia

Nelle ultime settimane i radar della sanità europea hanno intercettato un'anomalia epidemiologica legata a un'infezione batterica (Dermatophilus congolensis) storicamente nota in ambito veterinario: la dermatofilosi, conosciuta nel linguaggio popolare come "malattia della pioggia". Secondo un recente report dell'ECDC (Centro Europeo per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie), a partire dalla fine del 2025 sono stati segnalati circa 123 casi umani distribuiti in 10 Paesi europei (Austria, Danimarca, Francia, Germania, Paesi Bassi, Norvegia, Spagna, Svezia, Svizzera, Regno Unito). In Italia, al momento, non si registra alcun caso e il rischio per la popolazione generale rimane molto basso. Tuttavia, l'attenzione della comunità scientifica è alta perché, se in passato l'infezione colpiva quasi esclusivamente gli animali, si stanno ora valutando possibili dinamiche di contagio interumano.

Per capire esattamente di cosa si tratta, come si trasmette e quali sono i reali contorni di questa vicenda, abbiamo intervistato la professoressa Antonella Castagna, primario di Malattie Infettive all’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano e ordinaria di Malattie Infettive all’Università Vita-Salute San Raffaele.

Di che patologia si tratta e cos'è esattamente la dermatofilosi, nota come "malattia della pioggia"?

È un'infezione batterica della pelle causata dal Dermatophilus congolensis, un microrganismo responsabile di una dermatite essudativa: una condizione caratterizzata dalla comparsa di lesioni pustolose che tendono, in un secondo momento, a formare delle lesioni cutanee. Storicamente è una patologia che colpisce prevalentemente bovini e ovini, sviluppandosi soprattutto in aree caratterizzate da climi tropicali.

Quali sono le dinamiche biologiche e ambientali che portano allo sviluppo di questa infezione?

Lo sviluppo dell'infezione dipende fondamentalmente da due fattori combinati. Il primo è la presenza di micro-abrasioni sulla cute, attraverso le quali il batterio riesce a penetrare. All'interno di queste piccole lesioni, se l'ambiente è umido, si attivano le cosiddette zoospore mobili del batterio, che penetrano nell'epidermide. Trovando una barriera cutanea già compromessa e una condizione di umidità prolungata, le spore germinano e invadono gli strati superficiali della pelle, innescando l'infiammazione e la conseguente formazione delle croste.

Come ha origine il nome popolare di "malattia della pioggia" associato a questa patologia?

È importante fare chiarezza su questo punto: si tratta di un termine di uso popolare, diffuso soprattutto in ambito veterinario, che può trarre in inganno. Non ci si ammala semplicemente "prendendo la pioggia". Negli animali, il batterio trova le condizioni ideali per proliferare quando la pelle, in presenza di piccole lesioni preesistenti, rimane umida a lungo. Di conseguenza, l'infezione è molto più frequente negli animali che trascorrono i periodi piovosi all'aperto, da cui deriva il nome.

Attualmente l'attenzione pubblica è alta a causa di una possibile evoluzione del batterio e delle recenti segnalazioni di casi umani in Europa. Qual è la situazione reale che si sta osservando?

È un'evoluzione che gli enti preposti, come l'ECDC a livello europeo, stanno valutando con grande attenzione. A partire da dicembre dello scorso anno, in alcuni Paesi europei si sono osservati circa 120 casi nell'uomo, distribuiti in 10 nazioni . L'Italia, al momento, non rientra tra queste, il che rappresenta un forte elemento di tranquillità. L'attenzione scientifica è scattata perché, oltre alla ben nota trasmissione zoonotica (da animale a uomo), i recenti studi di sequenziamento del batterio suggeriscono l'ipotesi di una trasmissione interumana all'interno di questi focolai.

In quali luoghi o contesti specifici si sospetta che stia avvenendo questa trasmissione da uomo a uomo?

I contagi si sono verificati in persone che hanno frequentato ambienti caldo-umidi e di uso promiscuo come saune o spogliatoi sportivi: in queste condizioni, infatti, se sono presenti microtraumi cutanei, il batterio trova l'habitat ideale per proliferare. Stiamo quindi indagando per capire se questi cluster siano sempre derivati da un singolo passaggio animale-uomo, o se in questi specifici contesti si sia innescata una vera e propria trasmissione da uomo a uomo. Fortunatamente, oggi disponiamo di strumenti epidemiologici molto avanzati che ci permettono di intercettare immediatamente quando l'incidenza di una malattia devia dalla norma.

Quali sono i sintomi principali?

