
Sotto i nostri piedi si nasconde la più grande infrastruttura biologica del pianeta: una rete viva e invisibile lunga 110 quadrilioni di chilometri, ovvero quasi un miliardo di volte la distanza tra la Terra e il Sole. A formarla sono miliardi di microscopici filamenti chiamati ife (dal greco hyphe, "tessuto"), appartenenti ai cosiddetti funghi micorrizali arbuscolari (AM fungi). Questi organismi microscopici vivono in perfetta simbiosi con le radici del 70% delle piante terrestri e svolgono un ruolo importante per il clima intrappolando nel suolo una quantità di carbonio pari all'11% delle nostre emissioni globali annue.
Fino a oggi era impossibile mappare con precisione questo colossale ecosistema sotterraneo. L'impresa è riuscita a un team internazionale guidato dai ricercatori Justin Stewart e Corentin Bisot per conto di SPUN (Society for the Protection of Underground Networks), che l'11 giugno 2026 ha pubblicato sulla prestigiosa rivista Science la prima mappa globale di questa rete. Incrociando intelligenza artificiale, decenni di rilevamenti sul campo e imaging robotizzato, la scienza ha quantificato l'invisibile: l'intera infrastruttura fungina arriva a pesare fino a sei volte l'umanità intera. La mappa è disponibile in forma interattiva al sito https://www.spun.earth/mapping/a-hidden-infrastructure, con stime per ogni chilometro quadrato di terraferma.
I funghi micorrizali arbuscolari sotto i nostri piedi e l’impatto sulle piante
Gli AM fungi non sono i funghi che si trovano in cucina o nel sottobosco. Non producono strutture visibili sopra il suolo. Vivono nei primi centimetri di terreno, come filamenti da 10 a 50 volte più sottili di un capello umano intrecciati alle radici delle piante, in una simbiosi che dura da circa 450 milioni di anni.

Il meccanismo di scambio è il seguente: le piante producono carbonio organico attraverso la fotosintesi e ne cedono una parte ai funghi attraverso le radici. I funghi lo incorporano nelle proprie strutture o lo rilasciano nel suolo sotto forma di composti organici: è in questo modo che finiscono per spostare circa 4 miliardi di tonnellate di CO₂ equivalente nei suoli ogni anno, pari all'11% delle emissioni globali annue legate alle attività umane.
Questo carbonio esce dall'atmosfera e rimane intrappolato nel terreno abbastanza a lungo da avere un effetto misurabile. I modelli climatici attuali non includono ancora questa variabile in modo dettagliato, proprio perché finora mancavano dati sufficientemente precisi sulla distribuzione geografica di questi funghi. In cambio del carbonio ceduto, i funghi forniscono alle piante fosforo e acqua attingendo a zone del suolo che le radici da sole non raggiungerebbero. Le ife si estendono nel terreno ben oltre la zona radicale, aumentando la superficie di assorbimento effettiva della pianta fino a cento volte. Circa il 70% delle specie vegetali terrestri partecipa a questa partnership, significa che gran parte della vegetazione che copre i continenti dipende, in misura variabile, da questa rete sotterranea per la propria nutrizione.
La mappa della rete fungina sotterranea: le tecniche e i limiti dello studio
Misurare la densità dei funghi nel suolo su scala globale è un problema metodologico non indifferente. Non esiste una tecnologia satellitare che rilevi le ife, e scavare campioni ovunque non è praticabile. Il team ha risolto il problema combinando tre approcci.
Il primo è stato raccogliere tutti i dati di campionamento già esistenti: 322 studi scientifici pubblicati in precedenza, contenenti misurazioni da oltre 16.000 campioni di suolo prelevate in nove biomi diversi (foreste tropicali, deserti, tundra, praterie, zone umide e così via). Il secondo passaggio è stato addestrare modelli di machine learning che, combinando quei dati reali con variabili ambientali note (temperatura, umidità, tipo di vegetazione, pH del suolo), stimassero la densità fungina per ogni chilometro quadrato di terraferma privo di campioni diretti. Il terzo elemento è stato il più insolito. Collaborando con il gruppo di fisica del comportamento dell'Istituto AMOLF di Amsterdam, il team ha usato sistemi di imaging robotizzato per analizzare più di 300.000 singole ife cresciute in laboratorio in condizioni controllate. Questo ha permesso di costruire un modello di biomassa calibrato su misurazioni reali dei filamenti, invece di affidarsi a stime indirette.
Il risultato complessivo: circa 110 quadrilioni di chilometri di rete fungina nei suoli superficiali , per una massa totale di circa 300 megatoni di carbonio – tra quattro e sei volte la massa di tutti gli esseri umani viventi.
La mappa ha rivelato una distribuzione non uniforme. Le praterie selvatiche sono risultate contenere circa il 40% dell'intera biomassa di AM fungi del pianeta. Le zone con le densità più elevate includono le praterie allagate del Sud Sudan, le Everglades in Florida e l'altopiano tibetano.

Il problema è che le praterie vengono convertite in terreni agricoli a una velocità superiore rispetto alle foreste, in parte perché è più facile rispetto ad abbattere un bosco. Nei terreni agricoli, la densità della rete fungina è in media circa la metà rispetto agli ecosistemi selvatici. Tra le ragioni troviamo l'aratura meccanica che spezza fisicamente i filamenti, i fertilizzanti artificiali che riducono la simbiosi fungina se il fosforo è già disponibile nel suolo e molte varietà coltivate sono state selezionate per crescere bene anche in assenza di simbiosi.
Gli autori sono espliciti sui limiti dello studio. Molte regioni rimangono sottocampionate (Africa centrale, Asia centrale e parte dell'America del Sud) e i modelli producono stime con margini di incertezza significativi. La mappa descrive la quantità di ife vive in un dato momento, ma non la velocità con cui si ricambiano. Come ha commentato Adrián Evangelisti, botanico dell'Università della Costa Azzurra non coinvolto nello studio, su Live Science: "L'abbondanza di ife vive è importante, ma per il ciclo del carbonio dobbiamo anche sapere con quale velocità crescono, muoiono e contribuiscono al carbonio stabile del suolo."
La situazione dell'Italia
Guardando i dati relativi all'Italia, le zone che spiccano per la maggiore densità fungina sono il Nord-Ovest (tra Liguria e Piemonte), la Sardegna e tutta la catena degli Appennini. Al contrario, le zone della Pianura Padana (Lombardia) e della Puglia risultano essere le aree più povere in assoluto.
La prima è una delle aree più industrializzate e intensamente coltivate del Paese, la seconda è tra le regioni più sfruttate a livello agricolo. Questa spaccatura geografica è la prova visiva di ciò che dicevamo prima: la pressione antropica e l'impatto delle coltivazioni intensive distruggono fisicamente questa immensa infrastruttura sotterranea.
