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30 Agosto 2026
7:00

Chi era Gorbačëv, l’uomo che ha trasformato la Russia: dalla Perestrojka al crollo dell’URSS

Mikhail Gorbačëv, ultimo leader dell'Unione Sovietica, rimane una figura storica importantissima: osannato in Occidente per aver intrapreso una serie di riforme senza precedenti e per aver chiuso la Guerra Fredda senza spargere sangue, non è mai stato davvero perdonato dalla maggior parte dei russi, che ancora oggi lo vedono come l'artefice del crollo del grande impero.

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Chi era Gorbačëv, l’uomo che ha trasformato la Russia: dalla Perestrojka al crollo dell’URSS
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Mikhail Gorbačëv, ultimo leader della Russia Sovietica

Il 30 agosto 2022 ci lasciava Mikhail Gorbačëv, l'ultimo leader dell'Unione Sovietica e uno dei personaggi più impattanti della storia del Novecento. Ultimo segretario generale del Partito Comunista dell'URSS, dal 1985 al 1991, Gorbačëv è stato il riformatore che, tentando di modernizzare e salvare l'URSS con la Perestrojka e la Glasnost', ne ha accelerato la fine. Ammirato in Occidente come l'uomo che ha posto fine alla Guerra Fredda senza spargimenti di sangue, ma spesso visto con amarezza in patria per il crollo del "gigante sovietico", la sua figura rimane una delle più affascinanti e controverse del nostro tempo.

Breve biografia di Mikhail Gorbačëv: come è arrivato al Cremlino

Nato nel 1931 a Privol´noe, Gorbačëv si è laureato in giurisprudenza all'Università statale di Mosca nel 1955, e proseguì i suoi studi prendendo una laurea in economia agraria nel 1967 all'Università statale di Stavropol'.

Attivo fin da ragazzo nel Komsomol, l'organizzazione giovanile comunista, nel suo territorio d'origine, si iscrisse poi al Partito Comunista nel 1952, mentre era studente a Mosca.

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Un giovane Gorbačëv

Fu solo all'età di 39 anni, però, che la sua carriera politica prese il volo, venendo eletto come Primo Segretario del Comitato del Partito nel territorio di Stavropol' (territorio in cui viveva). Si riconosceva nel gruppo, il cui punto di riferimento era Fëdor Davydovič Kulakov, membro del Politburo e Segretario del Comitato Centrale per l'agricoltura, di cui Gorbačëv era il protetto.

Quando Kulakov fu stroncato da un infarto nel luglio del 1978, Gorbačëv ne ereditò le deleghe: nel novembre di quell'anno fu nominato Segretario del Comitato Centrale per l'agricoltura e si trasferì stabilmente a Mosca. Non entrò però subito nel Politburo, ma vi arrivò per gradi. Fu comunque la morte di Kulakov l'evento che gli aprì la strada verso i vertici del potere dell'URSS.

Nel frattempo, la sua ascesa fu favorita anche da alcune scomparse improvvise ai vertici del partito. Nell'ottobre del 1980 morì in un incidente d'auto Pëtr Mašerov, potente Primo Segretario del Partito Comunista di Bielorussia e membro candidato del Politburo, considerato uno dei dirigenti più giovani e promettenti. Pochi giorni dopo, il ritiro dell'anziano Aleksej Kosygin liberò un posto nell'organo di vertice, e il 21 ottobre 1980 Gorbačëv, a soli 49 anni. vi entrò come membro effettivo, il più giovane del gruppo.

Non mancarono comunque persone che cercarono di far saltare la sua promozione, che non erano d'accordo con l'inserire nel governo sovietico un personaggio così giovane. Gorbačëv, tuttavia, ricevette il sostegno di Jurij Andropov, capo del KGB (servizi segreti dell'epoca) e successivamente segretario generale del Partito Comunista sovietico dalla fine del 1982 fino alla sua morte, avvenuta nel 1984.

