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La storia di Matteuccia da Todi, la prima donna bruciata sul rogo come strega in Italia

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Caccia alle streghe, immagine del 1555 - Credits: R. Decker, Public domain, via Wikimedia Commons
Matteuccia da Todi, erborista e guaritrice umbra, fu la prima donna in Italia ad essere arsa viva per stregoneria nel 1428. Stimata da popolo e nobili, fu accusata di infanticidio, riti magici di guarigione e commercio di filtri d’amore. Il suo rogo segnò l’inizio della caccia alle streghe.

Matteuccia da Todi— conosciuta nei secoli successivi come "la Strega di Ripabianca", dal nome del villaggio in cui visse — è stata la prima donna in Italia, secondo le fonti documentate, ad essere bruciata sul rogo con l’accusa di stregoneria, dando il via alla caccia alle streghe in Italia, una pratica durata per circa 300 anni.

Il 20 marzo 1428, Matteuccia fu arsa viva dopo essere stata giudicata colpevole di trenta capi d’accusa che la accusavano di essere strega, fattucchiera e incantatrice: non si ribellò alle accuse e alla fine confessò, probabilmente a causa delle torture che venivano abitualmente messe in atto per ottenere false confessioni. Matteuccia, in realtà, era principalmente un’esperta erborista e guaritrice, tenuta in grande considerazione sia dal popolo che dai nobili, perché i suoi rimedi erano efficaci. Aveva anche protettori potenti che le offrivano protezione e prestigio, ma proprio questa rete di relazioni potrebbe averla resa vulnerabile. Molti storici pensano che le accuse contro di lei non fossero solo paura o ignoranza, ma anche strumenti politici: colpire Matteuccia significava indebolire chi la sosteneva, in questo caso Braccio da Montone, signore molto potente che intratteneva rapporti ostili con Papa Martino V.

Matteuccia da Todi, esperta di erbe e guaritrice, e il legame con Braccio da Montone

Matteuccia di Francesco, ovvero “figlia di Francesco” nacque in Umbria nel 1388 (data presunta) a Ripabianca, borgo a circa 20 km da Todi. Non si hanno notizie sulla sua infanzia, ma si sa che in età adulta lavorasse come Domina Herbarum, erborista guaritrice. Preparava unguenti, decotti, infusi, pomate e altre preparazioni che, accompagnate da formule da recitare a voce alta, guarivano dolori, infortuni, piaghe e malesseri vari, tra cui anche pene più “interiori”, come il mal d’amore.

La storia di Matteuccia arriva fino a noi perché i suoi rimedi, in molti casi, erano efficaci, poiché probabilmente basati sull’efficacia sfiammante, decongestionante e rilassante di molte erbe officinali. Si pensa, poi, che molte altre delle sue preparazioni, come ad esempio le pozioni d’amore, fossero in realtà innocue, e sortissero effetti perché uomini e donne a cui le somministrava entravano in una sorta di “delirio” di superstizione.

Matteuccia era tenuta in considerazione non solo dal popolo, ma anche da alcuni nobili e potenti, tra cui Andrea Fortebraccio, detto Braccio da Montone, che fu Signore di Perugia, di Bologna, Principe di Capua e Conte di Montone, che divenne il suo protettore. Alcuni storici hanno ipotizzato che le voci malevole che iniziarono a girare su Matteuccia accusandola di pratiche demoniache fossero in realtà un modo per colpire l’autorità di Braccio da Montone, poiché il signore aveva una politica molto aggressiva nel centro Italia, ed era in aperta ostilità con Papa Martino V.

Le accuse di stregoneria e il processo nel Tribunale dei Malefici

Matteuccia venne accusata di praticare la magia nera ed essere una strega e, quando si presentò al Tribunale dei Malefici, il luogo deputato a questo tipo di processi, su di lei pendevano ben trenta capi d’accusa. Tra questi, si diceva che avesse lanciato anatemi su bambini e che ne avesse bevuto il sangue, che avesse usato carne umana per preparare un unguento, che avesse volato in sella a un capro fino al “noce di Benevento”, l'albero dove si pensava che le streghe si ritrovassero insieme a Satana.

Il noce di Benevento aveva la nomea di essere un albero maledetto perché, come si è scoperto in seguito, le sue radici producono una sostanza tossica, la juglandina, che impedisce ad altre specie vegetali di crescere vicino al tronco e alla zona dove le radici di espandono. Di conseguenza, questo albero appare isolato, motivo per cui, nel pieno delle superstizioni, si credeva che fosse ritrovo per le streghe.

Matteuccia fu processata e dichiarata colpevole: non si difese e, probabilmente in seguito a terribili torture molto frequenti all’epoca, confessò di essere una strega. Dagli atti del processo, ancora oggi consultabili presso l’Archivio Storico, è rimasta la formula che, così si diceva, Matteuccia avesse utilizzato per volare fino al noce di Benevento: “Unguento unguento, mandame a la noce de Benivento, supra agua et supra vento et supra at omne maltempo”.

La condanna al rogo e la morte

Dagli atti del processo sappiamo che Matteuccia venne dichiarata “donna di pessima condizione, vita e fama, pubblica incantatrice, fattucchiera, maliarda e strega" e anche “incantatrix” . Vennero confermati i capi d’accusa e il processo ebbe molta risonanza, anche perché Matteuccia era molto conosciuta – e, probabilmente, da molte persone che aveva aiutato, anche benvoluta – e perché aveva amicizie importanti.

Il 20 marzo 1428, in piazza Montarone a Todi fu arso il rogo a cui venne condotta Matteuccia a dorso d’asino, che le mani legate e un copricapo, e qui fu bruciata viva. Il rogo di Matteuccia è il primo documentato in Italia da fonti ufficiali, e si può quindi considerare che sia lei la donna che ha avviato la caccia alle streghe in Italia, durata indicativamente per trecento anni, fino al 1750.

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