
Una salita, una scalinata, una strada in pendenza può sembrare un muro insormontabile in certi momenti, e un percorso quasi piacevole in altri. Per anni la psicologia della percezione ha studiato perché questo accada a livello fisiologico — peso da portare, età, stanchezza — ma uno studio pubblicato nel 2008 sul Journal of Experimental Social Psychology ha provato a rispondere a una domanda più insolita: può bastare la presenza, o anche solo il pensiero, di una persona che ci vuole bene per cambiare letteralmente quello che vediamo?
Va detto fin da subito che il paradigma sperimentale su cui si basa questo filone di ricerca non è esente da critiche metodologiche, di cui parleremo più avanti, anche se l'effetto specifico legato al supporto sociale ha retto ad almeno una replica indipendente.
Come il cervello deforma la realtà in base alle percezioni: lo studio sulle pendenze
Il punto di partenza è questo studio di Dennis Proffitt e colleghi, che dagli anni '90 documentano come la percezione visiva delle pendenze non sia un dato oggettivo e fisso, ma dipenda dalle risorse energetiche disponibili a chi guarda: chi è anziano, stanco o costretto a portare un peso extra stima le salite più ripide di chi è giovane, riposato o senza pesi addosso. Secondo questa cosiddetta "economia dell'azione", il cervello esagera la difficoltà di un ostacolo in proporzione alla fatica reale che costerebbe superarlo.
Simone Schnall, Kent Harber, Jeanine Stefanucci e lo stesso Proffitt si sono chiesti se lo stesso meccanismo valga anche per una risorsa non fisica ma relazionale: il supporto sociale. Per scoprirlo hanno condotto due esperimenti riportati in questo lavoro.
Il primo esperimento: la collina, lo zaino, l'amico
Trentaquattro studenti dell'Università della Virginia sono stati osservati davanti a una collina, con una pendenza di 26 gradi. A tutti i partecipanti — chi era da solo e chi era in compagnia — è stato fatto indossare uno zaino riempito con pesi pari al 20% del proprio peso corporeo: serviva a creare la stessa condizione di sforzo per tutti. Chi era in compagnia ha stimato la pendenza come meno ripida rispetto a chi era solo. Il dato più curioso riguarda la durata dell'amicizia: più a lungo i due si conoscevano, meno ripida appariva loro la salita.
È un risultato coerente con l'idea che il supporto sociale conti, ma da solo non la dimostra: i partecipanti non sono stati assegnati a caso alla condizione "da solo" o "in coppia" — erano già amici, o già da soli, quando sono stati reclutati per strada, quindi potrebbero esserci altri fattori (di personalità, per esempio) dietro l'effetto osservato.
Il secondo esperimento dello studio
Il secondo esperimento ha usato la randomizzazione vera. Trentasei studenti dell'Università di Plymouth hanno passato due minuti a immaginare una persona cara e di supporto, oppure un conoscente neutro (un commesso visto spesso ma mai conosciuto davvero), oppure qualcuno che li aveva delusi in un momento di bisogno. Solo dopo, con lo stesso tipo di zaino, hanno stimato la pendenza di una collina di 29 gradi. Chi aveva pensato alla persona cara ha visto la salita come meno ripida delle altre due condizioni — e l'effetto può essere stato spiegato proprio dal calore e dalla vicinanza percepiti verso quella persona.
In entrambi gli studi, però, l'illusione riguardava solo le stime esplicite — quelle verbali e quelle visive. Se ai partecipanti veniva chiesto di regolare alla cieca, con il solo palmo della mano, una tavoletta inclinata fino a farla corrispondere alla pendenza della collina, la presenza — o il pensiero — dell'amico non cambiava nulla: la stima restava vicina alla realtà. È una dissociazione che richiama la distinzione, ben nota in neuroscienze, tra la via visiva che genera la nostra consapevolezza cosciente e quella che guida i movimenti senza passare dal pensiero: il cervello addolcisce quello che crediamo di vedere, ma non inganna il sistema che ci fa muovere i piedi nel punto giusto.
Quanto regge oggi questa scoperta
L'effetto specifico del supporto sociale ha superato almeno una replica indipendente, pubblicata anni dopo, che lo ha confermato — trovando che basta anche solo un messaggio di testo a un amico per ottenerlo. Il paradigma più ampio su cui si basa lo studio, però — l'idea che un peso fisico cambi la percezione, non solo lo sforzo richiesto — resta da anni al centro di un dibattito tra ricercatori: alcuni hanno mostrato che un effetto simile si può ottenere anche solo facendo credere ai partecipanti cosa l'esperimento si aspetti da loro, senza alcun cambiamento percettivo reale. Proffitt ha risposto difendendo l'impostazione originale, ma la discussione resta aperta.
Quel che emerge con più chiarezza, alla fine, è che non basta la compagnia in sé: conta la qualità della relazione. E il nostro corpo, nel frattempo, non si lascia ingannare.