Tra i relitti del cimitero di sommergibili scoperto al largo della Tunisia potrebbe esserci anche il sommergibile Smeraldo, un battello italiano della Regia Marina svanito nel nulla durante la Seconda Guerra Mondiale.
Lo Smeraldo, sommergibile Classe Sirena varato a Taranto nel 1933, affondò nel settembre del 1941 con 45 uomini a bordo, per cause ancora ignote. Durante quell'ultima missione avrebbe dovuto attaccare un convoglio britannico, ma non tornò mai alla base. Eppure, i registri della Royal Navy non segnalano alcun affondamento di un sommergibile italiano in quel periodo, ragion per cui secondo gli storici il sottomarino sarebbe scomparso a causa di una mina.
Com'era fatto lo Smeraldo della Regia Marina
Lo Smeraldo apparteneva alla classe "600" (classe Sirena, nello specifico) e di questo tipo ne vennero costruiti quasi 60 esemplari. Erano infatti una componente subacquea importante per la Regia Marina nel Mar Mediterraneo. Va specificato che questo era un sommergibile costiero, concepito quindi per agguati rapidi e manovre nel bacino del Mediterraneo, ma non per lunghe crociere oceaniche.
Era lungo poco più di 60 metri e largo meno di 6 metri e mezzo, e utilizzava due motori diesel Tosi che gli permettevano di raggiungere una velocità massima di 14 nodi (circa 26 km all'ora). Sott'acqua, però, usava due motori elettrici Magneti Marelli da circa 800 cavalli totali, che lo spingevano fino a 7,5 nodi (circa 14 km orari).
Il suo punto di forza stava nei suoi 6 tubi lanciasiluri da 533 mm (4 a prua e 2 a poppa), supportati da una riserva di siluri a bordo. Ma non solo: lo Smeraldo aveva sul ponte di coperta anche un cannone da 100/47 mm e delle mitragliatrici binate da 13,2 mm per la difesa aerea.
I 45 uomini a bordo non conducevano di certo una vita facile, visto che dovevano condividere degli spazi angusti, con l'aria viziata dai fumi della combustione. Ma per quanto fosse scomodo, fu un mezzo essenziale per la storia militare italiana: infatti, fu proprio dallo Smeraldo che venne lanciato il primo siluro lanciato da un sommergibile italiano della Seconda Guerra Mondiale.
La storia del sommergibile e l’ultima missione: il collo di bottiglia del Canale di Sicilia
Dopo il varo nel 1933 e il periodo di addestramento, lo Smeraldo fu stanziato a Taranto e, dal 1935, passò alle squadriglie sommergibili con base a Messina.
Prima ancora della Seconda Guerra Mondiale, però, prese parte clandestinamente alla guerra civile spagnola, con un’unica missione tra il 25 agosto e il 6 settembre 1937 nelle acque di Capo Palos (costa sud-orientale della Spagna) che si concluse senza risultati.
Quando l’Italia entrò in guerra, il 10 giugno 1940, lo Smeraldo si trovava a Tobruk, in Libia, e salpò per la sua prima missione: nella notte dell’11 giugno fu il primo sommergibile italiano a lanciare un siluro nel conflitto, anche se il colpo andò a vuoto a causa del mare mosso.
Poche settimane dopo venne localizzato da alcuni cacciatorpediniere britannici, e fu allora che sopravvisse a una delle cacce più dure mai subite da un sommergibile italiano: fu investito da circa 200 bombe di profondità, subendo gravi danni. Eppure, non affondò.
L'attacco costrinse il sommergibile a proseguire a quota profonda e a velocità minima, per sfuggire ai sonar degli Alleati. Infine, riemerse e, nonostante le gravi avarie, proseguì verso Tobruk.
Giunto alla base libica, i danni allo scafo e agli apparati si rivelarono ben presto troppo estesi per i cantieri locali, e fu così che lo Smeraldo venne trasferito in Sicilia, all'Arsenale di Augusta, dove avrebbe passato i successivi cinque mesi per effettuare tutte le riparazioni necessarie.
Una volta rimesso in sesto, tornò in mare per altre missioni tra l'Egitto, Malta e Creta, tutte senza risultati.
Infine, lo Smeraldo mollò gli ormeggi della città di Augusta per la sua sedicesima (e, sfortunatamente, l'ultima) missione il 15 settembre 1941. La destinazione? Il mare lungo le coste tunisine (a ponente di Malta), dove avrebbe teso un agguato ai convogli britannici.
Il Canale di Sicilia era allora un luogo pericolosissimo da attraversare, visto che era presidiato dalla caccia antisommergibile degli Alleati e costellato da estesi sbarramenti di mine.
Per sfuggire alla radiogoniometria nemica era necessario un rigoroso silenzio radio: la Supermarina italiana, quindi, non ricevette alcun segnale, per non tradire la posizione.
Il 26 settembre, però, il sommergibile sarebbe dovuto rientrare, e non ricomparve alla base. Fu quindi chiaro che era accaduto qualcosa, e lo Smeraldo venne dichiarato ufficialmente disperso in mare, e con lui il comandante Bartolomeo La Penna e l'intero equipaggio di marinai.
Come potrebbe essere affondato e il presunto ritrovamento dopo 80 anni n Tunisia
Non avendo alcuna fonte né un SOS a cui fare riferimento, la fine dello Smeraldo è stata ricostruita attraverso le ipotesi degli storici navali confrontando delle rotte teoriche e i bollettini bellici di quell'epoca.
Secondo l'ipotesi più accreditata, il sommergibile avrebbe impattato con una mina navale. Le acque per cui era passato, infatti, erano disseminate di sbarramenti minati difensivi posate dai britannici e dai francesi. Bastava poco per saltare in aria: se il sommergibile in immersione urtava una mina ormeggiata sotto il pelo dell'acqua, infatti, l'onda d'urto lo squarciava all'istante, e l'allagamento era questione di una manciata di secondi.
Nel 2018 il sub belga Jean-Pierre Misson, che da anni conduce esplorazioni dei fondali del Mediterraneo meridionale utilizzando sistemi sonar e acustici, ha annunciato il ritrovamento di una serie di relitti di sommergibili militari a circa 70-90 metri di profondità al largo di Tabarka.
Il 1° novembre 2026 un servizio del TG1 è tornato proprio su questa vicenda: tra le carcasse, infatti, ci sarebbe anche quella dello Smeraldo, insieme a otto sommergibili britannici. L'identificazione, però, non è ancora accertata, e servirà un'ispezione diretta dei relitti per sapere con certezza se l'indimenticato sommergibile è tra i relitti.
