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8 Luglio 2026
15:05

5xmille 2025, più di 602mln a 96mila enti ma ai primi 100 va la metà dei soldi: elenco dei beneficiari

A chi va il 5x1000? 96mila enti e associazioni ammessi al contributo si contendono un totale di 602 milioni di euro: ai primi 100 beneficiari però va quasi la metà dei fondi, con AIRC che da sola prende il 13,7%.

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5xmille 2025, più di 602mln a 96mila enti ma ai primi 100 va la metà dei soldi: elenco dei beneficiari
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Immagine realizzata con AI

Il 5xmille compie vent'anni. Era il 2006 quando la legge finanziaria di quell'anno lo introdusse in via sperimentale, e già al primo anno 16 milioni di italiani scelsero di destinare una quota della propria IRPEF al Terzo Settore, enti di ricerca o Comuni. Da allora lo strumento, che i contribuenti possono indicare nella dichiarazione dei redditi, non si è mai fermato: nel 2025, secondo i dati appena pubblicati dall'Agenzia delle Entrate, le firme hanno raggiunto quota 18.460.316 – mezzo milione in più rispetto all'anno precedente – e i 95.980 enti ammessi si divideranno 602.470.220 euro, la cifra più alta da quando esiste la misura.

Ma dietro il record si nasconde una concentrazione estrema che trasforma questo strumento di democrazia fiscale in qualcosa di molto più simile a una competizione di marketing, in cui i grandi vincono sempre e i piccoli raccolgono le briciole.

Come funziona, a chi è destinato e come donarlo

Il 5xmille è una quota pari allo 0,5% dell'IRPEF già dovuta dal contribuente. Non costa nulla in più: si tratta di scegliere dove indirizzare una parte delle tasse che si versano comunque. Nella dichiarazione dei redditi – nel modello 730, nella Certificazione Unica o nel modello Redditi Persone Fisiche – basta apporre una firma nel riquadro dedicato agli enti del Terzo Settore e, se si vuole sostenere una specifica organizzazione, aggiungere il codice fiscale di quell'ente nell'apposito spazio.

La legge prevede sette categorie di destinatari: gli enti del Terzo Settore iscritti al RUNTS (il Registro Unico Nazionale, che ha sostituito l'Anagrafe delle ONLUS dal 2022), gli enti di ricerca scientifica e le università, gli enti di ricerca sanitaria, le associazioni sportive dilettantistiche riconosciute dal CONI, le attività sociali svolte dal proprio Comune di residenza, gli enti che si occupano di beni culturali e paesaggistici, e i gestori di aree naturali protette. Un contribuente può esprimere una sola preferenza, ma può farlo contemporaneamente all'8 e al 2xmille: le tre scelte non si escludono.

C'è però un aspetto cruciale che molti non conoscono: se non si sceglie, quella quota non viene ridistribuita tra gli enti, ma resta nelle casse dello Stato. E il problema del tetto di spesa si aggiunge a questa perdita silenziosa: per il 2025, il limite fissato dalla Legge di Bilancio era di 610 milioni di euro. Secondo la campagna "5 per mille, ma per davvero" promossa da Vita.it insieme a 67 grandi organizzazioni del Terzo Settore, il tetto è stato già superato: il totale degli importi assegnati agli enti ammessi e accantonati per eventuali ricorsi coincide esattamente con i 610 milioni disponibili, il che significa che lo Stato ha proporzionalmente ridotto gli importi a tutti i destinatari rispetto alle preferenze reali espresse dai contribuenti.

A quali associazioni vanno i 602 mln del 5xmille 2025: l’elenco dei beneficiari

L'elenco ufficiale pubblicato dall'Agenzia delle Entrate – sette file PDF che abbiamo analizzato riga per riga, per un totale di 95.980 record – racconta una distribuzione che non ha nulla di democratico.

