
Da quando è iniziato il conflitto tra Russia e Ucraina, con l'invasione di quest'ultima da per mano russa, gli equilibri globali sono stati sconvolti e ogni giorno leggiamo notizie sui continui attacchi e raid coi droni, da parte di entrambi gli chieramenti: oggi si tratta di un conflitto di logoramento e ad alta tecnologia, che ha però radici storiche e strumenti non così recenti come potremmo pensare. L'utilizzo di droni di varie classi e dimensioni da parte della Russia infatti non è una novità, dato che i suoi prodromi risalgono addirittura al periodo sovietico.
È tuttavia vero che, nei circa trent'anni successivi alla fine della Guerra Fredda, le alte sfere militari russe si sono dimostrate molto riluttanti all'introduzione massiva dei droni come nuovi strumenti di guerra offensiva. Tali riserve sono rapidamente cadute con l'inizio della guerra, scoppiata nella notte tra il 23 e 24 febbraio 2022, durante la quale Mosca ha trovato nei “velivoli senza pilota” degli strumenti economici ma assai efficaci per combattere “le guerre convenzionali del XXI secolo”.
Più recentemente, i droni sono stati utilizzati, assieme a mezzi più tradizionali, anche per saggiare le capacità dei sistemi di risposta e reazione rapida del dispositivo militare del cosiddetto “fianco orientale” dell'Alleanza Atlantica e dell'Unione Europea, nel caso in cui gli equilibri geostrategici dovessero definitivamente precipitare e la “Guerra Fredda 2.0” dovesse tramutarsi in una “guerra calda” a tutti gli effetti.
Guerra tra Russia e Ucraina: la rivoluzione dei droni
Quando, nella notte compresa tra il 23 ed il 24 febbraio del 2022, la Russia iniziò la sua invasione in grande stile dell'Ucraina, le Forze Armate della Federazione Russia non risultavano minimamente tra i primi posti della classifica internazionale per l'utilizzo di droni: venivano abbondantemente surclassate sia dal punto di vista numerico che tecnologico da Paesi come gli Stati Uniti d'America, Israele, la Cina, l'Iran e la Turchia.
La lezione che la guerra ha impartito ha causato un cambiamento siderale nell'approccio all'utilizzo dei droni – tanto da parte russa quanto da parte ucraina – e i massicci investimenti diretti all'acquisto, allo sviluppo ed alla produzione di nuovi sistemi a pilotaggio remoto (oltre all'aggiornamento di quelli già esistenti) ha completamente rovesciato le classifiche, che vedono ora Russia e Ucraina saldamente al primo posto.

