
La montagna è diventata, nell'immaginario collettivo, apparentemente più accessibile. I contenuti online, tra profili social e i blog propongono itinerari che sembrano più facili del previsto e tracce GPS scaricabili, sembrano risolvere ogni problema di navigazione. Eppure, non andrebbe mai sottovalutata. Non è un luogo ostile, ma un luogo che chiede rispetto e preparazione: dalla scelta di un percorso adatto al proprio livello al controllo scrupoloso del meteo meteo, dall'uso di mappe aggiornate all'abbigliamento adeguato, senza dimenticare i dispositivi di emergenza.
Ogni anno in Italia il Soccorso Alpino e Speleologico effettua oltre 10.000 missioni di soccorso. Nel 2025 gli interventi sono stati più di 13.000: una media di oltre 35 al giorno, sia nella stagione estiva che in quella invernale. Non sempre si tratta di escursionisti inesperti o di alpinisti sprovveduti, perché spesso si tratta di fatalità, ma ci sono tanti accorgimenti che possiamo adottare per minimizzare il rischio ed evitare incidenti: informandoci in modo approfondito, portando con noi l’attrezzatura giusta e valutando con attenzione i rischi.
Come spiega Simone Alessandrini del CNSAS (Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico), il primo motivo per cui viene attivata l’emergenza è quello più semplice, la caduta su sentiero. L’attenzione, sia in fase di preparazione per un’escursione, sia sul sentiero, deve essere sempre altissima. Ma se proprio dovesse capitare di perdersi o di farsi male, cosa fare? Ecco i consigli su come prepararsi al meglio e su come dovremmo comportarci se le cose non vanno come previsto.
- 1Prima di partire in montagna: l’importanza della pianificazione
- 2Prepararsi per un’escursione: la lista da seguire passo dopo passo
- 3Il kit minimo: cosa serve davvero
- 4Cosa fare se hai perso l'orientamento (e riconoscere i segnali prima che sia troppo tardi): il protocollo STOP
- 5Chiamare il Soccorso Alpino: quando, come e cosa dire
Prima di partire in montagna: l’importanza della pianificazione
Nel mondo dell’escursionismo c’è una fase fondamentale, che non dovrebbe mai essere sottovalutata, quella della pianificazione, come insegna il cosiddetto metodo del 3×3, teorizzato dall’alpinista svizzero Werner Munter negli anni '80 per la gestione del rischio valanghe. Applicabile non solo in ambiti quali scialpinismo e alpinismo, ma anche nell’escursionismo, questo metodo prevede un’analisi strutturata del rischio su tre livelli, ciascuno dei quali applica un “filtro” per ridurre progressivamente il rischio complessivo: pianificazione a casa, valutazione sul posto e valutazione durante l’escursione.
Prima della partenza, tra i fattori da tenere in considerazione, ci sono sempre il meteo, il bollettino valanghe se siamo in montagna, le condizioni del terreno, la stagionalità, il tipo di percorso, tra lunghezza e dislivello, e così via. Lo studio dell’itinerario è fondamentale per arrivare preparati sia dal punto di vista dell’equipaggiamento (calzature, strati con cui coprirsi, eventuali altre attrezzature come ramponi e così via), sia dal punto di vista fisico, scegliendo percorsi alla propria portata, sia dal punto di vista logistico, programmando orari realistici, studiando vie di fuga e percorsi alternativi in caso di ostacoli sul sentiero. Queste sono solo alcune delle cose da tenere presenti quando si progetta un’escursione.
«La pianificazione è importante soprattutto in aree in cui nel giro di pochi anni una frana o una modificazione di un ghiacciaio possono modificare anche gli itinerari», spiega Simone Alessandrini. «Là dove la mappa può non essere del tutto aggiornata o la traccia GPS non è verificata e caricata da una persona che sa quello che fa, ci si espone a rischi reali.» Il problema, aggiunge Alessandrini, è che oggi le fonti di informazione si sono moltiplicate, ma non necessariamente migliorate. «Nella migliore delle ipotesi si trovano siti che verificano le informazioni. Nella peggiore, ci si improvvisa scritte su blog, o addirittura si pianifica un'escursione affidandosi all'intelligenza artificiale, che però non è mai stata sul campo».

