
Oggi 3 settembre ricorre il 44° anniversario dell'attentato di via Carini: quel giorno, nel 1982, Cosa Nostra uccise a Palermo il Generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, da pochi mesi prefetto della città, insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e all'agente di scorta Domenico Russo. Carabiniere, partigiano, investigatore e infine prefetto, Dalla Chiesa aveva improntato la sua carriera sulla base di un solido principio: lo Stato non doveva cedere davanti alla violenza, che fosse di stampo mafioso o terroristico.
Nato in provincia di Cuneo nel 1920, entra nell'Arma dei Carabinieri a 22 anni e nel dopoguerra si occupa della mafia corleonese. Negli anni Settanta, a Torino, guida il contrasto al terrorismo delle Brigate Rosse e nel 1982 viene inviato a Palermo, dove viene ucciso pochi mesi dopo. La sua morte spinge il Parlamento ad approvare la legge Rognoni-La Torre, che introduce il reato di associazione mafiosa (art. 416-bis), e dà impulso alla stagione giudiziaria che porterà, negli anni successivi, al maxiprocesso di Palermo istruito dal pool antimafia di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Carlo Alberto Dalla Chiesa, un destino scritto nell’Arma
Dalla Chiesa nasce a Saluzzo, in provincia di Cuneo, il 27 settembre 1920 in una famiglia che respirava il senso del dovere. Suo padre Romano era ufficiale dei Carabinieri, arrivando a ricoprire il ruolo di Vice comandante generale dell’Arma. Con fratelli destinati a carriere brillanti (uno in banca, l’altro anch'egli generale), Carlo Alberto cresce in un contesto in cui "uniforme" significava responsabilità, disciplina, servizio.
Quando scoppia la Seconda guerra mondiale, partecipa come sottotenente nei Balcani. Poi, nel 1942, entra ufficialmente nell’Arma dei Carabinieri e l'anno successivo si laurea in giurisprudenza a Bari (dove tra i suoi esaminatori c’è un giovanissimo Aldo Moro). Poco dopo conseguirà anche la laurea in Scienze politiche.
Dopo la firma dell'Armistizio l'8 settembre 1943, mentre l’Italia è spaccata in due, Dalla Chiesa si rifiuta di collaborare con i nazisti e diventa uno dei protagonisti della Resistenza nelle Marche. Più tardi ricorderà quell’esperienza come una delle più importanti della sua vita: «Mi trovai alla testa di bande di patrioti e responsabile di intere popolazioni».
La lotta alla mafia del Generale: dagli anni di Corleone a Palermo
Nel dopoguerra, la carriera militare si intreccia con quella familiare: nel 1946 sposa Dora Fabbo, con cui avrà tre figli, tra cui Nando Dalla Chiesa, professore di «Sociologia della criminalità organizzata» all'Università degli Studi di Milano e una delle voci più importanti della società civile contro le mafie.
È proprio la famiglia di Dora, legata a Palermo, a fare da sfondo al primo grande impegno antimafia. Dal 1949, con il Comando forze repressione banditismo (CFRB), Dalla Chiesa affronta la realtà criminale di Corleone. Indaga sulla scomparsa del sindacalista Placido Rizzotto, e capisce subito che dietro non c’è il "vecchio capo" Michele Navarra, ma il giovane emergente Luciano Liggio. È il primo passo di un metodo che segnerà tutta la sua vita: studiare i legami, le parentele, le reti di potere mafioso come un sistema.
Negli anni Sessanta, da colonnello a Palermo, rafforza questa visione. Elabora schede sui mafiosi, tracciando vincoli familiari e rapporti di comparatico. Disegna persino mappe di Palermo con i quartieri controllati dalle cosche. I suoi rapporti sulla speculazione edilizia e su politici come Vito Ciancimino mostrano una lucidità investigativa che anticipa i grandi pool antimafia degli anni Ottanta. Ma i processi dell’epoca, ancora privi di strumenti adeguati, spesso finiscono nel nulla. Lui stesso affermerà con amarezza: «Siamo senza unghie».
La stagione del terrorismo: il Nucleo speciale e le Brigate Rosse
Nel 1973 viene trasferito a Torino e promosso a generale. È il periodo in cui l’Italia affronta una nuova emergenza: il terrorismo rosso. Dopo il sequestro del magistrato Mario Sossi, Dalla Chiesa ottiene il via libera per creare il Nucleo speciale antiterrorismo. Seleziona personalmente i suoi uomini e li forma con una regola d’oro: discrezione assoluta e specializzazione.
La sua strategia funziona: nel 1974 arrivano gli arresti dei capi brigatisti Curcio e Franceschini, grazie all’infiltrazione di Silvano Girotto, il celebre "frate mitra". Negli anni seguenti il Nucleo smantella covi, arresta decine di militanti, costruisce un metodo investigativo basato su pedinamenti, intercettazioni e collaborazione stretta con la magistratura.
Dopo il dramma del sequestro e dell'uccisione di Aldo Moro nel 1978, Dalla Chiesa diventa il punto di riferimento del nuovo coordinamento antiterrorismo. Con lui arrivano risultati concreti: dal blitz di via Monte Nevoso al primo grande pentito delle BR, Patrizio Peci, che nel 1980 apre la strada a una valanga di confessioni e arresti. In tre anni, l’organizzazione brigatista viene di fatto smantellata.
Il ritorno a Palermo e la morte il 3 settembre 1982: il prefetto “senza poteri”
Dopo una carriera costellata di incarichi difficili, nel 1982 arriva la nomina che segnerà il suo destino: prefetto di Palermo. Dalla Chiesa è consapevole che la città è nel pieno della seconda guerra di mafia, con i corleonesi di Totò Riina e Bernardo Provenzano pronti a scatenare una carneficina. Ma qui il Generale si trova di fronte a un’amara verità: lo Stato non gli dà i poteri promessi. In una lettera al presidente del Consiglio Giovanni Spadolini, il Generale denuncia apertamente la mancanza di strumenti adeguati per combattere un nemico così potente. È isolato, e ne è cosciente.
Il 3 settembre 1982 Palermo viene scossa da un attentato che resterà nella storia. Dalla Chiesa, sposato da appena 54 giorni con Emanuela Setti Carraro, viaggia sulla sua Autobianchi A112 Special insieme alla moglie. Con loro c’è anche l’agente di scorta Domenico Russo, su un’Alfetta.

In via Carini, una BMW si affianca all'auto di Dalla Chiesa, mentre una motocicletta con a bordo Pino Greco affianca l'Alfetta di Russo. Partono raffiche di AK-47. È un’esecuzione. Il Generale Dalla Chiesa e la moglie Emanuela Setti Carraro muoiono sul colpo, Domenico Russo morirà 15 giorni dopo in ospedale.

L’Italia si sveglia davanti a un paradosso: l’uomo che aveva sconfitto il terrorismo, mandato a Palermo come simbolo della lotta alla mafia, era stato lasciato solo. La sua morte diventa un grido, senza leggi forti e una volontà politica chiara, la criminalità organizzata continuerà a uccidere: l'attentato spinge il Parlamento ad approvare la legge Rognoni-La Torre, che introduce il reato di associazione mafiosa (art. 416-bis) e la possibilità di sequestrare e confiscare i beni accumulati illegalmente dalla criminalità organizzata.