Più Gorbačëv saliva di grado nel partito, più viaggiava all'estero. Vedere con i propri occhi come si viveva in Occidente, grazie a viaggi ufficiali come quelli in Germania Ovest (1975) o in Canada (1983), fu una vera e propria svolta per lui. Da lì, capì che il sistema sovietico era decisamente troppo antiquato e che non funzionava più a dovere: andava svecchiato.

Prima di morire, Andropov rese chiaro che avrebbe voluto che Gorbačëv prendesse le redini del comando, ma alla fine venne scelto un uomo di vent'anni più vecchio, Konstantin Černenko, anche perché i vecchi leader del partito volevano che le cose rimanessero così com'erano, e temevano le riforme di un politico più giovane.

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Černenko si rivolge ai leader del Komsomol nella sua veste di Segretario Generale nel 1984.
Credits: Wikimedia Commons

Durante la malattia di Černenko, Gorbačëv era già di fatto il secondo segretario e presiedeva le riunioni del Politburo. Quando nel marzo del 1985 l'anziano leader morì, l'11 marzo il Politburo elesse Gorbačëv Segretario Generale del PCUS.

I vecchi leader del partito si erano arresi: dopo aver visto tre leader morire in poco tempo (prima di Andropov e Černenko c'era stato Brežnev) avevano bisogno di una figura stabile e di qualcuno di energico. Avevano anche constatato che di giovani leader conservatori non ce n'erano, e non potevano che farsi una ragione di questa mancanza. Inoltre, il potentissimo e rispettato ministro degli Esteri Andrej Andreevič Gromyko, simbolo degli anziani conservatori, appoggiò apertamente Gorbačëv pronunciando la famosa frase:

Quest'uomo ha un sorriso piacevole, ma ha i denti d'acciaio.

Fu proprio questo appoggio a favorire il successo di Gorbačëv. Gli anziani leader, comunque, per quanto non condividessero una serie di idee di Gorbačëv, si erano convinti che il giovane leader volesse solo modernizzare l'URSS, e non avevano idea di ciò che sarebbe successo in seguito.

Come Perestrojka (Ristrutturazione) e Glasnost' (Trasparenza) hanno cambiato ogni cosa

Mikhail Gorbačëv, finalmente giunto alla guida del Partito, sapeva bene che l'URSS era in pessime condizioni. Molto più terribili di quanto non avesse compreso al tempo dei suoi viaggi in Occidente. L'economia, infatti, era paralizzata, la burocrazia era profondamente corrotta, e il Paese era sfinito dalla corsa agli armamenti. Essendo un riformista, il nuovo leader decise di rompere con il passato e lanciare un piano di riforme senza precedenti, basato su tre pilastri fondamentali: la Perestrojka, la Glasnost' e la distensione internazionale e disarmo.

Ecco una panoramica dei tre pilastri:

  • Perestrojka (la cosiddetta "Ricostruzione" che da subito generò un disastro)

L'economia, come abbiamo detto, era ferma e stagnante. Per risollevarla, Gorbačëv pensa a una riforma senza precedenti, rompendo dei dogmi storici del comunismo: concede maggiore autonomia decisionale alle fabbriche, autorizza forme limitate di iniziativa privata (le cosiddette "cooperative") e tenta di attirare capitali esteri introducendo i primi elementi di libero mercato. Quest'ultima mossa era quella vista peggio dal partito, perché qualcuno pensava che l'URSS sarebbe passata al tanto temuto sistema del capitalismo. Il leader sovietico, però, sostenne fermamente la necessità di continuare su questa via per rianimare un sistema produttivo ormai inefficiente e per far sì che il sistema socialista fosse al passo con l'Occidente. Non fu per niente una riforma facile, che incontrò una capillare resistenza dei burocrati di Mosca, che decidevano tutto: quante scarpe produrre, a che prezzo venderle, a chi spedirle, ecc. Con la libertà data alle aziende dal nuovo leader, i burocrati di partito si sentirono minacciati nei loro privilegi, e tanti di loro ignorarono le direttive, bloccarono autorizzazioni o crearono intoppi burocratici per far fallire la riforma.

