
Negli ultimi giorni gli Stati Uniti hanno colpito oltre 100 obiettivi siti militari iraniani situati lungo le aree costiere e l'Iran ha attaccato con missili e droni le basi americane situate nella regione. È dagli inizi di luglio 2026 che le tensioni geopolitiche nell'area situata attorno allo Stretto di Hormuz si sono di nuovo intensificate nella guerra USA-Iran, tanto da far affermare allo stesso presidente americano Donald J. Trump nel corso di una conferenza stampa a latere dell'ultimo vertice NATO di Ankara che, tra le altre cose, “la tregua è finita”. Questi eventi – oltre ai colloqui con Netanyahu e un presunto piano iraniano per assassinare Trump – gettano nuovamente un'ombra sulla possibilità che i negoziati di pace tra gli Stati Uniti d'America e la Repubblica Islamica d'Iran possano giungere ad una conclusione positiva.
Il Memorandum di Islamabad: una sconfitta strategica per gli USA
Il 17 giugno 2026 nel corso di due cerimonie disgiunte tenutesi rispettivamente a Teheran e alla reggia di Versailles, non lontano da Parigi, il presidente americano Trump e quello iraniano Pezeshkian avevano controfirmato il cosiddetto “Memorandum di Islamabad”, articolato su 14 punti e interpretato dalla maggior parte degli analisti come una sorta di capitolazione americana nei confronti dell'Iran, che ne è infatti uscito notevolmente rafforzato dal lato diplomatico e in virtuale controllo delle rotte in entrata ed uscita da e per il Golfo Persico attraverso il “choke point” costituito dallo Stretto di Hormuz. Iran e Oman starebbero ora lavorando a un piano per introdurre la riscossione di un pedaggio per le navi in transito nello Stretto: il Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom) ha formalmente negato che l'Iran abbia il controllo dello Stretto.
Vi è poi il nodo geopolitico della situazione in Libano. L'Iran ha infatti legato l'implementazione del Memorandum alla cessazione completa delle ostilità in territorio libanese e quindi alla fine delle operazioni militari israeliane contro Hezbollah, ma lo Stato Ebraico ha sino ad ora continuato a mantenere una libertà d'azione indiendente rispetto ai desiderata dei principali attori della contesa mediorientale. Viste queste premesse, in molti si chiedevano quanto a lungo questa tregua posticcia avrebbe potuto durare.
Il perdurare delle tensioni, i nuovi attacchi incrociati e i funerali di Ali Khamenei
La situazione ha visto una brusca accelerazione nel corso degli ultimi giorni di giugno, quando gli attacchi incrociati sono ricominciati nel mezzo dello stallo nelle trattative. Ovviamente i duellanti sia a Washington che a Teheran non hanno esitato a scaricare la colpa sulla controparte avversaria, annunciando contemporaneamente un ampliamento delle rispettive azioni militari in risposta alla violazione dello spirito del Memorandum di Islamabad.
Tra il 7 e l'8 luglio l'escalation ha portato gli Stati Uniti a colpire un'ottantina di siti militari iraniani situati lungo le aree costiere, specialmente nell'area di Bushehr, Bandar Abbas e Konarak (a cui si sono aggiunti altri obiettivi colpiti negli ultimi giorni), mentre i Pasdaran hanno attaccato con missili e droni le basi americane situate nella regione, in particolare quelle situate in Kuwait, Qatar e Bahrein, che già erano state danneggiate nel corso della fase attiva della guerra. Oltre agli attacchi diretti contro le basi USA nel Golfo, alcuni missili iraniani sono stati intercettati anche in Giordania.
A rendere il clima ancora più incandescente si sono aggiunti i funerali, appena conclusisi a Mashhad, dell'ex Guida suprema Ali Khamenei, rimasto ucciso all'inizio delle ostilità insieme ad alcuni familiari. Un evento epocale – che la stampa locale ha celebrato come il funerale più grande della storia mondiale, con 40 milioni di partecipanti – che ha scosso profondamente il Paese, segnato peraltro dall'assenza per motivi di sicurezza del suo successore Mojtaba.
Tregua o nuova guerra Iran-USA: le previsioni per il futuro e il piano contro Trump
È molto difficile dire al momento cosa ci riserverà il futuro. Alcuni analisti hanno apertamente parlato di ritorno alla guerra mentre altri hanno invece letto l'azione americana come un modo per poter recuperare alcune leve coercitive in sede diplomatica.
Sebbene nessuno scenario vada scartato a priori, parrebbe che la seconda spiegazione sia quella più probabile perché al momento gli americani, che nel corso dei mesi scorsi hanno ritirato dall'area tutta una serie di asset navali e aerei fondamentali, non possono più fare affidamento su un sostegno logistico adeguato a portare avanti un conflitto su vasta scala e di lunga durata. Quello stesso sostegno che, dimostratosi carente nel corso del mese di marzo 2026, aveva decretato l'interruzione delle operazioni militari americane e dei loro alleati e la vittoria dell'Iran durante la prima fase della guerra.
Da capire poi, ancora una volta, quale sarà il ruolo di Israele. In base a quanto riportato dalla testata Axios, nelle ultime ore il presidente americano Trump e il primo ministro israeliano Netanyahu hanno avuto una lunga conversazione telefonica per coordinare le loro azioni future con il sempre attivo ministro della difesa Katz affermare che Israele è pronta a riprendere i raid aerei.
Secondo indiscrezioni pubblicate dal Wall Street Journal, i servizi segreti israeliani avrebbero anche condiviso con le loro controparti a Stelle e Strisce i dettagli di un piano iraniano per assassinare Trump, ma tali notizie devono essere trattate con la massima attenzione visto il massiccio utilizzo della propaganda e la disseminazione di false informazioni alle quali i contendenti hanno fatto più volte ricorso in passato.