
L’impresa di Fiume fu l’occupazione della città effettuata da un gruppo di soldati italiani, guidati dal poeta Gabriele d’Annunzio, dal settembre 1919 al dicembre 1920. L’occupazione iniziò con la marcia di Ronchi, una spedizione realizzata tra l’11 e il 12 settembre 1919. I legionari godevano del sostegno delle correnti politiche nazionaliste italiane e, con qualche limite, anche di Mussolini e del movimento fascista, che era ancora nella sua fase embrionale. L’occupazione terminò nel dicembre del 1920 quando il governo italiano, dopo aver sottoscritto il trattato di Rapallo con il Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni, ordinò di sgomberare con la forza la città nell’operazione passata alla storia come “Natale di sangue”. Oggi Fiume appartiene alla Croazia, con il nome di Rijeka, e al suo interno la popolazione italiana è ridotta a una piccola minoranza.
Perché i nazionalisti italiani rivendicavano la città di Fiume
Dopo la Prima guerra mondiale, Fiume divenne la principale rivendicazione di una vasta area politica italiana, che chiedeva con insistenza l’annessione della città all’Italia.
Fiume si trova sulla sponda orientale del mar Adriatico, appena a sud dell’Istria, e all’epoca era abitata da una popolazione multietnica, della quale faceva parte una significativa percentuale di italiani.

Stando al censimento del 1910, su un totale di 49.806 abitanti, 24.212 dichiaravano come propria lingua l'italiano. Secondo altre stime, gli italiani erano ancora più numerosi. La città, però, non era compresa nel Patto di Londra, l’accordo sottoscritto nel 1915 dal governo italiano con le potenze dell’Intesa, contenente l’elenco dei territori che, dopo la vittoria in guerra, sarebbero stati annessi dall’Italia. Inoltre, Fiume era rivendicata anche dal Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni (Regno SHS, in seguito divenuto Regno di Jugoslavia), nato dopo la guerra dall’unione della Serbia con territori prima appartenenti all’Impero austriaco. Le potenze dell’intesa e gli Stati Uniti – che non erano firmatari del Patto di Londra ed erano entrati in guerra nel 1917 – si opponevano alle richieste italiane.
La rivendicazione di Fiume, effettivamente, era contraddittoria e difficilmente sostenibile sul piano logico: l’Italia aveva annesso vasti territori non abitati da popolazioni di lingua italiana (per esempio l’Alto Adige e la parte orientale dell’Istria) in virtù del patto di Londra, ma rivendicava Fiume in base al principio di nazionalità, cioè lo stesso principio che non aveva rispettato negli altri casi.

Cosa fece Gabriele d’Annunzio: la marcia di Ronchi
Nonostante le contraddizioni, i nazionalisti italiani e i settori più politicizzati delle forze armate erano convinti che la città Fiume spettasse all’Italia. Dopo la guerra la città fu occupata da un reparto di granatieri, che però nell’agosto del 1919 furono costretti a ritirarsi oltre la linea dell’armistizio. Si acquartierarono perciò a Ronchi (oggi Ronchi dei Legionari), in Friuli, e organizzarono un colpo di mano per occupare nuovamente la città. Alla loro testa si pose il poeta Gabriele d’Annunzio, che era diventato un punto di riferimento del nazionalismo italiano dopo alcune imprese propagandistiche compiute durante la guerra. I granatieri, guidati dal poeta e rinforzati da altri reparti dell’esercito, tra l’11 e il 12 settembre varcarono i confini e occuparono Fiume. La spedizione, ribattezzata “marcia di Ronchi2, godeva del sostegno dei gruppi nazionalisti, in particolare dell’Associazione nazionalista italiana, e del nascente movimento fascista, sebbene Mussolini preferisse evitare di impegnarsi in maniera troppo decisa al fianco di d’Annunzio perché non voleva rischiare il suo futuro politico in un’operazione dall’esito incerto. L’impresa di Fiume beneficiava anche del supporto economico di alcuni grandi gruppi industriali italiani. Erano invece contrarie le forze politiche non nazionaliste e il governo, guidato da Francesco Saverio Nitti, che temeva che l’occupazione potesse creare contrasti con gli Stati Uniti e con le potenze europee.

L’occupazione della città
Fiume restò sotto occupazione dei legionari dannunziani dal settembre del 1919 al dicembre del 1920. La città non fu però annessa all’Italia, perché il governo era contrario. Nel novembre del 1919 il generale Pietro Badoglio, su incarico di Nitti, cercò un accordo con d’Annunzio e propose il cosiddetto modus vivendi: il governo si impegnava a impedire che la città fosse annessa al Regno SHS, rifiutando però l’annessione immeditata all’Italia. Il modus vivendi creò contrasti tra d’Annunzio e altri dirigenti fiumani, perché, mentre il poeta era contrario e reclamava l’annessione, altri erano favorevoli ad accettarlo. Dopo vari contrasti, il modus vivendi fu rifiutato e le trattative con Badoglio furono interrotte.
Nel settembre del 1920 d’Annunzio e i suoi proclamarono la nascita della Reggenza italiana del Carnaro, uno Stato indipendente, che avrebbe dovuto essere governato in base alla Carta del Carnaro, la costituzione elaborata dal sindacalista Alceste De Ambris (che in realtà non fu mai applicata).

Sia prima, sia dopo la proclamazione della Reggenza, Fiume divenne il punto di riferimento delle correnti nazionaliste italiane e al suo interno si elaborarono rituali che sarebbero poi stati adottati dal regime fascista, come il saluto romano. In ottobre, legionari dannunziani ed alcuni esponenti nazionalisti giunti dall’Italia iniziarono la pianificazione di un colpo di Stato per rovesciare il governo di Roma e prendere il potere, ma non misero in atto il proposito.
Il trattato di Rapallo, il Natale di sangue e la sorte della città
In Italia, nel giugno 1920 il governo Nitti era stato sostituito da un esecutivo guidato da Giovanni Giolitti, che intraprese trattative con il Regno SHS. In novembre, i due Paesi sottoscrissero il trattato di Rapallo, definendo la linea di confine (in maniera molto generosa per l’Italia) e stabilendo che la città di Fiume sarebbe diventata uno Stato indipendente, non facente parte né dell’Italia, né del Regno SHS.

Dopo il trattato, Giolitti poté ordinare lo sgombero di d’Annunzio e dei suoi legionari. Il 24 dicembre la flotta italiana iniziò il bombardamento della città e nei giorni successivi si sviluppò uno scontro, che d’Annunzio battezzò “Natale di sangue”. Il 31 dicembre il poeta si arrese e, in base al trattato di Rapallo, fu costituito lo Stato libero di Fiume.
La città, però, non restò a lungo indipendente e nel 1924, dopo un accordo con il Regno SHS, fu finalmente annessa all’Italia. Dopo la Seconda guerra mondiale entrò a far parte della Jugoslavia, con il nome croato di Rijeka. Quasi tutta la popolazione italiana abbandonò la città nell’ambito dell’esodo giuliano-dalmata. Oggi Rijeka appartiene alla Croazia e la popolazione italiana è ridotta a una esigua minoranza.