
La lingua sarda viene erroneamente chiamata dialetto, una categorizzazione in generale scorretta, non dettata da motivi linguistici ma da questioni politiche e culturali.
Il sardo è una lingua indipendente perché possiede una propria grammatica, un lessico di origine distinta, un'evoluzione storica autonoma, che non deriva dall'italiano ma direttamente dal latino, e una tradizione scritta. È divisa principalmente nei due grandi gruppi del campidanese e del logudorese-nuorese. È stata anche riconosciuta come lingua a livello istituzionale. Di recente è stata inserita dall'UNESCO nell'atlante delle lingue del mondo in pericolo.
La lingua nuragica e il latino
Come già detto, il sardo non può definirsi una variante dell’italiano o un dialetto, perché è una lingua romanza nata in maniera autonoma, esattamente come il francese, lo spagnolo o il portoghese. Dopo la caduta dell’Impero romano nel 476 d.C. il latino cessò progressivamente di essere la lingua d’uso quotidiano, venendo sostituito nel parlato dai volgari locali, mentre nella lingua scritta – soprattutto religiosa, filosofica, medico-scientifica e giuridica – rimase comune per secoli.
La Sardegna non fa eccezione e vede la nascita di un volgare locale. La sua formazione avvenne tra la fine dell’età antica e l’alto Medioevo, molto presto in comparazione con l’italiano. Essendo la Sardegna isolata, per via della sua geografia, i tratti del latino selezionati dal sardo furono particolarmente conservativi rispetto ad altre lingue romanze sviluppare nel continente. Le aree isolate linguisticamente tendono a essere maggiormente conservative, questo fenomeno è spiegato attraverso la teoria delle aree periferiche. Il sardo, oltre all'eredità latina, conserva tracce della lingua nuragica, presumibilmente parlata nella zona in età preromana. Questa lascia tracce nel sardo come lingua di sostrato. Grazie a questo fenomeno, nomi di luoghi e di centri abitati di epoca antichissima sopravvivono nel modo di parlare attuale. Alcuni studi di ricostruzione toponimica hanno cercato di identificare l’origine di questi termini, riuscendo a datarne alcuni addirittura a prima dei Fenici. La maggior parte di questo bagaglio lessicale rimane però etimologicamente oscuro.
Successivamente, i contatti con il greco bizantino, il catalano, il castigliano e altre lingue della penisola italiana hanno contribuito a modificare sostanzialmente il sardo nel corso dei secoli. Tra l’XI e il XII secolo, il sardo compare per la prima volta in documenti ufficiali amministrativi, segno che non si trattava semplicemente di una lingua d'uso, ma di un idioma utilizzato anche in ambiti come il diritto, la politica e l’amministrazione, all'epoca monopolizzati dal latino nel resto d'Europa.
La conquista aragonese, la produzione letteraria e le varianti
A partire dal Trecento, quindi, la conquista catalano-aragonese cambiò profondamente l’assetto politico della Sardegna, incidendo sul suo equilibrio linguistico. Dapprima il catalano e poi in seguito il castigliano divennero le lingue del potere, dell’amministrazione e della cultura scritta. Queste lingue influenzeranno il sardo come sovrastrato, contribuendo alla formazione di diverse varietà linguistiche sull'isola: in particolare le differenze tra campidanese e logudorese, parlate rispettivamente nel centro-sud e nel centro-nord, sono attribuibili all'influsso di catalano e castigliano.
In questi secoli si consolidò anche la pluralità linguistica dell’isola in quanto oltre al sardo e alle sue varietà, si svilupparono il catalano di Alghero, il sassarese, il gallurese (una varietà linguistica italo-romanza, molto vicina al corso) e, successivamente, il tabarchino, una variante della lingua ligure.
Il risultato fu una Sardegna linguisticamente ricchissima, ma anche segnata da una forte gerarchia: mentre le lingue iberiche occupavano gli spazi ufficiali e scritti, il sardo veniva sempre più confinato alla comunicazione quotidiana e orale. È proprio in questa fase che si afferma una vera situazione di diglossia, cioè la coesistenza di una lingua “alta”, usata nei contesti pubblici e istituzionali, e di una lingua “bassa”, parlata dal popolo ma esclusa dai centri del potere.
Questa situazione influenzò direttamente anche la produzione letteraria. Molti autori sardi tra Cinquecento e Seicento scelsero di scrivere in castigliano, catalano, latino o italiano, lingue considerate più prestigiose e capaci di garantire una maggiore circolazione delle opere letterarie, relegando il sardo solamente a testi religiosi, popolari o destinati a un pubblico prettamente locale. Esistono però testimonianze letterarie in sardo, anche molto antiche, come ad esempio il poema Sa Vitta et sa Morte, et Passione de sanctu Gavinu, Prothu et Januariu (1463 circa) di Antonio Cano, considerato la prima importante opera letteraria in lingua sarda. Questo testo mostra egregiamente una caratteristica che accompagnerà a lungo la tradizione sarda, quella dell’incontro tra la cultura colta e la tradizione orale.

Il sardo come mezzo di riappropriazione identitaria: il riconoscimento
Oggi il sardo continua a occupare un posto centrale nell’identità culturale dell’isola, anche se vive una condizione complessa, sospesa tra trasmissione familiare, perdita generazionale, tentativi di valorizzazione costanti ed emigrazione della sua popolazione. Parlare sardo porta con sé un sistema culturale costruito per secoli: è un modo per custodire memorie, relazioni e affetti, paesaggi e storia, tutti elementi che valorizzano la propria appartenenza.
Il sardo è riconosciuto come minoranza linguistica storica dallo Stato italiano. Questo riconoscimento rientra nel quadro della Legge 482 del 1999, che tutela diverse lingue storiche presenti sul territorio nazionale. La lingua è sempre esistita indipendentemente dalla legge, ma il riconoscimento istituzionale le attribuisce un'importanza nuova, rendendola patrimonio linguistico storico meritevole di tutela.
In questo senso, continuare a chiamarlo dialetto è tanto un’imprecisione linguistica quanto il riflesso di una gerarchia culturale che per secoli ha svalutato le lingue locali rispetto a quelle del potere. Da qui bisogna quindi riconoscere che il sardo, come altre lingue parlate nella penisola, hanno da sempre avuto valore e continuano ad avere una voce propria.