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15 Luglio 2026
6:00

Shrinkflation, dal 15 luglio in vigore le nuove norme: cosa cambia per i prodotti da supermercato

Da oggi 15 luglio 2026 entrano in vigore in Italia nuove norme contro la shrinkflation, fenomeno che colpisce i beni di largo consumo riducendo le quantità (a parità di prezzo). Rispetto alla prima stesura, scompare però l'obbligo per i produttori di un'etichetta indicativa: basterà un sistema di comunicazione lungo la filera.

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Shrinkflation, dal 15 luglio in vigore le nuove norme: cosa cambia per i prodotti da supermercato
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In vigore nuove regole per la shrinkflation.

Oggi 15 luglio 2026 entrano in vigore le nuove norme italiane sulla shrinkflation, contenute nel decreto legislativo notificato dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT) alla Commissione europea lo scorso 15 aprile. I tre mesi concessi all'Unione Europea per eventuali contestazioni sono infatti scaduti senza richieste di modifiche: questo significa che il decreto è stato approvato in via tacita.

L'obiettivo del governo era quello di tutelare maggiormente i consumatori davanti a una dinamica sempre più diffusa: la confezione è identica, il prezzo è lo stesso (o addirittura aumentato), ma il prodotto all'interno è diminuito. Succede con qualsiasi prodotto e si chiama appunto shrinkflation, dall'inglese shrink (restringersi) e inflation (inflazione).

È una forma di aumento dei prezzi invisibile, perché non compare sullo scontrino: il consumatore paga la stessa cifra di prima, ma porta a casa meno prodotto. Le nuove norme, però, sono ben diverse da quelle pensate in origine: salta infatti l'obbligo di inserire un'etichetta su tutti i prodotti che contengono quantità inferiori rispetto al passato, mentre la durata dell'obbligo informativo scende da 6 a 3 mesi.

Cosa cambia per i prodotti del supermercato dal 15 luglio: le nuove regole

Per capire cosa cambia da oggi, 15 luglio, e perché dobbiamo fare un passo indietro. Già nel 2024, con il Ddl Concorrenza, il governo era intervenuto contro la shrinkflation modificando il Codice del consumo con l'introduzione dell'articolo 15-bis. La norma prevedeva un obbligo piuttosto diretto: i produttori che riducevano la quantità di un prodotto, mantenendo invariata la confezione, dovevano applicare un'etichetta ben visibile sulla confezione stessa, con una dicitura esplicita simile a «Questa confezione contiene un prodotto inferiore di X rispetto alla precedente quantità». L'obbligo avrebbe avuto una durata di sei mesi dalla data di immissione in commercio del prodotto riporzionato.

Come emerge dal documento ufficiale TRIS della Commissione europea, l'Italia aveva difeso questo approccio richiamando il principio di trasparenza nei confronti dei consumatori e citando anche le scienze comportamentali: secondo il governo, un'informazione apposta direttamente sul prodotto è più efficace di un avviso sullo scaffale, perché raggiunge il consumatore nel momento esatto della scelta d'acquisto.

Tuttavia, nel marzo 2025 l'Unione Europea aveva avviato una procedura di infrazione nei confronti dell'Italia, contestando che l'obbligo di un'etichetta specifica sulla confezione potesse rappresentare un ostacolo alla libera circolazione delle merci (una delle 4 libertà fondamentali su cui si basa l'Unione Europea) nel mercato unico, imponendo ai produttori costi aggiuntivi per adeguare i propri prodotti esclusivamente per il mercato italiano.

La Commissione, pur riconoscendo la legittimità della tutela dei consumatori, aveva ritenuto la misura sproporzionata rispetto all'obiettivo, suggerendo soluzioni meno invasive come avvisi nei punti vendita. Risultato: il governo ha dovuto rivedere l'intero impianto della normativa con un nuovo decreto.

Con la nuova normativa in vigore dal 15 luglio, quindi, scompare l'obbligo di etichettatura diretta sulla confezione. Al suo posto viene introdotto «un sistema di comunicazione che si sviluppa lungo l'intera filiera commerciale, coinvolgendo produttori, distributori e rivenditori sia fisici che online».

