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5 Giugno 2026
16:30

5 emozioni intraducibili in italiano riconosciute dalla psicologia che tutti proviamo: da Saudade a Pronoia

Definire la parola "emozione" è complesso e a volte riduttivo: il termine porta con sé accezioni scientifiche e psicologiche, ma anche culturali e linguistiche. Ci sono parole straniere intraducibili in italiano e neologismi che descrivono cosa sentiamo, al netto di basi empiriche. Tra gli esempi troviamo Amae dal giapponese e Schadenfreude dal tedesco.

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5 emozioni intraducibili in italiano riconosciute dalla psicologia che tutti proviamo: da Saudade a Pronoia
emozioni intraducibili

Ci sono emozioni che la scienza sa misurare e altre che si possono solo sentire; alcune hanno un nome preciso, altre restano intraducibili, sospese tra lingua e cultura. Alcune parole, come saudade, fanno parte ormai della letteratura psicologica; altre sono neologismi che, senza avere la pretesa di diventare oggetto di scienza, possono vantare il fatto di essere state provate almeno una volta nella vita.

L’antropologa Catherine Lutz, in “The anthropology of Emotions” (1986), scriveva che il linguaggio emotivo è una grammatica della sensibilità. Ogni lingua, infatti, ha un piccolo vocabolario per descrivere le emozioni; ciò che in italiano chiamiamo tristezza o nostalgia, in altri Paesi può dividersi in dieci termini diversi ciascuno con la propria intensità affettiva, il proprio contesto e la propria accezione. Le culture del mondo hanno costruito un lessico emotivo sorprendentemente vario, che riflette non solo ciò che provano le persone, ma come imparano a percepirlo, a interpretarlo e a nominarlo. Gli antropologi lo sanno da tempo: l’emozione non è solo biologica, ma anche socialmente definita. La linguista Anna Wierzbicka, in “Emotions across Languages and Cultures” (1999), mostrava come molti termini riferiti a stati emotivi non abbiano equivalenti perfetti da tradurre in tutte le lingue, non per povertà linguistica, ma perché sono profondamente intrecciati con le specifiche visioni culturali da cui nascono. Insomma, definire in modo univoco cosa sia un’emozione è estremamente complesso, perché il concetto stesso racchiude in sé aspetti scientifici, linguistici e anche culturali. La psicologia e le neuroscienze studiano lo stato emotivo a seconda di basi empiriche precise; l’antropologia lo concepisce come un prodotto culturale legato all’interpretazione sociale e la linguistica ne sottolinea la varietà terminologica. Al di là delle definizioni, forse un’emozione resta qualcosa che si sente, anche quando non si può spiegare. Ai fini puramente semplificativi, potremmo distinguere tra quelle con valenza psicologica e neuropsicologica (studiabili scientificamente) e quelle culturalmente o poeticamente intraducibili, che pur senza prova empirica raccontano esperienze profondamente umane.

5 emozioni con valenza psicologica

In psicologia, un’emozione si considera “valida” quando è riconoscibile e replicabile in più individui e presenta un correlato fisiologico, cognitivo e comportamentale: cioè quando non è solo un concetto linguistico o filosofico, ma un’esperienza che può essere studiata scientificamente. Alcune emozioni “intraducibili”, sono ormai entrare a pieno titolo nella letteratura psicologica e neuroscientifica, perché legate a dinamiche universali.

Ecco cinque emozioni tra le più interessanti.

Saudade

È un misto di nostalgia, amore e malinconia per qualcuno che non c’è più, ma che rivive nel nostro ricordo. Gli studi di psicologia culturale la descrivono come una forma complessa di nostalgia affettiva, in cui la perdita è intrecciata alla gratitudine per aver vissuto qualcosa di bello. Questa parola di origine portoghese, è associata, oltre che alla tristezza, a una memoria emotiva positiva. In alcune accezioni la saudade è una specie di ricordo nostalgico, affettivo, di un bene speciale che è assente, accompagnato da un desiderio o un’attesa di riviverlo.

Amae

È una parola di origine giapponese e significa "comportarsi come un bambino viziato". L'accezione negativa però scompare: avere la necessità di abbandonarsi affettivamente a qualcuno rappresenta un ritorno all'infanzia, all'essere nutriti e coccolati da altri. Può essere definita come “il piacere di essere accuditi” senza dare nulla in cambio. È un’emozione riconosciuta in psicoanalisi interculturale e riflette un equilibrio sano tra autonomia e bisogno dell’altro.

Schadenfreude

Parola tedesca che letteralmente si traduce in “gioia del danno” e indica il piacere provato per la sfortuna o il fallimento altrui. Numerosi studi di psicologia sociale e di neuroscienze hanno osservato che questa emozione attiva aree cerebrali legate al sistema della ricompensa (la stessa che si attiva quando facciamo qualcosa che noi riteniamo appagante). È un’emozione moralmente ambigua, ma universale, legata al confronto sociale e al senso di giustizia.