I primi 100 enti su 95.980 – lo 0,1% del totale – si dividono il 49,6% dei fondi, quasi la metà dell'intera torta. La sola Fondazione AIRC per la Ricerca sul Cancro porta a casa 82,7 milioni di euro, pari al 13,7% del totale nazionale: un ente su quasi 96.000 assorbe quasi un euro e mezzo su dieci. I primi cinque enti insieme valgono già il 21,9% del totale, i primi dieci il 28,8%, i primi cinquecento il 60,6%.

Dietro questi numeri c'è una classifica che si ripete pressoché invariata ogni anno. Al secondo posto la Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro (14,3 milioni), seguita da Emergency (13,4 milioni), dalla Fondazione Lega del Filo d'Oro (11,3 milioni), dall'AIL contro leucemie e linfomi (10,2 milioni). Seguono l'Istituto Europeo di Oncologia, Medici Senza Frontiere, la Fondazione Italiana Sclerosi Multipla, Save the Children, l'Ospedale Pediatrico Anna Meyer di Firenze.

L'altra faccia di questa concentrazione è la lunga coda di realtà locali che faticano a raccogliere qualunque cosa. Quasi un ente su cinque– 19.340 organizzazioni – ha ricevuto esattamente zero euro: nessuna firma, nessun trasferimento. Altre 972 hanno incassato meno di cento euro, la soglia minima sotto la quale la legge non prevede nemmeno l'erogazione. La mediana dell'intero sistema è 707 euro: metà degli enti che ricevono qualcosa prende meno di settecento euro l'anno.

La concentrazione emerge anche guardando le categorie. La ricerca scientifica e sanitaria raccoglie, combinata, il 37% dei fondi totali — 223 milioni di euro — con soli 3.229 enti su 95.980. Questo significa che il 3,4% degli enti si divide quasi quattro decimi dell'intera dotazione, con un importo medio per ente che supera i 69.000 euro, contro i 707 della mediana generale.

Il mercato delle firme: come i grandi enti organizzano la campagna per il contributo

A spiegare questa concentrazione non c'è solo la fiducia dei contribuenti nella ricerca oncologica o nell'aiuto umanitario. C'è una industria di comunicazione che ogni anno, tra aprile e settembre – le settimane in cui si compila il 730 – si mette in moto per conquistare la firma di chi sta aprendo la dichiarazione dei redditi.

AIRC è l'esempio più visibile. Nel 2024 la Fondazione ha speso 2,94 milioni di euro in comunicazione, che equivalgono a oltre il 4% di quanto aveva incassato dal 5xmille l'anno precedente, come calcolato dall'Osservatorio CPI dell'Università Cattolica del Sacro Cuore. Il bilancio 2024 mostra costi di raccolta fondi complessivi superiori ai 27 milioni di euro, di cui oltre 5 milioni destinati al personale della raccolta fondi. L'efficienza comunicata dalla Fondazione stessa al Sole 24 Ore – il 17-18% di costi rispetto alle erogazioni – è reale, ma 3 milioni in comunicazione sono una cifra strutturalmente irraggiungibile per una cooperativa sociale di Padova o un'associazione di volontariato di Matera.

Le campagne dei grandi enti si sviluppano su livelli multipli. AIRC ha una partnership con Radio Italia che promuove il codice fiscale sulla piattaforma radiofonica, organizza un roadshow nelle città italiane durante il periodo dichiarativo, e durante i "Giorni della Ricerca" attiva una partnership con la RAI che coinvolge per otto giorni consecutivi tv, radio, testate giornalistiche, web e social. Sul fronte aziendale, AIRC chiede alle imprese di proporre ai propri dipendenti di devolvere il 5xmille alla ricerca, fornendo materiali informativi digitali da distribuire via email: un canale di accesso al pubblico che presuppone relazioni istituzionali che la maggior parte degli enti non ha. Medici Senza Frontiere ha invece costruito un ecosistema digitale ottimizzato per intercettare le ricerche organiche di chi compila la dichiarazione – guide dettagliate per ogni tipo di modello fiscale, aggiornate ogni anno con le scadenze corrette.

