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16 Agosto 2026
15:00

Perché ci affezioniamo alle celebrità o ai personaggi di serie TV: dipende dalle relazioni parasociali

Le relazioni parasociali descrivono il legame emotivo che si sviluppa con celebrità, influencer o personaggi di fantasia. Familiarità, senso di appartenenza e psicologia narrativa contribuiscono a farci sentire coinvolti nelle storie di chi non conosciamo o di chi guardiamo solo da uno schermo.

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Perché ci affezioniamo alle celebrità o ai personaggi di serie TV: dipende dalle relazioni parasociali
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Chi non ha mai pensato “che peccato” leggendo della separazione di una coppia famosa? A chi non è mai scesa una lacrima davanti a una scena particolarmente commovente che coinvolgeva i personaggi di una serie tv, di un film o di un video? Per non parlare di quando muore un attore, un cantante o una celebrità: la tristezza che proviamo può sembrare sorprendentemente autentica. A prima vista è un paradosso: razionalmente sappiamo che quelle persone non fanno parte della nostra vita e, nel caso dei personaggi di fantasia, sappiamo perfino che non esistono affatto. Eppure il coinvolgimento emotivo è reale. Questo accade perché il nostro cervello è estremamente abile nel costruire legami sociali e, in alcuni casi, è in grado di farlo anche in assenza di una reciprocità: un fenomeno che in psicologia viene definito relazione parasociale e che i social network hanno contribuito a rendere più frequente e visibile.

Cosa sono le relazioni parasociali che ci fanno innamorate dei personaggi TV: gli studi

Il concetto di relazione parasociale è stato introdotto dagli studiosi Donald Horton e Richard Wohl nel 1956. Nel loro articolo “Mass Communication and Para-social Interaction”, descrivevano in particolare il legame che il pubblico può instaurare con i personaggi televisivi, percependoli quasi come conoscenti e amici, pur in assenza di uno scambio relazionale reciproco.

Secondo i due ricercatori, le relazioni parasociali sono rapporti unilaterali, nei quali una persona sviluppa sentimenti di familiarità e coinvolgimento verso qualcuno che, dall’altra parte, ignora completamente la sua esistenza. Con l’arrivo dei social media questo fenomeno si è amplificato enormemente. Influencer e celebrità condividono ogni giorno aspetti della loro vita privata, parlano direttamente alla telecamera, mostrano la loro quotidianità, i momenti difficili e i successi. Tutto questo contribuisce a creare quello che definirono “intimità a distanza”, spesso descritta nel linguaggio divulgativo come illusione di intimità: la sensazione di conoscere davvero quella persona, quasi come se facesse parte della nostra cerchia sociale. Non sorprende quindi, che qualsiasi accadimento, positivo o negativo, che riguarda la vita dei personaggi famosi finisca per coinvolgerci affettivamente.

E infatti: avete presente, ad esempio, quel senso di tristezza o di perdita che alcune persone sperimentano quando una celebrità muore o esce improvvisamente dalla scena pubblica? È quello che oggi viene definito parasocial grief, ovvero il lutto parasociale. Un caso emblematico è stato quello della morte della principessa Diana, nel 1997. Milioni di persone, pur non conoscendola direttamente, parteciparono al lutto e molti descrissero il proprio dolore con espressioni tipiche delle relazioni personali, affermando che Lady D era come “una di famiglia”. Gli studiosi interpretarono queste reazioni come una manifestazione collettiva di relazione parasociale.

Fenomeni simili sono stati osservati anche dopo la morte di altre celebrità. Ad esempio, G. Sanderson e P.Cheong, nel 2010, analizzando le reazioni online alla scomparsa di Michael Jackson, mostrarono come molte persone esprimessero un dolore paragonabile per caratteristiche a quello provato per la perdita di una persona cara, condividendo ricordi, messaggi di cordoglio e racconti del legame emotivo costruito negli anni attraverso la sua musica e la sua presenza mediatica.

Come mai ci sentiamo così vicini alle celebrità: effetto di mera esposizione

Per spiegare il fenomeno in maniera sufficientemente esaustiva, dobbiamo prendere in considerazione più di un meccanismo psicologico.

La Mere exposure effect (effetto di mera esposizione). Descritto dallo psicologo Robert Zajonc nel 1968, spiega che più siamo esposti a uno stimolo, più tendiamo a percepirlo come familiare e, di conseguenza, a valutarlo positivamente. Vedere ripetutamente il volto di una celebrità, ascoltarne la voce o seguirne la quotidianità fa sì che il cervello la elabori come presenza prevedibile e stabile. Non significa che la consideriamo davvero amica, ma che inizia a occupare uno spazio nel nostro panorama sociale e mentale (ci sentiamo, in un certo senso, “parte” del suo mondo).