Appel du vide

“Richiamo del vuoto”, in francese, è il pensiero o l’impulso di lanciarsi da una grande altezza, di buttarsi sulle rotaie del treno, o di girare il volante verso il precipizio o contro un ostacolo. In psicologia è chiamato anche "High Place Phenomenon" perché avviene perlopiù in luoghi sopraelevati, ma si tratta in generale del pensiero, improvviso e involontario, di un comportamento autodistruttivo. Non è, come si potrebbe pensare, un istinto suicida, ma è una sensazione paradossale correlata al voler riaffermare l’istinto di sopravvivenza, ricordandosi che non sempre bisogna fidarsi dei propri impulsi.

Pronoia

È l’opposto della paranoia; oggi è studiata in psicologia positiva come manifestazione di ottimismo e fiducia generalizzata. È quella sensazione che si prova quando crediamo di avere il destino a nostro favore, che tutto ruoti nel verso giusto grazie anche alla protezione di entità esterne da noi.

Le emozioni non validate dalla scienza che proviamo almeno una volta nella vita

Nel suo libro “The book of human emotions” (2015), la storica delle emozioni Tiffany Watt Smith raccoglie 156 emozioni provenienti da ogni epoca e cultura: dalle più note alle più improbabili. Non tutte hanno un fondamento scientifico (solo una ventina di esse sono state oggetto di studi psicologici), ma tutte raccontano come le culture abbiano inventato parole per nominare ciò che la mente sente, prima ancora di poterlo spiegare. Accanto a questo meticoloso lavoro, il “Dictionary of Obscure Sorrows” di John Koenig ha inventato neologismi emotivi straordinariamente evocativi, che sembrano colmare i vuoti del linguaggio moderno.

Lasciando per un momento da parte la scienza quindi, ecco altre emozioni curiose, poetiche o antropologiche, che pur senza validazione empirica, avrete sicuramente provato almeno una volta nella vita.

  • Awumbuk: la parola è usata nella Papua Nuova Guinea e indica quel sentimento di mancanza e vuoto che si avverte quando gli ospiti vanno via di casa; improvvisamente si percepisce la casa vuota e si inizia a provare un senso di malinconia e di nostalgia.
  • Ilinx: è una parola francese e indica quella strana eccitazione che si prova quando pensiamo alla gioia di poter perdere per un attimo il controllo (ad esempio di poter rovesciare o rompere qualcosa). Tipo quando abbiamo in mano un vaso di preziosa porcellana cinese e sentiamo l’impulso violento di gettarlo a terra e distruggerlo. Per la Smith si tratta del desiderio di creare caos e scompiglio al fine di avvertire un senso di leggerezza.
  • Torschlusspanik: letteralmente “paura del cancello che si chiude”, è una parola tedesca che indica l’agitazione e il nervosismo che proviamo quando il tempo sta per scadere. Può anche riferirsi alle decisioni avventate che prendiamo perché una scadenza si avvicina o perché le risorse sembrano scarseggiare (come ad esempio comprare d'impulso un paio di scarpe solo perché il negozio sta chiudendo).
  • Sonder: la consapevolezza improvvisa che ogni persona che incontri o che semplicemente ti passa davanti, ha una vita complessa e ricca quanto la tua.
  • Onism: è una parola danese che indica la frustrazione e la consapevolezza di non poter mai vedere o conoscere l'intera vastità del mondo poiché siamo “bloccati” in un solo corpo e in un solo posto, per una sola vita.
  • Ellipsism: è la tristezza derivante dalla consapevolezza che non saprai mai come andrà a finire la storia o cosa accadrà nel futuro dopo la tua vita.
  • Exulansis: è la tendenza a smettere di parlare di un’esperienza perché gli altri non riescono a capirla o a immedesimarsi.
  • Basorexia è la tentazione irrazionale di baciare qualcuno improvvisamente; che sia uno sconosciuto, una persona o qualcuno che conosciamo. Il termine deriva dal francese “baiser” che si traduce per l’appunto con “bacio”.
  • Matutolypea: l’origine di questo termine non è certa, ma si vuole indicare la sensazione che si prova quando ci si sveglia di cattivo umore, molto di più di un “alzarsi con il piede sbagliato”.

Ormai siamo abituati a sentir parlare delle sette emozioni primarie, come la paura, la gioia, la rabbia o la tristezza: esse sono osservabili empiricamente in tutte le culture e legittimate scientificamente. Questo però non vuol dire che le emozioni non ancora misurate o definite non abbiano un valore psicologico e umano: sono il modo in cui la mente tenta di dare forma a ciò che sente. In fondo ogni parola, anche la più intraducibile, racconta qualcosa di reale su ciò che proviamo e che si intreccia inevitabilmente con lingua, cultura e sfumature soggettive.

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