In concreto, quando un produttore riduce la quantità nominale di un prodotto, i soggetti della filiera devono trasmettere ai venditori una comunicazione standardizzata contenente le informazioni sulla variazione e la percentuale di aumento del prezzo riconducibile alla riduzione del contenuto. Queste informazioni devono poi essere rese disponibili ai consumatori nei punti vendita o attraverso i canali digitali.

L'obbligo informativo, inoltre, ha una durata ridotta: passa dai 6 mesi inizialmente previsti a 3 mesi dalla data di immissione in commercio del prodotto nella nuova quantità. Sono anche previste delle eccezioni: la normativa, infatti, non si applica quando la riduzione quantitativa è accompagnata da modifiche della formulazione del prodotto che ne migliorino la resa o l'efficacia d'uso, mantenendo invariato il valore complessivo per il consumatore.

I numeri della shrinkflation: quanto pesa sulle famiglie italiane

Va detto subito che il Codacons (l'associazione a tutela dell'ambiente e dei diritti dei consumatori) ha definito le nuove norme «annacquate e poco incisive», proprio perché lo spostamento dell'informazione dalla confezione al punto vendita (o ai canali digitali) solleva dubbi sulla reale percepibilità del cambiamento da parte del consumatore nel momento dell'acquisto.

Ma quanto incide concretamente la shrinkflation sulle spese quotidiane degli italiani? Il fenomeno riguarda il mercato dei beni di largo consumo, che in Italia vale circa 120 miliardi di euro all'anno. Secondo le stime del Codacons, la pratica genera aumenti occulti dei prezzi compresi in media tra il +10% e il +18%, con punte che in alcuni casi raggiungono il +40%.

A essere colpite sono soprattutto le categorie di prodotti che compriamo più spesso: tra gli alimentari, i più coinvolti sono cereali, yogurt, gelati, snack, biscotti, fette biscottate, salse pronte, formaggi confezionati e bibite. Ma il fenomeno non si ferma al cibo: investe anche i prodotti per la casa (detersivi, carta igienica) e quelli per la cura del corpo (bagnoschiuma, shampoo, dentifricio).

Un dato a livello europeo aiuta a inquadrare la portata del fenomeno: secondo il Consumer Conditions Scoreboard 2025 della Commissione UE, il 74% dei consumatori europei ha dichiarato di aver notato, oltre al generale aumento dei prezzi, una riduzione delle dimensioni degli imballaggi e della qualità dei prodotti, senza un corrispondente calo del prezzo di acquisto.

Il problema è che quantificare con precisione l'impatto complessivo della shrinkflation non è semplice, perché il fenomeno non viene rilevato in modo specifico dall'ISTAT nel monitoraggio dell'inflazione. Tuttavia, il Codacons ha provato a fare una stima: ipotizzando un effetto anche minimo dello 0,1% annuo sui prezzi dell'intero paniere dei beni di largo consumo, il conto a carico delle famiglie negli ultimi 15 anni ammonterebbe a circa 1,8 miliardi di euro.

C'è poi un fenomeno parallelo che rischia di complicare ulteriormente la situazione, ovvero la cosiddetta “skimpflation”: se la shrinkflation riduce la quantità, la skimpflation ne riduce la qualità. I produttori abbattono i costi sostituendo le materie prime con alternative di minore qualità (olio di palma al posto del burro, tuorli in polvere al posto di uova fresche, addensanti e acqua al posto della carne nei piatti pronti) oppure tagliando i servizi offerti, il tutto senza ritoccare i prezzi al ribasso. Una pratica diversa dalla shrinkflation, ma con lo stesso effetto finale: il consumatore paga lo stesso prezzo per un valore reale inferiore.

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Sara Brugnoni
Junior News Editor
Lavoro come giornalista per la sezione news di Geopop: mi occupo principalmente delle notizie di attualità e di tutto ciò che avviene sul Pianeta Terra, dalla geopolitica allo spazio, fino alla società nel suo complesso. Ho lavorato per un quotidiano economico e ho una laurea magistrale in Scienze Politiche, grazie alla quale ho capito quanto gli eventi del mondo siano profondamente connessi tra di loro.
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