La zona di comfort: diversi studi suggeriscono che le relazioni parasociali possano offrire un temporaneo senso di compagnia e sicurezza, soprattutto in momento di stress, cambiamento o solitudine. Uno studio di Jaye Derrick, Shira Gabriel e Kurt Hugenberg del 2009, ad esempio, ha mostrato che dopo aver sperimentato una situazione di esclusione sociale in laboratorio, i partecipanti si sentivano meno soli semplicemente pensando al proprio personaggio televisivo preferito o guardando una clip della serie che seguivano. Gli autori hanno definito questo fenomeno social surrogacy (surrogato sociale): i personaggi dei media possono funzionare, almeno temporaneamente, come una fonte di conforto psicologico, assumendo una funzione compensatoria.

Ancora, la narrative transportation, cioè la capacità delle storie di "trasportarci" al loro interno, facendoci vivere come nostre le emozioni dei protagonisti. Secondo la psicologia narrativa, gli esseri umani interpretano la realtà organizzando gli eventi in forma di racconto. Non memorizziamo semplicemente una successione di fatti: li organizziamo in una trama, attribuiamo un significato ai personaggi, alle difficoltà che affrontano e al modo in cui le loro vicende si evolvono. Per questo motivo, possiamo affezionarci tanto alla storia di una celebrità quanto a quella di un personaggio di fantasia (vi è mai capitato di dispiacervi per la fine di una relazione di due personaggi? O per il termine della vostra serie TV preferita?)

Volendo essere precisi, in uno studio del 2011, gli psicologici Dara Greenwood e Christopher Long hanno osservato che le persone single con un maggiore bisogno di appartenenza e livelli più elevati di ansia da attaccamento, tendevano a sviluppare legami parasociali più intensi, ma in realtà questi rapporti sono estremamente comuni anche tra chi ha una rete sociale ricca e soddisfacente.

In altre parole, che siano alimentate dalla familiarità, dalla ripetuta esposizione o dal bisogno di sentirsi più vicini agli altri, le relazioni parasociali fanno parte del normale funzionamento della nostra vita e, di per sé, non costituiscono nulla di patologico.

I motivi per cui il cervello si lascia coinvolgere secondo la psicologia

Se ci spostiamo nell’ambito neuropsicologico, le relazioni parasociali sono una manifestazione di un fenomeno più ampio: la straordinaria capacità del cervello di coinvolgersi nelle esperienze degli altri, anche quando vengono osservate attraverso uno schermo.

Nel 2001 lo psicologo Jonathan Cohen ha proposto che, quando seguiamo un personaggio dei media, entriamo in processi di identificazione che coinvolgono tre componenti fondamentali della cognizione sociale:

  • L’empatia, cioè la capacità di condividere gli stati emotivi di un’altra persona;
  • La presa di prospettiva (perspective taking), ovvero la capacità di immaginare il punto di vista del protagonista;
  • Assorbimento, che ci permette di “metterci nei suoi panni” e anticiparne pensieri, emozioni e comportamenti.

Dal punto di vista neuroscientifico, questi processi coinvolgono le reti cerebrali della social cognition, cioè quell'insieme di aree che utilizziamo ogni giorno per interpretare le emozioni, le intenzioni e il comportamento delle persone con cui interagiamo. Per il cervello, osservare qualcuno o vivere una determinata esperienza significa, almeno in parte, simularla internamente suscitando un certo coinvolgimento emotivo.

Questo non significa che il cervello confonda realtà e finzione. Sappiamo perfettamente che un personaggio di una serie TV non esiste o che una celebrità non fa parte della nostra vita. Tuttavia, per comprenderne emozioni e intenzioni, il cervello ricorre agli stessi meccanismi di cognizione sociale che utilizza nelle relazioni quotidiane.

A rendere il coinvolgimento ancora più intenso contribuisce anche il modo in cui il cervello elabora le storie. Studi di neuroimaging condotti dal neuroscienziato Uri Hasson hanno mostrato che quando più persone guardano lo stesso film, la loro attività cerebrale tende a sincronizzarsi nelle aree coinvolte nell'attenzione, nell'elaborazione delle emozioni e nella comprensione della narrazione.

È anche per questo che possiamo ridere, commuoverci o provare dispiacere davanti a uno schermo. Non perché il cervello confonda ciò che è reale con ciò che è immaginario, ma perché utilizza gli stessi strumenti cognitivi con cui interpreta e comprende le esperienze delle persone nella vita di tutti i giorni.

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