
Il terremoto in Friuli del 1976 è stato il più violento registrato nel Nord Italia in epoca strumentale e il quinto terremoto più intenso registrato in Italia. Alle 21:00 la terra tremò con una violenza che nella zona non si vedeva da secoli: la scossa, con epicentro nella zona di Gemona, a nord di Udine, era di magnitudo 6.5 e fece registrare un valore tra il nono e il decimo della scala Mercalli, con distruzione totale di oltre 18.000 edifici. Persero la vita 989 persone e oltre in 100.000 rimasero senza casa. A cinquant'anni di distanza, quella del terremoto del Friuli è anche la storia di come un territorio devastato riuscì a rialzarsi in tempi relativamente brevi grazie a un approccio alla gestione e alla ricostruzione chiamato “modello Friuli”, che diede l'impulso per la nascita della moderna Protezione Civile con l'istituzione dei centri operativi territoriali e funzionò anche grazie a un'integrazione capillare tra istituzioni pubbliche e cittadini.
Il sisma del 6 maggio 1976: la terra tremò nel cuore del Friuli
Alle 21:00 del 6 maggio 1976 il terremoto colpì la fascia pedemontana delle Alpi orientali. Fu un terremoto molto superficiale, con una profondità di soli 5,7 km. L'epicentro della scossa principale, che durò 59 secondi, fu nei pressi di Gemona del Friuli, ma interessò un'area di 5700 km2 e fu avvertita in tutta l'Italia centro-settentrionale e nell'Europa centrale. Il distretto sismico delle Alpi Giulie è una tra le più complesse dal punto di vista geologico nella catena alpina: qui la microplacca adriatica, spostandosi di circa 2 millimetri all'anno verso nord, genera un sistema di scorrimenti e faglie inverse che prima del 1976 non si erano attivate per oltre quattro secoli.
Il bilancio fu devastante: 989 morti, 2607 feriti e oltre 100.000 sfollati in 137 comuni tra le province di Udine, Pordenone e Gorizia. I paesi più vicini all'epicentro (Gemona, Venzone, Trasaghis, Bordano, Forgaria, Majano, Osoppo, Artegna, Buja) furono completamente distrutti. A peggiorare la situazione si aggiunsero frane e fenomeni di liquefazione del terreno (soprattutto nella zona di Osoppo) che bloccarono strade e ostacolarono i soccorsi.
Il terremoto fu solo l'inizio di un'imponente sequenza sismica che terminò solamente a settembre 1977. Dopo il sisma principale e un primo periodo di relativa quiete, tra l'11 e il 15 settembre 1976 ci furono altre scosse di magnitudo elevata, di cui la più violenta fu il 15 settembre con magnitudo 6.1 e provocò altre 13 vittime. Dopo un anno la sequenza sismica del Friuli contò oltre 1200 terremoti. La sequenza terminò con una scossa di magnitudo 5.2 che aveva epicentro a Lusevera, circa 10 km a est di Gemona.
La gestione dell'emergenza e la rivoluzione dei centri operativi
Nelle prime ore vennero mobilitati migliaia di militari, anche grazie all'aiuto dei radioamatori che riuscirono a guidare i primi interventi dal momento che le linee telefoniche erano state distrutte.
Il giorno successivo l'onorevole Giuseppe Zamberletti fu nominato dal Governo dell'epoca Commissario Straordinario per il coordinamento dei soccorsi. Nell'immediato gli fu affidata carta bianca operativa e uno stanziamento regionale immediato di 10 miliardi di lire. Per prima cosa, Zamberletti istituì i Centri Operativi di Settore (oggi Centri Operativi Misti) sparsi capillarmente nei territori terremotati. Ogni centro ospitava un'unità di crisi che fungeva da punto di riferimento del sindaco del Comune interessato per la gestione delle emergenze locali. I sindaci avevano potere decisionale sulle operazioni di soccorso, affidandosi al fatto che conoscevano le necessità e le specificità del loro territorio.
Era la prima volta in Italia che la gestione di un'emergenza veniva decentralizzata. Questo modello funzionò molto bene anche per via della conformazione delle zone colpite, composte prevalentemente di piccoli centri urbani indipendenti, ma rimase uno standard che ancora oggi fa parte della fisolosfia operativa della Protezione Civile. Di fatto, il modello diede inizio all'approccio moderno alla gestione delle emergenze in Italia.
