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Svelato il mistero del sarcofago romano di Westminster Abbey: ci sono i resti dell’abate Ælfwig o Wulfnoth

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A cura di Andrea Basso
Archeologo
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Il sarcofago di Valerio Amandino in esposizione nell'abbazia di Westminster. Credit: Dean & Chapter of Westminster
Un sarcofago romano del X secolo conservato a Westminster conteneva i resti di un uomo morto tra il 987 e il 1052. Potrebbe trattarsi dell’abate Ælfwig o del successore Wulfnoth, ma l’identità resta incerta.

Per oltre 150 anni, un sarcofago di età romana conservato nell’abbazia di Westminster, a Londra, ha sollevato una domanda: chi era l’uomo sepolto al suo interno? Un nuovo studio dell’archeologo Warwick Rodwell, pubblicato sul Journal of the British Archaeological Association, propone una possibile risposta: i resti potrebbero appartenere a Ælfwig, abate di Westminster morto intorno al 1020, oppure al suo successore Wulfnoth, deceduto nel 1049.

Il sarcofago in pietra calcarea fu rinvenuto una prima volta nel 1820. Alcuni operai impegnati in dei lavori lo individuarono e per errore ne ruppero la lastra di copertura in più pezzi. All'interno del sarcofago venne ritrovato uno scheletro, che venne ricomposto in maniera raffazzonata. La lastra di copertura venne riparata con della malta e la struttura venne reinterrata e dimenticata. La sua riscoperta, avvenuta quasi cinquanta anni dopo, è quella che invece ha dato il via agli studi scientifici sulla sepoltura in questione.

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Schizzo relativo al primo ritrovamento del sarcofago nel 1820. Credit: Dean & Chapter of Westminster

Nel 1869 durante lavori nell’area settentrionale dell’abbazia, il sarcofago venne riportato alla luce, e questa volta studiato con più criterio. La struttura, ricavata da un unico blocco di calcare, misura 2,09 x 0.71 x 0.46 cm. L’iscrizione latina sul fronte del sarcofago identifica il destinatario originario della sepoltura in Valerius Amandinus, un uomo facoltoso vissuto a Londinium, la Londra romana, tra il II e il V secolo d.C. Questa recita:

MEMORIAE ‣ VALER ‣ AMAN

DINI ‣ VALERI ‣ SVPERVEN

TOR ‣ ET ‣ MARCELLVS ‣ PATRI ‣ FECER ‣

L'epigrafe sciolta, comune nella ritualità pagana tardoromana, si traduce con "Alla memoria di Valerio Amandino. Valerio Superventore e Marcello fecero per il padre". In sostanza, si tratta del sarcofago che due figli, Valerio Superventore e Valerio Marcello, fecero realizzare per la sepoltura del loro padre, Valerio Amandino. Secondo le ricerche più recenti, è probabile che il sarcofago risalga al IV sec. d. C., ma non tutti gli studiosi sono concordi, e preferiscono rimanere prudentemente in una finestra tra il II e il V sec. d. C. C'è un elemento però che contrasta col rituale pagano.

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Schizzo relativo al secondo ritrovamento del sarcofago nel 1869. Credit: National Portrait Gallery

Il coperchio del sarcofago presenta infatti una grande croce latina scolpita evidentemente diversi secoli più tardi, probabilmente nel X o nell’XI secolo. Un indizio che suggeriva già da tempo il riutilizzo del manufatto per una nuova sepoltura. Tra la Tarda Antichità e il Medioevo, il riutilizzo di materiali o manufatti di epoca romana per vari scopi, tra cui quello funerario, era molto comune. Gli archeologi, molto spesso, ritrovano sepolture di età medievale all'interno di sarcofagi di epoca romana ben più antichi. Il sarcofago venne conservato in un'altra area dell'abbazia.

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L'epigrafe di Valerio Amandino sul fronte del sarcofago. Credit: Rodwell.
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Il coperchio del sarcofago con la grande croce scolpita, probabilmente tra il X e l'XI secolo. Credit: Rodwell.