Nonostante gli eventi bellici non si siano ancora conclusi, e sicuramente nei prossimi mesi e anni i campi di battaglia continueranno a riservarci nuove sorprese, ciò che possiamo già affermare con certezza è che la Guerra Russo-Ucraina rappresenta il primo esempio in assoluto di utilizzo generalizzato dei droni, un po' come la Guerra del Vietnam certificò il primo utilizzo generalizzato degli elicotteri.
La Russia in particolare sta perseguendo una strategia stratificata che prevede l'impiego dei droni sia a livello tattico che strategico, senza contare il boom che hanno visto le cosiddette “munizioni circuitanti” (anche note con il termine inglese di loitering munitions) e, più recentemente anche i doni FPV (acronimo che sta per "first person view", traducibile in italiano con "visuale in prima persona") in un contesto di progressivo ma inesorabile logoramento delle forze ucraine attuato dai russi mediante attacchi dall'aria sempre più estesi, elaborati e violenti. Infatti queste tipologie di ordigni non hanno un bersaglio specifico al momento del lancio, ma sono programmati per sorvolare una certa area, identificare un obiettivo durante il volo e attaccarlo in modo autonomo oppure guidati da un operatore appositamente addestrato.
L'importanza che i sistemi senza pilota stanno ora avendo nelle strategie militari russe è tale da aver portato alla creazione di una nuova branca di servizio in seno alle Forze Armate denominata Войска беспилотных систем, traducibile come "Forze dei sistemi senza pilota", che secondo le aspettative dei pianificatori militari russi dovrebbe crescere fino a raggiungere i 168.000 uomini entro la fine del 2026.
Le violazioni dello spazio aereo europeo e della NATO
Tuttavia, la Russia non si è limitata a dispiegare i suoi droni nel solo contesto ucraino, ma ha iniziato ad utilizzarli per missioni di sorvolo atte a violare lo spazio aereo dei Paesi della NATO. Originariamente, queste violazioni (che iniziarono contestualmente all'invasione dell'Ucraina, ma non destarono particolare interesse nella stampa occidentale) avevano lo scopo di effettuare missioni di ricognizione su aree ben delimitate dei territori della Polonia, della Slovacchia e della Romania, importanti hub di concentrazione di materiale bellico occidentale diretto a Kiev.
Successivamente, però, e in particolar modo nel corso di quest'anno, i russi hanno alzato l'asticella dello scontro e hanno iniziato a violare sempre più spesso i cieli dei paesi baltici, dei paesi nordici e di diversi paesi dell'Europa orientale (oltre a quelli già citati in precedenza). Tali incursioni hanno provocato la chiusura di aeroporti, con conseguente sconvolgimento dei traffici aerei e considerevoli danni economici, oltre a generare allarme e senso di panico nell'opinione pubblica degli stati coinvolti. Interessante notare che le provocazioni russe si facciano più intense ogni qual volta ai vertici dell'Unione Europea e della NATO venga ventilata la possibilità di un incremento degli aiuti militari a Kiev, elemento che richiama platealmente alla strategia della “pressione”.
È veramente sostenibile uno “scudo anti-drone” occidentale?
Contestualmente allo scoppio della guerra, e alla luce dell'utilizzo massivo di droni da parte di Mosca, numerose voci nel Vecchio Continente si sono levate per suggerire lo sviluppo e l'utilizzo in tempi celeri di uno “scudo anti-drone europeo” (o al limite NATO). Al momento, però, non è chiaro se tale iniziativa potrà essere veramente realizzata in un arco temporale breve e se i costi saranno giustificati alla luce delle prestazioni finali, sulle quali si possono a oggi solo fare speculazioni.
Il nodo gordiano della questione sta infatti nella divaricazione ormai evidente tra i costi dei mezzi d'attacco contro quelli di difesa. Non è infatti sostenibile nel lungo periodo una difesa basata su costosissime batterie missilistiche e altrettanto onerosi velivoli ad alte prestazioni, che verrebbero utilizzati per abbattere droni dal valore di poche migliaia di euro.

Da aggiungere poi il fatto che le industrie della difesa europee e statunitensi non sono ancora riuscite a incrementare la produzione dei sistemi di difesa in maniera apprezzabile, mentre i russi riescono a sfornare droni Geran al ritmo di centinaia al giorno (170 secondo stime risalenti all'estate, pari ad un totale teorico di oltre 62.000 all'anno e con l'obiettivo dei 100.000 da raggiungere entro la fine del 2026), e si tratta solo di una delle tante tipologie di droni che i russi stanno producendo.
Di fronte alla prospettiva di attacchi a sciami coinvolgenti migliaia di droni su ondate multiple, il rischio è che, perseguendo l'approccio tecnologico e operativo sbagliato, i paesi europei finiscano per creare un moderno equivalente della celebre Linea Maginot, che potrebbe rivelarsi un fallimento colossale proprio come lo fu l'omonima linea difensiva francese all'inizio della Seconda guerra mondiale.

Quella tra la Russia e i droni è una liason affatto nuova, anzi dura da oltre 70 anni. Nel 1953 le allora Forze Aeree Sovietiche testarono e poi introdussero in servizio il Lavochkin La-17, un primitivo drone bersaglio successivamente sviluppato in diverse varianti potenziate, destinate ad un lunga carriera non solo in ambienti ex-sovietici ma anche in Siria e in Cina.
Successivamente, nel 1964 venne introdotto il Tupolev Tu-123 “Yastreb”, drone da ricognizione strategica di dimensioni colossali, spinto da un propulsore Tumansky KR-15 (una variante dello stesso motore del caccia intercettore Mikoyan-Gurevich MiG-25 “Foxbat”) capace di imbarcare sia apparati fotografici che equipaggiamenti SIGINT (Signal Intelligence) e caratterizzato da un raggio d'azione potenzialmente in grado di coprire l'intera Europa occidentale.
Nel corso dei decenni (e al netto delle non sempre rosee disponibilità di bilancio) Mosca ha via via schierato nuovi e più performanti modelli di droni che però hanno sempre sofferto di un marcato svantaggio rispetto alle loro controparti occidentali, israeliane e cinesi. Come già affermato, è stato solo l'inizio della Guerra Russo-Ucraina a far maturare le condizioni perché la Russia facesse il salto di qualità e, a giudicare dagli investimenti, sembra determinata a mantenere tale primato anche in futuro.