Prepararsi per un’escursione: la lista da seguire passo dopo passo
Ricapitolando, in concreto, come fare una buona pianificazione?
- Informarsi da fonti aggiornate e attendibili: le sezioni locali del Club Alpino Italiano (CAI), gli uffici delle guide alpine locali, le APT (Aziende di Promozione Turistica) del territorio sono le fonti più affidabili perché hanno una conoscenza diretta e aggiornata dei percorsi. Un sentiero catalogato su un'app potrebbe essere stato modificato da una frana avvenuta il mese scorso: solo chi è sul posto lo sa.
- Studiare il profilo altimetrico e il dislivello. Non serve essere atleti, ma avere un'idea realistica del proprio livello di preparazione fisica rispetto a quello che si affronterà, per non sottovalutare il percorso. Un percorso di sei ore con 800 metri di dislivello positivo è molto diverso da una passeggiata di tre ore su un sentiero pianeggiante, anche se sulla mappa, a un occhio inesperto potrebbero apparire simili.
- Verificare le condizioni meteo, sia nei giorni precedenti, che il giorno stesso e durante l’escursione. Un sentiero può essere perfettamente percorribile in condizioni di asciutto e trasformarsi in una lastra di ghiaccio o in un fiume di fango dopo una notte di pioggia. Le previsioni del bollettino meteo alpino (disponibili sui siti delle Agenzie Regionali per la Protezione dell'Ambiente, ARPA) sono molto più specifiche e affidabili delle previsioni generiche che usiamo in città.
- Comunicare il proprio itinerario a qualcuno. Non solo se ci si muove da soli, ma anche in compagnia, prima di partire è sempre bene lasciare a qualcuno, amico o familiare, le informazioni essenziali: dove andrai, quale percorso seguirai e a che ora prevedi di rientrare. In caso di mancata risposta, quella persona potrà allertare i soccorsi con informazioni preziose sulla direzione di ricerca.
Il kit minimo: cosa serve davvero
Per i consigli su come preparare lo zaino, puoi leggere questo articolo dedicato che avevamo scritto attingendo dai consigli CAI. Come vi avevamo già raccontato, è sempre bene portare più acqua e cibo di quelli che prevediamo serviranno, in caso di imprevisti, infortuni o deviazioni. Ma qual è il resto dell'equipaggiamento fondamentale, oltre a calzature adatte e di buona qualità, occhiali da sole e crema solare?
- Bussola e mappa cartacea. Ai fini dell’orientamento, e per non essere sprovvisti in caso di emergenza, è sempre bene avere con sé una bussola analogica: ha un costo contenuto, non ha bisogno di batterie, non perde il segnale. Anche chi non sa usarla con precisione può sfruttarla per mantenere una direzione di marcia. A questa, andrebbe abbinata quando possibile una mappa cartacea della zona (quelle in scala 1:25.000 o 1:50.000 sono le più dettagliate e accurate per i percorsi montani) da conservare in un sacchetto impermeabile per proteggerla da eventuale pioggia.
- GPS, app e powerbank. Il telefono è uno strumento fondamentale, ma non può essere il solo: «Lo smartphone è utile per la richiesta di soccorso», spiega Alessandrini, «e il Soccorso Alpino ha la propria app, GeoResq, che ha al suo interno anche una geolocalizzazione prima della chiamata di soccorso e mappe CAI disponibili offline». Ma la batteria del telefono si scarica, soprattutto a basse temperature (il freddo dimezza autonomamente la carica disponibile di una batteria al litio) e il segnale in alta quota è tutt’altro che garantito. Un powerbank è sempre utilissimo. I dispositivi GPS professionali offrono una soluzione alternativa: hanno batterie che durano di più, alcuni funzionano via satellite (non via rete cellulare) e permettono di inviare messaggi di emergenza anche dove il telefono non prende. Non costano poco, ma possono essere un buon investimento per chi fa escursionismo con una certa frequenza.
