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11 Maggio 2026
6:00

Le tasse più curiose della storia d’Italia: dal macinato al celibato fino alle carte da gioco

Alcune tasse sono percepite come più ingiuste delle altre, soprattutto quando colpiscono i beni di consumo. Quali sono le imposte meno gradite della storia d’Italia e quelle più strane, la cui utilità oggi appare particolarmente discutibile?

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Le tasse più curiose della storia d’Italia: dal macinato al celibato fino alle carte da gioco
tasse più odiose geopop
Immagine generata con AI.

Le tasse sono necessarie per far funzionare lo Stato e garantire servizi ai cittadini. Si pensi, alla sanità, alla scuola, alla viabilità, alla sicurezza e a molti altri servizi, che sono possibili solo grazie al contributo finanziario dei cittadini, che dovrebbe essere versato in base al reddito di ciascuno. Non tutte le tasse sono ugualmente percepite come utili, in particolare quelle indirette (cioè non modulate in base al reddito) che colpiscono beni di prima necessità e determinati stili di vita.

Nella storia d'Italia ci sono tasse che negli anni sono state superate, ma che raccontano molto della nostra storia, o perché particolarmente odiose o perché "curiose". Prediamo in esame le imposte sul macinato, sul celibato e sulle carte da gioco.

La tassa sul macinato

La tassa sul macinato fu introdotta nel 1868 ed entrò in vigore dal primo gennaio dell’anno successivo. Si pagava quando si portavano cereali e altri prodotti ai mulini per la macinazione. Dopo l’introduzione della tassa, tutti i mulini dovettero dotarsi di un contatore che contava quanti giri effettuavano le macine. Quando una persona portava prodotti per la macinazione, il mugnaio tratteneva sia i soldi del costo della macinazione, sia quelli della tassa. L’importo variava a seconda del prodotto che si macinava: da cinquanta centesimi al quintale per le castagne, a due lire al quintale per il grano. La tassa gravava anche sui cereali importati dall’estero.

Vignetta umoristica sulla tassa sul macinato (bibliotecasalaborsa.it)
Vignetta umoristica sulla tassa sul macinato (bibliotecasalaborsa.it)

La tassa sul macinato era, nella sostanza, una tassa sul pane, il cui prezzo, non a caso, aumentò in maniera significativa. Se si considera che l’Italia dell’Ottocento era una Paese povero, nel quale ampie fasce della popolazione vivevano in condizioni di miseria e potevano nutrirsi solo di alimenti poco costosi, come il pane, si evince come la tassa fosse particolarmente odiata. Era chiamata «tassa sulla miseria» o «tassa sulla fame» proprio perché aveva gli effetti più pesanti sui cittadini più indigenti.

La tassa fu introdotta per volontà della Destra storica – la fazione politica che governò l’Italia dal 1861 al 1876 – allo scopo di risanare i conti pubblici e raggiungere il «pareggio del bilancio», cioè far sì che le entrate dello Stato fossero uguali o superiori alle uscite. La tassa provocò malcontento in tutto il Paese e in diverse regioni fu all’origine di proteste e moti popolari. La tassa fu abolita, in fasi successive, dalla Sinistra storica, ascesa al potere nel 1876: i governi della Sinistra prima ridussero l’importo e nel 1884 abolirono del tutto l’imposta.

La tassa sul celibato

Durante il regime fascista, gli uomini non sposati dovevano pagare una apposita imposta: la tassa sul celibato. La tassa, introdotta nel 1927, colpiva i cittadini di sesso maschile di età compresa tra 25 e 65 anni (con l’esclusione dei sacerdoti e di alcune altre categorie), i quali, se non avevano contratto regolare matrimonio, erano tenuti al pagamento di una tassa annuale. Si pagava sia una quota fissa (70 lire fino a 35 anni; 100 lire da 36 a 50 anni; 50 lire da 51 a 65 anni), sia un contributo integrativo variabile in base al reddito. L’importo fu aumentato due volte, nel 1934 e nel 1937.

Bando pubblico per annunciare la tassea sul celibato copia
Bando pubblico per annunciare la tassea sul celibato copia

La tassa fu introdotta allo scopo di spingere gli uomini a sposarsi e a fare figli, in base all’idea, diffusa negli anni tra le due guerre mondiali, secondo la quale uno Stato è tanto più forte quanto più numerosi siano i suoi cittadini. La tassa gravava solo sugli uomini perché, secondo la mentalità prevalente all’epoca, solo loro potevano avere incertezze sul matrimonio e scegliere se sposarsi o meno; le donne, si riteneva, desideravano ardentemente sposarsi e consideravano il matrimonio come un obiettivo ineludibile. La tassa, inoltre, era una prova delle aspirazioni totalitarie del fascismo, che pretendeva di interferire nella sfera privata dei cittadini e decidere come dovessero vivere.

La tassa sul celibato non fu sufficiente a invertire la tendenza demografica e a fermare il calo della fecondità media (cioè il numero di figli per donna), provocato dai cambiamenti sociali e dalla lenta, ma inarrestabile, modernizzazione del Paese: il tasso passò da 3,64 figli per donna nel 1926 a 3,07 figli nel 1939, per diminuire ulteriormente durante la Seconda guerra mondiale. La tassa sul celibato fu abolita nel 1943, dopo la caduta del regime fascista.

La tassa sulle carte da gioco

Per più di un secolo, in Italia è esistita una tassa le carte da gioco. Il motivo è il seguente: il gioco era considerato un’attività “sospetta”, per la possibile degenerazione in gioco d’azzardo, e le istituzioni ritenevano che fosse giusto scoraggiarlo, facendo pagare una tassa a chi giocava e a chi, producendo i materiali, ne traeva profitto. In tutti gli Stati italiani preunitari era perciò prevista una tassa. I sistemi per riscuoterla erano due: in alcuni casi, le istituzioni vendevano a prezzo maggiorato la carta filigranata obbligatoria per fabbricare le carte (era illegale fabbricarle con carta non filigranata); in altri casi, i produttori pagavano allo Stato una tassa specifica per ogni mazzo che producevano e, per provarne il pagamento, si apponeva un bollo su una delle carte. Quest’ultimo sistema fu adottato dal Regno d’Italia unificato: nel 1862 fu stabilito che la tassa ammontava a 0,30 lire per ogni mazzo fino a 52 carte; a 0,50 lire per i mazzi con un numero maggiore di carte. Il bollo era apposto sull’asso di cuori nelle carte francesi, sull’asso di denari in quelle napoletane.

Il bollo sull'asso di denari (finanze.gov.it)
Il bollo sull’asso di denari (finanze.gov.it)

La legge fu aggiornata più volte, anche per contrastare le frequenti contraffazioni del bollo, fino al 1972, quando fu abolita. Da allora la produzione e il commercio di carte da gioco non sono soggetti tassazione specifica.

Fonti
Ministero dell’economia e delle finanze, I Tributi nella storia d'Italia
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