A inizio anni '70 la Florida aveva un problema: montagne di pneumatici usati che riempivano le discariche e non riuscivano a essere smaltiti. Un gruppo di pescatori, sub e politici locali ottenne il via libera per mettere in pratica un'idea che all'epoca sembrava geniale: legarli insieme e ancorarli sul fondale marino a 1,3 miglia dalla costa (circa 2 km) al largo della costa di Fort Lauderdale (nella contea di Broward) per renderli una barriera corallina artificiale. Dopo poco tempo, il progetto si è rivelato un fallimento ed è diventato negli anni uno dei casi più studiati di cosa non fare in mare. Il motivo era semplice: a tenere insieme i copertoni c'erano soltanto corde di nylon e clip d'acciaio che vennero distrutte con l'arrivo dei primi uragani portando le gomme a danneggiare le barriere coralline esistenti che sulla carta volevano imitare.
Secondo il Dipartimento per la Protezione Ambientale della Florida (FDEP) finirono in acqua tra 1 e 2 milioni di pneumatici. Essendo delle ciambelle cave, gli ideatori del progetto erano conviti che sarebbero diventate un perfetto labirinto di tane e rifugi per i pesci. Ma per funzionare, una barriera artificiale deve essere stabile, i coralli che formano le barriere naturali, infatti, si fissano al fondale e crescono lentamente nel corso degli anni generazione dopo generazione.

I copertoni no, essendo legati solamente con nylon e clip di acciaio si muovevano e, come spiega la rivista della Marina USA Currents, bastarono poche stagioni di uragani e tempeste tropicali per spezzarli e corroderli. Entro tre anni molti erano già stati spostati e col tempo si sparpagliarono su circa 34 acri (circa 14 ettari). Inoltre, la gomma liscia ha attirato più alcune specie di alghe piuttosto che per i coralli e altri organismi di barriera.

Il paradosso è che la barriera finta ha danneggiato quella vera. Davanti a Fort Lauderdale c'è il Florida’s Coral Reef che, secondo il Senato della Florida, sostiene 71.000 posti di lavoro e vale 1,1 miliardi di dollari l’anno in turismo. Il rilievo FDEP del 2024, fatto con sonar e intelligenza artificiale, ha trovato pneumatici in tutti e quattro i complessi di scogliera, su una fascia lunga circa 8 km, anche accanto a colonie di corallo a corna di cervo (Acropora cervicornis), specie protetta.

Il primo tentativo per recuperare gli pneumatici fu fatto nel 2001 e costò oltre 17 dollari a copertone. Nel 2006 il NOAA Marine Debris Program (il programma dell’agenzia federale USA dedicato ai rifiuti marini) finanziò una ricognizione per capire come recuperarli e smaltirli. La svolta arrivò trasformando la bonifica in addestramento: tra il 2007 e il 2009 i sub di Marina, Esercito e Guardia Costiera ne recuperarono oltre 72.000, imbracandoli in reti sollevate con palloni gonfiabili, a circa 2 dollari l’uno. I copertoni finivano in Georgia come combustibile per cementifici e cartiere. Dal 2015 il lavoro è passato al FDEP: a fine 2025 i pneumatici recuperati erano circa 600.000. Ma il rilievo del 2024 ne contava ancora circa 521.000 visibili sul fondale.
Con il Restoration of Osborne Reef Act del 2023 la Florida ha chiesto al FDEP di andare oltre la rimozione. Sulla scogliera i copertoni verranno sollevati con cautela, e quelli incastrati nella roccia potranno perfino restare dove sono, se toglierli facesse più danni. Il piano prevede poi di staccare i coralli cresciuti sui copertoni per ripiantarli sulle scogliere vicine (a maggio 2024 ne erano già stati spostati 1.400) e di trapiantare circa 98.000 colonie coltivate in vivaio. Costo stimato: circa 137 milioni di dollari, in un massimo di 14 anni, fondi permettendo. Nelle proiezioni del FDEP, la rimozione dei pneumatici proseguirà almeno fino al 2033.