- Fischietto e torcia. Bisognerebbe avere sempre con sé un fischietto, utile per chiedere aiuto: il segnale internazionale di soccorso è sei fischi (o sei segnali luminosi) ripetuti a intervalli di un minuto, mentre tre fischi indicano una risposta ai soccorritori che stanno cercando un disperso. Un fischietto da montagna, con un piccolo sforzo rispetto a un urlo, si sente a distanze molto maggiori di qualsiasi voce umana, anche in condizioni di vento. Inoltre, è fondamentale avere sempre con sé una torcia frontale con batterie di riserva. Non solo per il buio, ma perché può essere usata per segnalare la propria posizione anche a grandi distanze.
- La coperta termica. Nel kit dell’escursionista non dovrebbe mai mancare una coperta termica d'emergenza (la cosiddetta "coperta spaziale"): pesa meno di 100 grammi, costa meno di tre euro, si può trovare anche in farmacia o in qualsiasi negozio sportivo e in caso di ipotermia (da non sottovalutare anche d’estate con l’abbassamento delle temperature) o di mancanza di riparo dal sole.
- Nastro isolante e fascette. Infine, possono sempre servire del nastro adesivo isolante e delle fascette, per riparare scarpe e zaino che dovessero rompersi: sono piccoli, hanno un peso contenuto e possono essere sorprendentemente utili.
Cosa fare se hai perso l'orientamento (e riconoscere i segnali prima che sia troppo tardi): il protocollo STOP
Il momento più critico non è quando ci si rende conto di essere persi, ma quello immediatamente precedente, quando qualcosa non torna ma si continua ad andare avanti sperando di trovare conferma alla propria direzione. È la trappola psicologica più comune in montagna, il confirmation bias (pregiudizio di conferma). Il cervello, una volta convinto di essere sulla strada giusta, tende a interpretare ogni segnale in modo coerente con questa convinzione, finché l'evidenza contraria diventa impossibile da ignorare.
Per evitarlo, ci sono delle buone pratiche: innanzitutto leggere la segnaletica e confrontarla con la mappa, verificando ogni incrocio e cambiamento di direzione. Tenere nota del tempo di marcia: se la mappa indica che il prossimo bivio si raggiunge in venti minuti e ne sono passati quaranta, qualcosa non va ed è meglio verificare il percorso. Guardarsi intorno, alla ricerca dei riferimenti che la montagna offre: dalla posizione del sole, ai versanti (quelli esposti a sud ricevono più sole e sono quindi spesso più spogli), ai corsi d'acqua (che scendono sempre verso valle). Questi riferimenti non sostituiscono la bussola, ma aiutano a mantenere un senso generale dell'orientamento.
Quando non siamo sicuri è meglio fermarci, senza aspettare di essere esausti: ogni metro percorso nella direzione sbagliata dovrà essere percorso anche in senso contrario, e spesso in condizioni peggiori, con meno energia e meno ore di luce a disposizione. E se ci siamo persi? Esiste un acronimo, usato nelle scuole di sopravvivenza e insegnato dal Soccorso Alpino, che riassume in quattro lettere cosa fare nel momento in cui ci si rende conto di essere in difficoltà. Si chiama STOP: Stop, Think, Observe, Plan (Fermati, Pensa, Osserva, Pianifica).
- Stop: La prima cosa da fare è fermarsi. Il panico ci porterebbe naturalmente al movimento, ma quello casuale in montagna è pericoloso. Un esperimento pubblicato su Current Biology nel 2009 dal ricercatore Jan Souman, mostra come gli esseri umani, privati di riferimenti visivi esterni, tendono a camminare in cerchio. Senza punti di riferimento fissi si finisce per girare su sé stessi senza rendersene conto: fermarsi permette di interrompere questo meccanismo.
- Think: Pensare con calma. Quando si è passato l'ultimo punto di riferimento certo? Quanto tempo è trascorso? In che direzione si è camminato? Questo esercizio mentale aiuta a ricostruire il percorso e a capire quanto ci si è allontanati dall'itinerario previsto.
