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17 Agosto 2026
10:30

Fondi universitari 2026, 9,4 miliardi agli atenei: metà delle università resta ferma al 2025

Il Ministero dell'Università, con il decreto Bernini, ha ripartito il Fondo di finanziamento 2026 per le università pubbliche: 9,36 miliardi effettivi, in calo rispetto al 2025. Nessun ateneo perde, ma 30 su 61 restano a quota zero. Nonostante i comunicati dichiarino aumenti, il decreto rivela tagli per gli studenti e squilibri tra atenei, portando il Consiglio degli studenti al parere contrario.

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Fondi universitari 2026, 9,4 miliardi agli atenei: metà delle università resta ferma al 2025
lezione frontale universita

Il 7 agosto il Ministero dell'Università ha pubblicato il decreto che ripartisce il Fondo di finanziamento ordinario, cioè i soldi con cui lo Stato paga il funzionamento delle università pubbliche. Il comunicato che lo accompagna riassume l'operazione in tre punti: 9,415 miliardi di euro, risorse in aumento rispetto all'anno scorso e nessun ateneo che riceve meno di prima, con La Sapienza in testa a quota 555,1 milioni.

Il testo del decreto e le tabelle allegate raccontano una vicenda più articolata. Le risorse effettivamente distribuite sono 9.365.562.965 euro, perché quasi cinquanta milioni rientrano nelle casse dello Stato prima di arrivare agli atenei, e quella cifra è più bassa di quella ripartita nel 2025. Che nessuno perda risorse, poi, dipende da una clausola che fissa a zero la variazione minima: 30 istituzioni su 61 restano esattamente ai livelli dell'anno precedente, e tra queste c'è la stessa Sapienza. Il Consiglio nazionale degli studenti universitari, uno dei quattro organismi consultati prima della firma, ha espresso parere contrario.

Come si divide l'FFO 2026 e perché le cifre che girano sono tre

Il Fondo di finanziamento ordinario è lo stipendio del sistema universitario statale: paga docenti, personale tecnico-amministrativo, bollette, laboratori, borse di dottorato. Ogni anno un decreto stabilisce come dividerlo tra i 61 atenei e istituti pubblici. Quest'anno il decreto è il n. 982 del 29 luglio, firmato dalla ministra Anna Maria Bernini e registrato alla Corte dei conti il 6 agosto.

I soldi si dividono in tre grandi contenitori:

  • il primo è la quota base: 4,673 miliardi, poco più della metà del totale, ed è la parte che tiene semplicemente in piedi la macchina. Dentro ci sono 2,58 miliardi distribuiti secondo il costo standard per studente, cioè quanto il Ministero stima che costi formare uno studente in quell'ateneo, e il resto ricalca in larga parte le assegnazioni storiche;
  • il secondo contenitore è la quota premiale: 2,54 miliardi, circa il 30% delle risorse, distribuiti in base ai risultati;
  • il terzo è l'intervento perequativo: 140 milioni, l'1,5%, che dovrebbe correggere gli squilibri a favore degli atenei sottofinanziati.

Il rapporto tra i tre numeri è già una scelta politica: la parte che premia vale diciotto volte quella che riequilibra.

Restano poi le voci vincolate: 859,4 milioni per i piani straordinari di reclutamento, 584 milioni di interventi per gli studenti (borse di dottorato, no tax area, sostegno alla disabilità), 366,8 milioni previsti da singole leggi, di cui 271 milioni ai dipartimenti di eccellenza.

È qui che conviene fermarsi un momento, perché nel decreto compaiono tre numeri diversi e i comunicati ne citano uno solo.

  • il primo è 9,415 miliardi. È lo stanziamento iscritto in bilancio, il totale teorico: la cifra che finisce nei titoli;
  • il secondo è 9,365 miliardi. Da quel totale il decreto toglie 49.348.985 euro, cioè i risparmi che le università hanno realizzato assumendo meno personale di quello andato in pensione. Per legge quei soldi non restano agli atenei: tornano allo Stato. È il decreto stesso a scriverlo, ed è questa la somma che viene effettivamente ripartita. Nel 2025 la cifra corrispondente era di poco più alta;
  • il terzo è 8,324 miliardi e sta nelle tabelle allegate, quelle che assegnano i soldi ateneo per ateneo. È la somma delle quattro voci – quota base, quota premiale, intervento perequativo e piani straordinari – che ogni università si vede accreditare e può programmare. Il miliardo che manca all'appello non sparisce: sono le voci che hanno già una destinazione decisa, dalle borse di dottorato alla no tax area, dai dipartimenti di eccellenza ai consorzi interuniversitari, distribuite con criteri propri e in alcuni casi con decreti successivi.

