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Cambiare lenzuola e asciugamani 1, 2 o più volte a settimana: ogni quanto farlo per la scienza

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Dottore in Chimica e Tecnologia Farmaceutiche
Ogni quanto andrebbero lavati lavati lenzuola e asciugamani
Le lenzuola accumulano residui cutanei che nutrono gli acari della polvere, negli asciugamani invece l’umidità può favorire la proliferazione microbica. Lavaggi regolari e una corretta asciugatura aiutano a limitare questi fenomeni, anche se non esiste una soglia temporale universale oltre la quale i tessuti diventano pericolosi.

L'American Cleaning Institute (ACI) parla chiaro: le lenzuola andrebbero lavate ogni due settimane, mentre gli asciugamani dopo 3-5 utilizzi. Qual è la spiegazione? Lenzuola e asciugamani conservano una parte di ciò che il corpo elimina quotidianamente, come squame di pelle, sebo e sudore. Nelle lenzuola, i frammenti cutanei contribuiscono al nutrimento degli acari della polvere, responsabili di allergie nei soggetti predisposti, mentre batteri e funghi possono aumentare già durante la prima settimana di utilizzo. Negli asciugamani invece, è soprattutto l'acqua trattenuta nelle fibre a favorire la persistenza dei microrganismi, alcuni dei quali possono organizzarsi in strutture chiamate biofilm. Ma gli studi raccontano anche un'altra cosa: trovare microbi su un tessuto non significa necessariamente correre un rischio sanitario. Le indicazioni su quando lavare la biancheria sono quindi raccomandazioni preventive, non scadenze oltre le quali diventa improvvisamente pericolosa.

Frequenza cambio lenzuola in inverno ed estate

Secondo l'American Cleaning Institute, associazione statunitense che rappresenta l'industria dei prodotti per la pulizia e promuove pratiche di igiene domestica, le lenzuola andrebbero lavate ogni due settimane, e per capirne il motivo dobbiamo partire da come siamo fatti. La pelle è l'organo più esteso del nostro corpo e rappresenta una vera e propria barriera protettiva. La parte più esterna, chiamata epidermide, ha un'organizzazione stratificata: il livello più profondo è lo strato basale, formato da cellule staminali in continua divisione, che risalendo verso l'alto maturano in cheratinociti (cellule chiamate così perché producono cheratina) sempre più differenziati, fino a trasformarsi in corneociti, cellule ormai morte che costituiscono lo strato più esterno della pelle, detto strato corneo. Stiamo parlando quindi di un tessuto in continuo rinnovamento: le cellule staminali dello strato basale si dividono in continuazione e "spingono" le cellule nuove verso gli strati più esterni, portando quelle dello strato corneo a staccarsi dall'epidermide e disperdersi nell'ambiente. Questo fenomeno è noto come turnover cellulare.

turnover cellulare
Le fasi del turnover cellulare.

Certo, non facciamo la muta come i serpenti, ma la nostra pelle perde comunque minuscole squame che si disperdono in giro, come sulla nostra spugna, nei nostri vestiti… e anche nelle nostre lenzuola. Il problema è che queste scaglie di pelle sono il principale nutrimento dei cosiddetti acari della polvere, microscopici animali imparentati con ragni e zecche, ma che al contrario di questi non mordono o succhiano sangue. A rappresentare un problema sono invece gli allergeni che questi animali producono, come alcune proteine contenute nei loro residui corporei e fecali, in grado di scatenare, nei soggetti predisposti, reazioni allergiche responsabili di sintomi come rinite, asma ed eruzioni cutanee. Quindi: meno laviamo le lenzuola, più squame di pelle rimangono nel tessuto, contribuendo a creare un ambiente favorevole alla proliferazione degli acari della polvere.

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Un acaro della polvere domestica

Poi, ovviamente, i residui di pelle non sono le uniche tracce di noi che lasciamo tra le lenzuola. Durante la notte, infatti, il nostro corpo rilascia anche sudore e sebo, motivo per cui in estate, quanto tendiamo a sudare maggiormente, può essere consigliabile lavarle con più frequenza. A questi si aggiungono i microrganismi che abitano normalmente la pelle. Uno studio pubblicato sulla rivista Letters in Applied Microbiology nel 2026 ha analizzato la presenza di batteri e funghi nella biancheria da letto usata da nove partecipanti, seguendone l'evoluzione nell'arco di quattro settimane. È stato osservato che, già dopo una settimana la quantità di microrganismi era aumentata rispetto al primo giorno, soprattutto specie del genere Staphylococcus per i batteri e generi come Candida per i funghi. Importante sottolineare che lo studio è stato condotto su un gruppo molto ristretto di persone e molti dei microrganismi identificati facevano parte della normale flora microbica umana. Il loro aumento, quindi, non indica necessariamente un pericolo per la salute, ma dimostra come le lenzuola possano accumulare microrganismi durante il normale utilizzo.

Come effettuare il lavaggio? Secondo uno studio pubblicato su Frontiers in Microbiology, una temperatura di 60 °C è consigliata per eliminare efficacemente molti batteri potenzialmente patogeni. A temperature inferiori, come 40 °C, per ottenere un'efficace disinfezione può essere necessario usare detergenti ad azione antimicrobica, come quelli a base di perossidi o ipoclorito di sodio.

Negli asciugamani l’acqua complica le cose: quanti utilizzi

Sempre secondo l'American Cleaning Institute, gli asciugamani andrebbero lavati dopo 3-5 utilizzi, lasciandoli asciugare completamente tra un uso e l'altro. Questo perché sono progettati per assorbire acqua: la particolare struttura degli asciugamani, caratterizzata da fibre capaci di trattenere grandi quantità di acqua, può creare un ambiente favorevole alla persistenza e, in determinate condizioni, alla proliferazione microbica, soprattutto quando il tessuto rimane umido a lungo. Una maggiore attenzione andrebbe riservata agli asciugamani usati per asciugare mani e viso, soprattuto quando vengono condivisi da più persone: in quel caso può essere opportuno sostituirli più frequentemente.

Uno studio pubblicato su Scientific Reports nel 2023 ha esaminato proprio questo fenomeno, analizzando gli asciugamani usati quotidianamente in 26 abitazioni nell'arco di 6 mesi. I ricercatori hanno osservato la formazione di biofilm, cioè aggregati di microrganismi immersi in una matrice di sostanze extracellulari che li aiuta ad aderire meglio alle superfici e ne rende quindi più difficile la rimozione. Queste strutture erano presenti soprattutto nelle parti più profonde del tessuto, tra le fibre che costituiscono la base dell'asciugamano. Inoltre, lo studio suggerisce che alcune specie microbiche erano significativamente diverse da quelle presenti normalmente sulla nostra pelle, segno che potrebbe esserci stata contaminazione dall'ambiente esterno.

Questo non significa che dopo un utilizzo il nostro asciugamano diventi subito pericoloso, né che i biofilm osservati fossero necessariamente responsabili di infezioni. Lo studio analizzava soprattutto le caratteristiche microbiche dei tessuti durante l'uso prolungato e i normali cicli di lavaggio: non è importante solo lavare gli asciugamani, ma anche non tenerli umidi per troppe ore, evitando che offrano condizioni favorevoli alla proliferazione batterica.

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