- Observe: Osservare l'ambiente circostante. Ci sono sentieri visibili, tracce, segnaletica? C'è un corso d'acqua nelle vicinanze (che scende verso valle e può guidare verso zone abitate)? Qual è la posizione del sole? Ci sono altri escursionisti o strutture visibili (rifugi, baite, antenne)? Qual è la qualità della copertura cellulare?
- Plan: Solo dopo aver completato le tre fasi precedenti, pianificare l'azione. E qui, la regola di Alessandrini è chiara: «Una volta accertata la situazione di disagio o di pericolo, è sempre bene chiamare il soccorso, non andare avanti cercando soluzioni se non si ha la certezza di dove si è, perché magari siamo su un sentiero e poi finiamo su una zona molto più impervia e anche il soccorso diventa più complicato».

Chiamare il Soccorso Alpino: quando, come e cosa dire
Come vi avevamo raccontato, in Italia il numero unico di emergenza è il 112. Per il soccorso alpino è attivo in alcune regioni anche il 118, e il CNSAS ha la propria app ufficiale, GeoResq, disponibile gratuitamente per iOS e Android, che permette di geolocalizzarsi e inviare automaticamente le coordinate ai soccorritori prima ancora di parlare con l'operatore.
Quando chiamare? Prima che la situazione peggiori. «È importante non improvvisare», spiega Alessandrini. «Se ci si rende conto di non essere in grado di proseguire o di tornare indietro, non bisogna cercare soluzioni da soli, perché quelli sono i momenti in cui si possono creare situazioni davvero pericolose.»
Cosa dire all'operatore? Quante più informazioni possibili:
- Il proprio nome (e numero di telefono): in caso si perda il segnale, i soccorritori richiameranno.
- La posizione: non solo "sono sul Monte X" ma le coordinate GPS (visibili sull'app del telefono o su GeoResq), il nome del sentiero, il numero CAI se visibile, qualsiasi riferimento geografico utile (un rifugio visibile in lontananza, un torrente nelle vicinanze, una cima etc.)
- La situazione: si è feriti? Si è in gruppo o da soli? Quante persone? Ci sono persone in condizioni critiche?
- Le condizioni meteo locali: sta nevicando, c'è nebbia, c'è vento?
Dopo aver chiamato, la regola è non spostarsi. «Viene chiesto sempre di non cambiare posizione, di non allontanarsi se non esplicitamente indicato dai soccorritori», precisa Alessandrini. «Altrimenti arriviamo dove ci è stato detto e non troviamo nessuno.» I soccorritori, nel frattempo, non si limitano ad aspettare che l'elicottero parta: «Un tecnico della centrale operativa del soccorso alpino è anche in grado di fornire indicazioni per tentare il rientro verso il sentiero, ma comunque la squadra è già in partenza.»
Il Soccorso Alpino è attivo 24 ore su 24, 365 giorni l'anno, e non è a pagamento. «Il soccorso alpino non chiede una compartecipazione delle spese», spiega Alessandrini. «Ciò che in alcuni casi è a pagamento è l'attivazione delle risorse sanitarie regionali, cioè il ticket sanitario, che però compete alla sanità regionale, non al soccorso alpino». Per coprire anche questa eventualità, basta stipulare un'assicurazione: quella inclusa nell'iscrizione al CAI (il bollino annuale) copre le spese di ricerca e soccorso non solo in Italia ma anche nei paesi con cui esiste un accordo di reciprocità.
Un motivo per cui molti non chiamano i soccorsi è la vergogna, spiega Alessandrini. Per molti, ammettere di essersi persi significa ammettere di aver sbagliato qualcosa: questo scatena la paura del giudizio, la sensazione di aver fatto qualcosa di stupido, il timore di "fare perdere tempo" ai soccorritori. Ma ogni ora di ritardo nella chiamata può significare una posizione più difficile da raggiungere, condizioni meteo peggiorate, temperature più basse, energie ulteriormente consumate. Ma chiamare presto non è una sconfitta: è una scelta intelligente che può salvarci la vita.