La ricostruzione dopo il terremoto
L'altra sfida affrontata da Zamberletti fu l'assistenza agli sfollati e il ripristino dei servizi essenziali. Il Commissario Straordinario coordinò il trasporto sulla costa adriatica friulana di circa 40.000 persone, ospitate in strutture alberghiere e di villeggiatura e a cui vennero forniti servizi sociali, sanitari, di trasporto e scolastici. Nel frattempo vennero rapidamente costruiti villaggi prefabbricati nelle aree distrutte, che permisero a circa 70.000 persone rimaste senza tetto di tornare nei loro comuni di origine nella primavera del 1977, a un anno dalla tragedia.
La scelta di far tornare gli sfollati nei loro paesi di provenienza derivava anche da una forte volontà diffusa tra la popolazione terremotata. Questo fu uno dei dibattiti centrali sorti prima ancora che la fase di emergenza si chiudesse: cosa fare dei paesi distrutti? La scelta fu riassunta in una formula poi divenuta uno slogan: “Dov'era e com'era”, cioè ridar vita ai paesi distrutti invece che sistemare gli sfollati in altre zone. Per farlo, si diede la priorità a garantire la possibilità alla popolazione di tornare lavorare: rimettere in moto la macchina lavorativa (soprattutto industriale) era necessario per permettere alle comunità di tornare ad abitare nei loro luoghi di origine. Anche questo approccio fu riassunto in una formula poi diventata celebre: “Prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese”.
Perché il “modello Friuli” è stato un successo
Quello appena descritto fu il cuore del cosiddetto “modello Friuli”, che ebbe un grande successo: a un anno dal terremoto oltre il 90% delle 450 aziende danneggiate aveva ripreso l'attività. L'occupazione nel settore industriale superò i livelli pre-sisma due anni dopo la tragedia. Anche la ricostruzione edilizia delle zone colpite fu completa e relativamente rapida: entro 10 anni vennero ricostruiti 17.000 edifici distrutti e riparati tutti i 75.000 edifici danneggiati dal sisma. Il principio guida fu far tornare i paesi distrutti quanto più simili possibile a com'erano prima del terremoto. A Venzone, per esempio, uno dei comuni più colpiti dal disastro, i blocchi di pietra dei palazzi crollati furono numerati e conservati per essere rimontati come erano.
Questa efficienza fu il prodotto di più fattori che si combinarono in modo difficilmente replicabile. La presenza di una Regione Autonoma con ampie competenze legislative consentì una gestione diretta dei fondi. A questo va aggiunta la solidarietà internazionale, a cui parteciparono soprattutto gli Stati Uniti (che in Friuli avevano installato la base militare di Aviano) ma anche molti Paesi che avevano visto in passato l'immigrazione friulana. Il “modello Friuli” funzionò quindi per diverse specificità che rendevano il caso a suo modo eccezionale: l'impostazione e le scelte di Zamberletti, l'integrazione capillare a livello di territorio tra enti pubblici e cittadini, senza trascurare la resilienza e la coesione sociale della popolazione colpita dalla tragedia.
Questo è dimostrato anche dal confronto con un altro tragico terremoto, quello dell'Irpinia che nel 1980 devastò Campania e Basilicata provocando quasi 3000 vittime. Anche in quel caso Zamberletti fu nominato Commissario Straordinario, ma le condizioni erano differenti: non c'era una Regione Autonoma con poteri straordinari, non c'era la stessa coesione istituzionale tra enti locali e governo centrale e – ultimo ma non ultimo – parte dei fondi fu gestita in maniera discutibile o addirittura irregolare, tanto che nel 1990 fu istituita l'inchiesta parlamentare nota come “Mani sul terremoto”.
Come è cambiata la gestione delle emergenze in Italia: la nascita del Dipartimento della Protezione Civile
Contrariamente a quanto si legge talvolta, non fu il solo terremoto del Friuli a portare all'istituzione di una struttura permanente di protezione civile. A questo servirono anche la già citata tragedia in Irpinia e il drammatico caso del Vermicino, in cui il piccolo Alfredino Rampi morì dopo essere caduto in un pozzo nel 1981. Il Dipartimento della Protezione Civile nacque così ufficialmente nel 1982 come struttura permanente capace di intervenire in modo coordinato su tutto il territorio nazionale. Di fatto fu l'istituzionalizzazione di quanto Giuseppe Zamberletti aveva messo in atto sei anni prima in Friuli: centri operativi locali, coinvolgimento diretto dei sindaci, gestione decentralizzata.
La sequenza sismica friulana del 1976-1977, con i suoi 1200 terremoti e il lavoro dell'Osservatorio Geofisico di Trieste, confermò che studiare un terremoto in tempo reale era possibile. Questo spinse alla realizzazione nel 1977 della prima rete sismometrica permanente in Friuli, confluita poi nella Rete Sismica Nazionale dell'INGV che monitora in tempo reale l'attività sismica dell'intero Paese.