
La frana che il 1° settembre si è distaccata dal Monviso, a circa 3500 metri di quota e in prossimità del Rifugio Quintino Sella, è solo l’ultimo di una serie di eventi franosi che durante l’estate hanno interessato le Alpi. La causa di questi fenomeni sono le temperature sempre più elevate dovute al riscaldamento globale, che determinano la fusione di ghiacciai e permafrost, contribuendo a rendere i versanti instabili. A restituire la gravità della situazione è il VI report Carovana dei ghiacciai di Legambiente, intitolato Ghiacciai alpini ed eventi estremi in un clima che cambia.
Secondo il rapporto, negli ultimi 60 anni le Alpi italiane hanno perso oltre 170 km² di superficie glaciale, con una riduzione complessiva del 50-60% nell'ultimo secolo, mentre le frane sono sempre più frequenti: solo nel 2025 sono stati documentati 40 eventi franosi in alta quota. Anche il ghiacciaio occidentale del Montasio, nelle Alpi Giulie, considerato il ghiacciaio più basso e uno dei più resilienti dell’arco alpino, mostra oggi gravi segnali di sofferenza e crolli strutturali. A contribuire all’instabilità dei versanti sono anche gli eventi meteorologici estremi, sempre più numerosi lungo l’arco alpino: secondo il report, nel 2025 ne sono stati rilevati 154.
154 eventi meteorologici estremi e 40 frane nelle Alpi italiane nel 2025
Le Alpi, come le altre catene montuose del pianeta, sono particolarmente sensibili al cambiamento climatico. Queste aree si stanno riscaldando più velocemente rispetto al resto del pianeta, perché la fusione dei ghiacci scopre la roccia nuda che, essendo scura, assorbe molto più calore rispetto a una superficie coperta da ghiaccio o da vegetazione. Durante le recenti ondate di calore in estate lo zero termico ha superato i 4000 m.
Allo stesso tempo, gli eventi meteorologici estremi sono sempre più frequenti anche in alta quota, con precipitazioni intense sulle cime delle montagne. Secondo il report, nelle regioni dell’arco alpino nel 2025 sono stati registrati 154 eventi meteorologici estremi (nel 2024 erano stati 146) con: 52 casi di allagamenti da piogge intense, 27 di danni da vento, 25 esondazioni fluviali, 21 frane da piogge intense. La regione più colpita è stata la Lombardia, con 50 eventi meteo estremi, seguita da Veneto, Piemonte e Liguria. La frequenza di questi eventi, secondo recenti studi, potrebbe raddoppiare con un aumento di 2 °C della temperatura regionale.

Elevate temperature e intense precipitazioni sono all’origine della fusione accelerata dei nostri ghiacciai e del permafrost. Le rocce, private della pressione che esercitavano i ghiacciai e del “sigillante” rappresentato dal permafrost, si disgregano. L’acqua di fusione e meteorica penetra in profondità nelle fratture molto facilmente e i versanti già ripidi diventano ancora più instabili. Il report riporta che nel 2025 sono stati documentati in alta quota nelle Alpi 40 eventi franosi, concentrati in estate, soprattutto crolli di roccia e colate detritiche (rapidi flussi costituiti da acqua, fango e detriti). Le regioni più colpite sono state il Veneto, con 17 eventi, e la Valle d’Aosta, con 12. Tra il 2018 e il 2025 nelle regioni dell’arco alpino si sono registrati ben 671 eventi franosi.
I ghiacciai delle Alpi sempre più fragili e instabili: persi 170 km² in 60 anni
Nelle Alpi italiane negli ultimi 60 anni i ghiacciai hanno perso oltre 170 km2 di superficie. Le nevicate invernali, anche quando abbondanti, non riescono infatti a compensare le perdite estive dovute alle temperature sempre più elevate. Significativo è il caso del Ghiacciaio del Campo Nord, a Livigno, in provincia di Sondrio: a 2950 m, a giugno 2025, erano presenti 170 cm di neve, completamente fusi già a luglio, insieme a un'ulteriore perdita di 50 cm di ghiaccio. Nella stessa provincia, in Val Malenco, il bacino di alimentazione del Ghiacciaio di Fellaria, a 3500 metri di quota, tra giugno e luglio aveva perso 1 m di spessore, un valore considerevole considerata la quota. Nello stesso anno la superficie del ghiacciaio italiano più esteso, quello dell’Adamello-Mandrone, tra le province di Brescia e Trento a 2600 m di altitudine, si è abbassata di 4 m, mentre il fronte è arretrato di 127 m. Per i ghiacciai del Trentino, sono state invece registrate perdite di spessore comprese tra 65 cm e 2,10 m di acqua equivalente.
In generale, nel 2025 la situazione è risultata più grave per i ghiacciai del settore alpino occidentale, ma la riduzione della superficie (in media di 18,3 m) e la diminuzione di spessore sono state significative per tutti i ghiacciai analizzati. Complessivamente, i ghiacciai vallivi europei hanno mostrato segni di grave sofferenza. Particolarmente critica è la situazione dell’Aletsch, in Svizzera, il più grande ghiacciaio delle Alpi europee, che tra il 2000 e il 2023 è arretrato in media di 40 metri all’anno.

La progressiva scomparsa dei ghiacciai ha inoltre un forte impatto sui fiumi alpini. La presenza di abbondanti riserve di ghiaccio garantiva che, anche in assenza di precipitazioni, non si prosciugassero, poiché alimentati dalla loro acqua di fusione. Ora, invece, i fiumi alpini sempre più spesso risultano asciutti, con gravi ripercussioni sugli ecosistemi e sull'agricoltura. Gli effetti del cambiamento climatico stanno infine mettendo in discussione la fruibilità delle aree montane e delle infrastrutture legate al turismo invernale. Sulle montagne italiane si contano 273 impianti dismessi e 247 edifici sospesi o abbandonati in quota, mentre oltre il 44% delle sedi storiche dedicate agli sport invernali potrebbe perdere affidabilità climatica in meno di 30 anni.
La situazione dei ghiacciai e dei versanti alpini richiede un costante monitoraggio, l’aggiornamento del catasto dei ghiacciai e di carte della distribuzione del permafrost e della pericolosità geomorfologica. Servono inoltre interventi di adattamento che permettano alla popolazione di affrontare gli effetti del cambiamento climatico.