Ed è il terzo numero a dire la cosa più interessante. Quegli 8,324 miliardi si confrontano con gli 8,242 miliardi del 2025: 81,4 milioni in più, +0,99%. Il cuore del finanziamento cresce mentre il fondo complessivo cala. Più che una contraddizione possiamo definirla un travaso: parte di quegli 81 milioni arriva da altre caselle dello stesso fondo, a cominciare dagli interventi per gli studenti, scesi da 614,4 a 584 milioni. È il meccanismo che il Consiglio degli studenti definisce una riallocazione contabile: le risorse vengono spostate ma non aumentate.

La quota premiale al 30% e la prima applicazione della VQR 2020-2024

I 2,54 miliardi della quota premiale si dividono così: 60% in base ai risultati della Valutazione della qualità della ricerca, il grande esercizio con cui l'Anvur misura la produzione scientifica degli atenei; 20% sulle politiche di reclutamento, cioè sulla qualità dei ricercatori assunti o promossi; 20% sugli obiettivi della programmazione triennale.

È la prima volta che si usa la VQR 2020-2024, e porta con sé un indicatore nuovo, chiamato IRAS 5, che misura la capacità di vincere progetti competitivi internazionali, tenendo conto anche di quanto valgono. Pesa il 5% dentro il 60%, quindi poco in assoluto, ma segna una direzione: chi ha già uffici attrezzati per intercettare i bandi europei viene premiato anche sul finanziamento ordinario.

Nella stessa logica va letto il fattore correttivo legato al PNRR. Il 20% della premiale legato alla programmazione viene moltiplicato per un coefficiente compreso tra 1 e 1,07, calcolato sulla quota di fondi PNRR che ogni ateneo è riuscito a rendicontare entro fine 2025. Chi ha speso e documentato meglio prende di più. Nelle tabelle il coefficiente più basso è 1,023 dell'Orientale di Napoli, il più alto 1,070 del Politecnico di Torino: l'effetto esiste ma è contenuto, perché agisce su un quinto della quota premiale. Il punto sollevato dagli studenti è però un altro, e più strutturale: si sta premiando la capacità amministrativa di spendere, che è distribuita in modo molto disomogeneo sul territorio.

C'è infine una voce che il Ministero presenta come la principale novità dell'anno: l'articolo 12, che finanzia progetti strategici e innovativi proposti dagli atenei. La dotazione è di 3 milioni di euro: lo 0,03% del Fondo.

Gli atenei che ricevono di più: Sapienza, Bologna, Federico II

In valore assoluto la classifica è quella dei lanci di agenzia: La Sapienza 555,1 milioni, Bologna 464,1, Napoli Federico II 408,2, Padova 395,9, Torino 347,3.

È una classifica che misura una cosa sola: la dimensione degli atenei. La Sapienza ha 92.541 studenti in corso, Reggio Calabria ne ha 4.418. Per capire come sono distribuite davvero le risorse abbiamo diviso l'FFO assegnato a ciascun ateneo per il numero di studenti che il Ministero stesso usa per calcolare il costo standard. Il risultato: una media di sistema di 6.150 euro per studente, e una graduatoria completamente diversa.

In testa ci sono Basilicata (9.410 euro), Siena (8.983), Sassari (8.730), Sannio (8.235) e Teramo (8.224). In fondo Napoli Parthenope (4.494), Bergamo (4.677), Roma Tre (4.699), Salento (5.214) e Urbino (5.223). I giganti scivolano a metà classifica o sotto: La Sapienza è 37esima con 5.998 euro, Bologna 31esima, Padova 34esima, il Politecnico di Torino e l'Università di Torino rispettivamente 47esimo e 48esima.

La geografia che ne esce non è quella che ci si aspetterebbe, e va spiegata. L'FFO non finanzia solo la didattica: paga anche la ricerca, le facoltà di medicina collegate ai policlinici, i costi fissi che un ateneo sostiene comunque, che abbia tremila studenti o novantamila. Gli atenei piccoli hanno un costo per studente strutturalmente più alto perché le spese incomprimibili si dividono su meno iscritti, e diversi atenei del Sud in cima alla classifica sono sedi di medicina. Non è quindi la prova che il Mezzogiorno sia avvantaggiato: è la prova che la classifica per valore assoluto, quella che finisce nei titoli, non dice nulla su come le risorse siano distribuite rispetto a chi le usa.

