
Ogni nostra esperienza quotidiana, dal profumo di un caffè al ricordo di un viaggio, si trasforma in quella che gli scienziati chiamano memoria episodica, un archivio personale che unisce il "cosa", il "dove" e il "quando" di un evento personale, creando un ricordo univoco di quella esperienza. Per permetterti di ricordare ciò che hai fatto oggi, come andare a lavoro o mangiare un bel piatto di pasta, il cervello avvia un processo di scomposizione, integrazione e archiviazione che segue un percorso preciso e coordinato lungo molte aree cerebrali. Per stabilizzarlo, viene continuamente "allenato" e richiamato, soprattutto durante il sonno. Ma attenzione: quando un ricordo si "riattiva" oltre a consolidarsi, torna a essere malleabile e potenzialmente modificabile.
Come si forma un ricordo?
Facciamo un esempio concreto: il pranzo che hai mangiato oggi. Facendoci guidare da un importante studio pubblicato su Progress in Neuro-Psychopharmacology and Biological Psychiatry, possiamo dire che tutto inizia dai nostri sensi: i sapori, i profumi e i colori nel nostro piatto, dopo essere stati catturati dai nostri vari recettori, vengono elaborati dalla corteccia peririnale, mentre le informazioni sull’ambiente che ci circonda passano attraverso la corteccia paraippocampale. Queste informazioni confluiscono più in profondità nella corteccia entorinale, che le elabora e aggiunge il tassello del "quando". Come spiegato su Hippocampus, questa zona usa delle cellule disposte a griglia che funzionano come un GPS interno per mappare lo spazio proprio in termini geometrici, mentre altre cellule hanno il compito di registrare lo scorrere del tempo e altre ancora le informazioni derivanti dai sensi. I dati arrivano infine all'ippocampo, il regista dei nostri ricordi. Qui ha luogo un meccanismo che "etichetta" il pranzo di oggi come un evento unitario e ben distinto, per evitare che si confonda con tutte le altre volte in cui abbiamo mangiato la pasta in passato.
Ma come fa questo ricordo a diventare permanente? Per anni abbiamo creduto che l'ippocampo custodisse da solo il ricordo per poi trasferire i dati alla corteccia molto lentamente. Invece, uno studio del 2017 pubblicato su Science ha rivelato una realtà diversa: le tracce della memoria, chiamate engrammi, nascono contemporaneamente sia nell'ippocampo che nella corteccia prefrontale fin dal primo istante. All'inizio, tuttavia, il ricordo nella corteccia è "silente" e immaturo: ha bisogno del supporto dell'ippocampo per stabilizzarsi. Solo col passare del tempo l'ippocampo passa il testimone alla corteccia prefrontale, che assume il controllo definitivo e custodisce l'esperienza nel nostro archivio a lungo termine.
Stasera, quando proverai a ricordare cosa hai mangiato, uno stimolo o un semplice pensiero innescherà il processo di completamento del pattern: l'ippocampo riattiverà lo stesso identico schema neuronale della corteccia cerebrale che si era acceso durante il pranzo, permettendoti di "rivivere" l'esperienza, riattivare il segnale neurale e, così facendo, consolidare il ricordo.
Quando diventa stabile: la fase del consolidamento
Questa stabilizzazione del ricordo non avviene in un colpo solo. Quando creiamo un ricordo, questo è inizialmente molto fragile e vulnerabile. Per renderlo stabile, come riportato nella revisione di Alberini, il cervello attiva un processo fondamentale chiamato consolidamento, che avviene in due fasi:
- una rapida, che si compie in poche ore a livello dei collegamenti tra neuroni. in questa fase, il cervello produce proteine specifiche che agiscono come "mattoni" per rinforzare le connessioni neuronali. È un momento delicato: se il processo viene interrotto bruscamente, ad esempio da un trauma o un evento improvviso che si prende tutta la nostra attenzione, il ricordo precedente può svanire, come una scritta sulla sabbia.
- una più lenta, che richiede settimane o anni. Nel tempo, il ricordo viene gradualmente trasferito dall'ippocampo (che gestisce la memoria a breve termine) alla corteccia prefrontale allenandola continuamente e consolidando il ricordo. Il sonno, soprattutto la fase a onde lente, come ci ricorda una recente revisione pubblicata su Frontiers in neural circuits, è il protagonista indiscusso di questo passaggio: mentre riposiamo, il cervello riproduce i percorsi neurali attivati durante il giorno, "spostando" le informazioni dall'ippocampo alla corteccia prefrontale e liberando spazio nell’ippocampo per nuovi apprendimenti.
Il motivo per cui, soprattutto un tempo, imparare una poesia a memoria sembrava una buona idea per aumentare le nostre capacità è effettivamente sensato. Come confermato anche da un report pubblicato su Psychonomic Bulletin & Review, ripetere aiuta a fissare in memoria (non tanto ripetere freneticamente, ma farlo spesso a distanza di un po’ di tempo tra una ripetizione e l’altra), semplicemente perché riattivando i network neurali questi si rafforzano, rendendo la trasmissione elettrochimica più efficiente e veloce.
Ricordare è un processo di ricostruzione, non di semplice estrazione
Tuttavia, un ricordo stabile non è scolpito nella pietra. Ogni volta che richiamiamo alla mente un evento, il cervello lo rievoca per permetterci di riviverlo e aggiornarlo; questo processo, ampiamente descritto da Dudai nel 2003, è chiamato riconsolidamento e rende temporaneamente malleabile il ricordo. Se mentre “apriamo” quella scatola mentale la nostra attenzione viene distratta, o se la nostra mente riempie un vuoto con un dettaglio inventato o suggerito da qualcuno (per esempio ci dicono "stamattina la pasta era scotta", ma a noi sembrava giusta), quella versione modificata verrà salvata nuovamente al posto dell’originale. In sostanza, ogni volta che ricordiamo non stiamo soltanto spolverando un documento scritto tempo fa, ma stiamo attivamente ricostruendo il nostro passato, con il rischio costante di sovrascrivere o alterare i dettagli originali.