
La pallavolo che conosciamo oggi, con set rapidi ai 25 punti e partite di durata tutto sommato prevedibile, non è sempre esistita. Per gran parte della sua storia il sistema di punteggio è stato completamente diverso, e quel cambiamento ha avuto un impatto profondo sul gioco, sulla tattica e sulla sua percezione da parte del pubblico.
Il sistema “classico”: il cambio palla
Per decenni, la pallavolo ha adottato il cosiddetto “side‑out scoring system”, noto in italiano come “cambio palla”. Secondo questo metodo solo la squadra che serviva poteva segnare un punto. Se la squadra ricevente vinceva lo scambio, non otteneva un punto, ma solo il diritto a servire (il cosiddetto “side‑out”) e quindi una chance per fare punto in seguito.
Nella pratica, moltissimi scambi non producevano alcun punto, e il gioco era spesso suddiviso in “fasi”: conquista del servizio, costruzione, e infine la possibilità di mettere a referto un punto. Questa struttura aveva delle conseguenze importanti, a partire dal ritmo del punteggio, lento e discontinuo, con partite che potevano diventare molto lunghe e imprevedibili nella durata perché, anche vincendo molti scambi, una squadra poteva non avvicinarsi al punteggio finale finché non aveva il servizio. Match molto equilibrati, giocati punto a punto, rischiavano di trasformarsi in un continuo cambio palla con pochissimi punti messi a segno.
Questo sistema è quello che ha accompagnato i grandi successi della nazionale maschile di volley negli anni ’90, la Generazione di Fenomeni allenata da Julio Velasco che vinse 3 Mondiali consecutivi e 8 World League tra il 1990 e il 2000.
Un sistema problematico per il palinsesto televisivo: il cambiamento
Con il sistema del cambio palla, era necessario arrivare a 15 punti con 2 punti di vantaggio per vincere un set. Ma con il passare degli anni divenne sempre più evidente un problema: il sistema del side‑out non si adattava bene alla crescita del volley come sport di massa, all’aumento dell’attenzione dei media e alle crescenti opportunità televisive di questa disciplina. Una partita di alto livello poteva raggiungere facilmente le tre ore di durata, rendendo difficile la programmazione televisiva e complicando la comprensione del gioco per il pubblico generalista.
La svolta arrivò nel 1998, con l’introduzione ufficiale del rally point system e la sua applicazione a livello internazionale a partire dal 2000. Questo nuovo sistema ha mutato radicalmente la logica del punteggio: ogni azione (rally) assegna un punto, indipendentemente da chi serve, e la squadra che vince il punto ottiene anche il servizio per il rally successivo. In questo modo le partite diventano immediatamente più comprensibili per tutti, perché ogni azione si converte in una variazione del punteggio. Con il rally point system i set vengono giocati a 25 punti, mantenendo l’obbligo di un vantaggio minimo di 2 punti, con l’eventuale 5° set giocato a 15 punti.
Uno sport più veloce, spietato e atletico
Con l’introduzione del nuovo sistema di punteggio gli incontri hanno assunto una durata più breve e prevedibile, solitamente tra i 90 e i 120 minuti, diventando più godibili per un pubblico più ampio e più facili da inserire nei fittissimi palinsesti televisivi. Insieme al nuovo sistema di punteggio, sono state modificate altre regole per rendere il gioco più fluido e spettacolare, molte delle quali oggi diamo per scontate, come ad esempio la validità del servizio anche dopo un tocco di rete e l’introduzione del ruolo del libero. È cambiata, com’era prevedibile, anche la dinamica del gioco stesso. Con il rally point, ogni azione conta immediatamente, ogni errore pesa di più e la strategia del match si semplifica: non esistono più la “fase di servizio” e la “fase di ricezione”, perché chi vince lo scambio segna il punto, sempre.