Dal punto di vista clinico, il primo campanello d'allarme è la comparsa di lesioni cutanee. Nei casi europei recenti, abbiamo osservato lesioni pustolose, talvolta associate a episodi di congiuntivite; in altri casi, le lesioni si sono manifestate in sede anale o perianale. Questo ha sollevato l'ipotesi che i rapporti sessuali non protetti, combinati al contatto cutaneo in ambienti umidi come le saune, possano aver favorito la diffusione nei cluster. Si tratta di dinamiche ancora in fase di verifica, per cui è fondamentale non creare allarmismi e mantenere un approccio scientifico rigoroso.

Da un punto di vista clinico e visivo, le lesioni cutanee causate da questo batterio possono essere confuse con altre patologie più comuni?

Sì, certamente. A seconda dello stadio di sviluppo della malattia, le lesioni possono somigliare molto a una comune micosi fungina. In altre circostanze, specialmente quando si manifestano a livello genitale, possono essere facilmente scambiate per una lesione erpetica (herpes). Queste sono le due diagnosi differenziali più frequenti a cui i medici devono prestare attenzione.

Come si fa la diagnosi e come si cura questa infezione?

La diagnosi clinica è semplice: si effettua tramite un tampone o una biopsia della lesione. Sul fronte terapeutico, abbiamo a disposizione farmaci molto efficaci. Il batterio è sensibile a diverse classi di antibiotici (tetracicline, penicilline, macrolidi) e, talvolta, l'infezione regredisce addirittura in modo spontaneo. In alcuni pazienti la guarigione può essere più lenta perché la cute è un organo poco vascolarizzato: gli strati superficiali della cute (l’epidermide) non sono vascolarizzati questo riduce la capacità degli antibiotici per via orale di raggiungere questi strati, mentre le terapie topiche (creme) faticano a raggiungere gli strati profondi  della cute (il derma). In alcuni casi  può essere necessario pertanto prolungare la terapia, ma si tratta di un'infezione assolutamente curabile.

Quali misure di prevenzione è opportuno adottare in questo momento per limitare il rischio di contagio?

In questa fase la priorità è la prevenzione, che si basa su semplici regole di buon senso. Laddove si sospetta un rischio di trasmissione interumana, occorre evitare il contatto diretto con la pelle di persone che presentano lesioni cutanee sospette. È fondamentale mantenere un'ottima igiene personale, specialmente quando si frequentano ambienti caldo-umidi come strutture sportive o saune, a maggior ragione se ci si trova nelle aree geografiche (come i Paesi nordici) dove sono stati segnalati i focolai.

Per chi lavora a stretto contatto con gli animali, come veterinari o allevatori, restano valide le regole auree: utilizzare sempre i dispositivi di protezione individuale e curare l'igiene delle mani, specialmente in presenza di escoriazioni. Inoltre, se compaiono lesioni sospette sul corpo, è essenziale non condividere asciugamani o indumenti, in particolare quelli destinati al viso o all'area genitale. La situazione è in evoluzione e va monitorata, ma il rischio per la popolazione generale resta molto basso.

In questi anni si è discusso ampiamente di spillover virali, come nel caso del Covid o dell'hantavirus. Quando si tratta di agenti batterici, le dinamiche di salto di specie e di diffusione si manifestano in modo differente?

Sì, i batteri, a causa della loro struttura biologica complessa, richiedono condizioni ambientali e fisiologiche estremamente specifiche per proliferare.

Non ci troviamo di fronte al potenziale espansivo tipico di un'infezione virale in particolar modo degli agenti a trasmissione respiratoria. Nei casi di virus esplosivi trasmessi per aerosol, assistiamo a focolai in cui il patogeno riesce a propagarsi a grandissima velocità. Nel caso dei batteri, pur con alcune eccezioni, le dinamiche di diffusione nell’ambiente sono molto più lente e circoscritte, poiché il microrganismo necessita di una coincidenza esatta di fattori: l'ambiente perfetto, le condizioni di replicazione ideali (come la cute lesionata e l'umidità) e una precisa modalità di trasmissione.

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Matteo Galbiati
Junior Content Editor
Sono diventato Content Editor di Geopop dopo una laurea in Biotecnologie Mediche e Farmaceutiche e un'esperienza da ricercatore tra biomateriali e colture cellulari, ho infatti lasciato il laboratorio per la mia passione: la divulgazione scientifica. Quello che era nato come un gioco sui social per raccontare le biotecnologie si è trasformato in una professione, consolidata da un Master in Comunicazione Scientifica. Sono anche un instancabile sportivo, con una passione che spazia dal calcio al basket, passando per la corsa, il tennis e il football americano. Una passione a 360 gradi che oggi unisco al mio lavoro, raccontando il mondo dello sport anche nei miei articoli.  
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