C'è però un aspetto normativo che va chiarito, perché spesso genera confusione. La legge – il DPCM del luglio 2020 – vieta esplicitamente agli enti di usare i fondi ricevuti dal 5xmille per finanziare campagne di sensibilizzazione sul 5xmille stesso, con l'obbligo di restituire le somme in caso di violazione. AIRC e le altre grandi organizzazioni non violano questa norma: finanziano le campagne con il proprio budget ordinario di raccolta fondi, alimentato da lasciti, donazioni private e sponsorship aziendali. La distinzione è formalmente corretta. Ma il punto è esattamente questo: chi ha già un sistema di fundraising sviluppato può investire in comunicazione per crescere ancora, mentre chi non ce l'ha non può usare il 5xmille per costruirselo. Il risultato è un circolo virtuoso riservato a chi è già grande.

L'Osservatorio ASSIF – che monitora il settore per l'Associazione italiana fundraiser – ha recentemente fotografato le conseguenze di questo squilibrio: oltre 13.000 enti, il 13,5% di quelli ammessi al riparto, non ricevono nemmeno una firma. E cresce del 21% il numero di enti che raccolgono meno di cento euro. L'Osservatorio chiede politiche pubbliche di sostegno al fundraising e, in particolare, la possibilità per gli enti di destinare una quota dei fondi ricevuti alla promozione della propria campagna negli anni successivi – esattamente il contrario di quanto prevede la norma attuale – perché lo strumento del 5xmille non resti appannaggio di un numero ristretto di organizzazioni.

La differenza (che tutti sbagliano) con 8 e 2xmille

Il 5xmille compare nella dichiarazione dei redditi insieme ad altri due strumenti, l'8 e il 2xmille, che molti confondono o usano male. La prima cosa da sapere è che non sono alternativi: si possono firmare tutti e tre nella stessa dichiarazione senza pagare un centesimo in più, perché in tutti i casi si tratta di quote dell'IRPEF già dovuta, non di versamenti aggiuntivi.

Le differenze, però, sono sostanziali. L'8xmille è lo strumento più antico: nasce nel 1985, in attuazione degli Accordi di Villa Madama del 1984 tra lo Stato italiano e la Santa Sede, e vale lo 0,8% dell'intera IRPEF – una percentuale assoluta del gettito fiscale complessivo, non della singola quota del contribuente. Può essere destinato solo allo Stato, per finalità di interesse sociale e umanitario come aiuti alimentari, calamità naturali ed edilizia scolastica, oppure a una delle confessioni religiose che hanno stipulato un'intesa con lo Stato: la Chiesa Cattolica, le Chiese Evangeliche Valdesi, la Comunità Ebraica, l'Unione Buddista e altre undici. La differenza più rilevante rispetto al 5xmille è che l'8xmille non ha un tetto di spesa – tutto quello che i contribuenti destinano viene effettivamente erogato – e soprattutto che chi non firma non perde nulla: la quota di chi non esprime una preferenza viene redistribuita proporzionalmente tra tutti i beneficiari. In pratica, non firmare l'8xmille equivale a delegare la scelta agli altri contribuenti, e in larga parte finisce alla Chiesa Cattolica.

Il 2xmille è il più recente e il meno conosciuto, introdotto nel 2014. Vale lo 0,2% dell'IRPEF e può essere destinato a partiti politici iscritti in un apposito registro o, dal 2021, ad associazioni culturali riconosciute. Solo il 3,3% dei contribuenti lo usa. Anche qui, chi non firma non vede redistribuire la propria quota: a differenza dell'8xmille, la somma resta semplicemente allo Stato.

Il punto comune a tutte e tre le misure, e che vale la pena ripetere, è quello con cui si apre questa storia: non firmare non fa risparmiare nulla. L'imposta viene comunque versata. La scelta è solo su chi decide dove vanno quei soldi – il contribuente, o lo Stato.

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