Per fare luce sull'identità dell'individuo sepolto all'interno, apparve evidente che bisognasse fare affidamento sullo studio dei resti scheletrici. Nel corso dello scavo del 1869, le ossa del defunto vennero rimosse e studiate preliminarmente. Ne venne che lo scheletro si trovava in un ottimo stato di conservazione, nonostante l'apertura del 1820, che aveva dislocato alcune delle ossa. Il cranio, che era frammentato, venne riassemblato, anche con l'utilizzo di colla e fil di ferro. Le tecniche scientifiche dell'epoca però non furono in grado di offrire maggiori informazioni sull'individuo. Lo scheletro venne ricomposto superficialmente all'interno del sarcofago (chi ha eseguito questa operazione non aveva evidentemente alcuna nozione di anatomia, perché molte ossa sono state messe al posto sbagliato), e il coperchio, riparato con della malta, venne lasciato semiaperto, per permettere ai visitatori dell'abbazia di Westminster di vedere il cranio all'interno, secondo il macabro gusto di età vittoriana.

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I resti dell'individuo come apparivano alla riapertura del 2016. Si notano le tracce di calce, pertinenti probabilmente a una bara in legno. Credit: Rodwell

La svolta è arrivata nel 2016, quando, durante le operazioni di conservazione, il sarcofago è stato riaperto. L’analisi antropologica ha stabilito che apparteneva a un individuo di sesso maschile, alto circa 175 centimetri e di età alla morte compresa tra i 35 e i 49 anni. L'uomo soffriva di osteoartrosi, e forse anche di gotta. Sulle sue ossa erano presenti segni anche di altri problemi di salute. La decima e l'undicesima costa presentavano tracce di una frattura guarita, mentre la tibia e la fibula sinistra, segni di una infezione. La dentatura dell'individuo era invece in ottime condizioni. Non aveva carie e l'unica condizione patologica riscontrata, praticamente inevitabile, era la presenza di tartaro. La datazione al radiocarbonio di un campione osseo ha collocato la morte dell'individuo con una certa precisione tra il 987 e il 1052 d.C., confermando che la sepoltura è molto più recente del contenitore romano, coerentemente con la croce scolpita sulla copertura.

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Il cranio dell'individuo come ricomposto nel 1869. La frattura è stata causata probabilmente nel corso di una delle due riaperture nel XIX secolo. Credit: Rodwell.

Altri indizi riguardano le modalità del funerale. All’interno del sarcofago sono state riconosciute tracce biancastre di calce, che delineano la forma di una struttura rettangolare. Secondo Rodwell, si tratta probabilmente dei residui di una bara di legno, ormai completamente decomposta, nella quale il corpo sarebbe stato deposto prima di essere collocato nel sarcofago antico. Molto probabilmente la bara era stata imbiancata, e a seguito del decadimento del legno, è rimasta in negativo la traccia della calce. La presenza di una sepoltura così elaborata e della grande croce sul coperchio suggerisce che il defunto appartenesse ai ranghi più elevati della comunità ecclesiastica.

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Tracce delle fratture guarite sulle coste, e dell'infezione sulla tibia e sulla fibula sinistre. Credit: Rodwell.

Tenendo in considerazione i dati del radiocarbonio, si possono fare alcune congetture sull'identità dell'individuo. Fra i candidati, un certo Ælfwig appare leggermente più plausibile: fu abate dal 993 al 1020 ed era già monaco a Westminster prima di assumere la carica. Wulfnoth, che gli succedette e morì nel 1049, resta però un’alternativa compatibile con la datazione dei resti. Nonostante queste congetture, occorre tenere e a mente che non esistono elementi sufficienti per identificare con certezza il defunto. In ogni caso, la vicenda del sarcofago di Westminster documenta anche la lunga vita degli oggetti funerari: un manufatto realizzato per un romano facoltoso di Londinium fu trasformato, secoli dopo, in una sepoltura cristiana di alto rango. Oggi il sarcofago è esposto nelle Queen’s Diamond Jubilee Galleries dell’abbazia, dove testimonia il riutilizzo medievale di un monumento dell’antichità.

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