Il parere contrario degli studenti e i rilievi sul modello di riparto

Sul decreto si sono espressi quattro organismi. La Conferenza dei rettori (Crui) ha dato parere pienamente favorevole, apprezzando l'equilibrio tra valorizzazione del merito e stabilità dei bilanci. Il Consiglio universitario nazionale (Cun), l'organo elettivo che rappresenta docenti, ricercatori e personale, ha dato parere favorevole, dichiarandosi però disponibile ad aprire una riflessione sulla revisione del modello di ripartizione. Anche l'Anvur, l'agenzia che misura la qualità della ricerca, si è espressa ma il contenuto non è stato reso pubblico né dall'ente né dal ministero. Il quarto è il Consiglio nazionale degli studenti universitari (Cnsu), e il suo parere è contrario: il decreto lo cita tra quelli acquisiti, il comunicato ministeriale non ne riporta il contenuto.

I rilievi sono di tre tipi:

  • il primo riguarda l'ammontare complessivo. È il Cnsu ad aver fatto per primo il conto dei 49 milioni versati all'erario, arrivando alla conclusione che il riparto 2026 è inferiore a quello 2025 anche prima di considerare l'inflazione. Il Consiglio ricorda inoltre che l'Italia investe nell'istruzione universitaria lo 0,6% del PIL, contro una media europea dello 0,8% e lo 0,9% della Germania;
  • il secondo riguarda l'equilibrio tra le quote. Secondo i calcoli del Consiglio la quota premiale arriva al 30,5%, oltre il tetto del 30% fissato dalla legge, mentre il perequativo si ferma all'1,48%, sotto il minimo dell'1,5% previsto dalla stessa norma che lo istituisce. Il decreto scrive in entrambi i casi "circa", e senza la base di calcolo esatta la verifica non è replicabile: restano rilievi del Consiglio, non dati acquisiti. La direzione, però, è coerente con quanto si legge nelle tabelle;
  • il terzo riguarda gli studenti. La voce dedicata scende di 30,4 milioni. Dentro quel calo c'è una voce che semplicemente non è stata rifinanziata: i 30,4 milioni che nel 2025 sostenevano i servizi legati al nuovo accesso ai corsi di medicina, odontoiatria e veterinaria. Restano fermi in valore nominale i 105 e i 165 milioni che compensano gli atenei per la no tax area, i 13 milioni per gli studenti con disabilità e con disturbi specifici dell'apprendimento, i 35 milioni per i servizi di supporto e gli sportelli antiviolenza. Il Fondo per le borse di dottorato si ferma a 201 milioni, con una clausola che impedisce agli atenei di perdere più del 4% rispetto al 2025.

Sotto tutti questi punti c'è un'obiezione di fondo: un sistema che distribuisce un quarto delle risorse in base ai risultati passati tende a premiare chi era già avanti, perché gli atenei non partono dalle stesse condizioni. La quota che dovrebbe correggere questo effetto, il perequativo, vale l'1,5%.

Cosa succede ora: la fine del PNRR e il turnover dei ricercatori

Il 2026 è l'anno in cui si chiudono gli investimenti del PNRR sull'università: dottorati aggiuntivi, orientamento, tutorato, partenariati di ricerca. Il decreto non prevede alcun meccanismo di accompagnamento all'uscita da quelle misure, e il canale ordinario non cresce per assorbirle. Il rischio, segnalato dal Cnsu, è che i servizi attivati con i fondi straordinari si spengano insieme ai fondi.

Nello stesso anno cambia un'altra regola. Il decreto richiama la norma per cui dal 2026 la facoltà di assunzione per i ricercatori universitari scende al 75% del personale cessato l'anno prima: per ogni quattro ricercatori che escono, se ne possono assumere tre. È la stessa riduzione del turnover da cui derivano i 49 milioni versati all'erario.

Il quadro complessivo è quello di un fondo che in valore nominale cresce e in valore reale arretra, con una clausola che garantisce a metà del sistema di non perdere nulla ma anche di non guadagnare niente. Il prossimo passaggio è la legge di bilancio per il 2027, dove è già previsto un incremento di 38,7 milioni per il cofinanziamento dei ricercatori a tempo determinato. Su tutto il resto, la discussione sul modello di ripartizione – quella che il Consiglio universitario nazionale si è detto pronto ad aprire – è ancora da cominciare.

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