
State raccontando a un amico del vostro weekend al mare, senza neanche una nuvola. «Il Sole ha…» e qui vi bloccate. Splenduto? Spleso? Se nessuna delle due suona bene un motivo c’è: la prima forma non si usa più ed è oggi estranea all'uso comune, mentre la seconda non è il participio passato di splendere.
Con una perifrasi concludete la frase, spiegando che il meteo è stato dalla vostra parte o che «il sole ha continuato a splendere» e scavalcate un buco della grammatica italiana. Splendere fa parte dei cosiddetti verbi difettivi, tutti quei verbi la cui coniugazione manca di modi, tempi o persone e, per esempio, esistono al presente, al futuro semplice, all’imperfetto, ma non al participio passato e quindi nei tempi composti che lo utilizzano (passato prossimo, trapassato, futuro anteriore).
Cosa sono i verbi difettivi
Un verbo si dice difettivo (dal latino deficere, «venir meno») quando la sua coniugazione è incompleta: mancano quindi alcune forme che in un verbo “normale” ci sarebbero. Tra i casi più interessanti – e sfidanti – c'è proprio la mancanza del participio passato. Senza di questo non si può costruire nessun tempo composto: niente passato prossimo («ho splenduto»), niente trapassato («avevo splenduto»), niente futuro anteriore («avrò splenduto»).
«Spleso» è una forma che non è mai esistita. Per quanto riguarda «splenduto», va precisato che, come riporta Treccani, alcuni dizionari registrano quel participio passato come forma rara e antiquata, ormai caduta in disuso. Oggi, quel participio, non si usa più.
I verbi difettivi non vanno confusi con i verbi irregolari: questi hanno il participio, ma è diverso da quello che ci aspetteremmo. Le differenze sono a livello di desinenze, per es. io sono venuto, da venire, è irregolare. Gli irregolari prevedono anche cambi di radici come accade per esempio con andare: voi andate, ma essi vanno. Nei verbi difettivi manca proprio una forma specifica.
I verbi che mancano del participio passato: gli esempi
Tra i verbi che nell'italiano contemporaneo sono normalmente considerati privi del participio passato troviamo, per esempio:
- splendere (e risplendere)
- prudere
- competere
- concernere
- divergere
- dirimere
- esimere
- fervere
- incombere
- inerire
- soccombere
- tangere
- urgere
- vertere
- vigere
Ogni tentativo di trovare un participio passato per questi verbi produce incertezza e risultati che non possono che “suonare male”, proprio perché non esistono, o sono da anni e anni caduti in disuso. Il caso di prudere è tra i più emblematici e quotidiani: come spiega l'Accademia della Crusca, non esistono né il participio presente né il participio passato, e forme come pruduto, prurso o pruso sono «assolutamente non corrette».
Si potrebbe pensare che il termine «diverso» sia participio passato di divergere: divergere però è difettivo anche del passato remoto (alcuni dizionari ne ammettono la possibilità, ma con uso raro). Come precisa sempre la Crusca, «l’aggettivo diverso non è neppure etimologicamente imparentato con divergere, dal momento che deriva dal verbo latino divertĕre (che è alla base anche dell’italiano divertire)».
Ci sono poi verbi difettivi che sopravvivono quasi soltanto grazie a una loro forma diventata un'altra parola; ad esempio tangere, inteso come «toccare» e «riguardare» («la questione non mi tange»). Come verbo è praticamente inutilizzabile in quasi tutte le sue forme, eppure il suo participio presente esiste, anche se lo usiamo come sostantivo: la tangente, la retta che tocca la circonferenza in un punto solo (o una somma di denaro usata per corrompere).
Perché la lingua ha lasciato questi buchi e come non sbagliare
Perché ci sono questi buchi? La prima responsabile è l'origine latina della nostra lingua. Ci sono ad es. verbi difettivi entrati nell'italiano già «monchi»: per esempio, nel già citato caso di divergere, era difettivo anche il verbo latino vergĕre (da cui deriva divergere), che presentava soltanto il tema del presente, ma non quelli del perfetto e del supino (dalla cui evoluzione derivano le forme utilizzate anche per la formazione del nostro participio passato).
Le ragioni per cui un verbo presenta una coniugazione difettiva non sono riconducibili a un'unica causa. In alcuni casi la limitazione è legata alla storia del verbo e alla sua evoluzione nell'uso; in altri, determinate forme possono essere attestate ma risultare rare, antiche o estranee all'italiano contemporaneo.
Per cavarcela, ogni giorno senza nemmeno rendercene conto mettiamo in atto la cosiddetta perifrasi, cioè un giro di parole, un altro modo per dire qualcosa. Se davanti al verbo difettivo infiliamo un verbo servile (dovere, potere) o d'appoggio (continuare, avvertire), il gioco è fatto: per esempio, per aggirare il participio passato del verbo soccombere, soccombuto, non più usato, possiamo appoggiarci a un verbo che il participio ce l'ha, come dovere o continuare. Non «ho soccombuto», ma «ho dovuto soccombere»; non «ho spleso», ma «il sole ha continuato a splendere»; non «mi è pruduto», ma «ho avvertito prurito».