Ma il problema più grande fu il fatto che avendo smontato i comandi centrali senza che ancora fossero state aperte le banche, senza che ci fosse la proprietà privata e delle leggi sul libero mercato, si aprì la strada per il caos. La catena di distribuzione si spezzò, creando un corto circuito economico inaudito.

Per capirci: nel vecchio sistema una fattoria produceva grano, lo Stato lo ritirava per legge a un prezzo fisso e lo distribuiva nei negozi a un prezzo calmierato; con la riforma, invece, le aziende ebbero il permesso di vendere i loro prodotti al miglior offerente. Così i produttori iniziarono a vendere le merci al mercato nero (lì guadagnavano di più) o a esportarle all'estero, anziché darle ai negozi dello Stato. Il risultato? Scaffali vuoti e il malcontento della popolazione.

Per cercare di mettere una pezza al problema, lo Stato stampò enormi quantità di denaro per aumentare gli stipendi della gente, ma ciò causò una forte inflazione. Il valore del rublo crollò e, prese dal panico, le persone iniziarono a fare scorta dei pochi beni presenti sugli scaffali dei negozi, lasciandoli vuoti del tutto. Iniziarono così a crearsi code chilometriche davanti ai negozi, in particolare davanti alle panetterie (le famose "file per il pane").

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Una delle tante file per il pane in Russia nella seconda metà degli anni Ottanta
  • Glasnost' ("Trasparenza")

La Glasnost' segnalò una vera e propria svolta sociale e culturale. Con essa, infatti, venne allentata la censura, che nell'URSS era fortissima: i cittadini poterono criticare per la prima volta la politica dell'URSS, i giornali avevano libertà di raccontare i fatti, i dissidenti e gli scrittori banditi vennero riabilitati e la storia venne liberata dai tabù del regime. Solo allora si iniziò a parlare dei crimini staliniani che per tanti anni erano rimasti sotto al tappeto, ed emersero storie tremende come quelle delle deportazioni forzate nei Gulag e dell'Holodomor, la terribile carestia che coinvolse l'Ucraina negli anni Trenta e che uccise milioni di persone.

Anche le censure fotografiche vennero meno. Giusto per fare un esempio, già prima dell'inizio del suo mandato i media sovietici rimossero o ritoccarono le foto di Gorbačëv per nascondere la vistosa macchia violacea che aveva sulla fronte, perché volevano presentare all'estero un'immagine impeccabile del Segretario del partito. Con la Glasnost', invece, il suo nevo vinoso non venne più nascosto.

Ad ogni modo, Gorbačëv puntò fermamente su questa riforma perché era fermamente convinto che per riformare un Paese fosse necessario ottenere la fiducia dei cittadini, e per farlo bisognava raccontare la verità.

Chiaramente, questa riforma causò un'ondata di terrore tra gli anziani leader del partito, che la vedevano come il suicidio politico del Partito e il lasciapassare alla propaganda Occidentale, che avrebbe sradicato i valori politici dell'Unione. I radicali, invece, che erano guidati da Boris El’cin, accolsero con entusiasmo questa riforma, perché non vedevano l'ora di togliere potere ai dinosauri del partito e passare a una democrazia di stampo occidentale e al libero mercato. Questa libertà, però, piacque soprattutto ai leader nazionalisti delle Repubbliche Sovietiche, che usarono la libertà di espressione per far riemergere la loro identità nazionale e denunciare le deportazioni compiute ai tempi di Stalin. In sostanza, quindi, dalla Glasnost' beneficiarono soprattutto questi ultimi, che avevano finalmente tra le loro mani un carburante ideologico che avrebbe spinto questi popoli alle richieste di indipendenza che poi avrebbero definitivamente frantumato l'URSS.

Distensione internazionale, disarmo e la Dottrina Sinatra

Il terzo pilastro del governo di Gorbačëv era quello della politica estera.

Una volta giunto al governo, il leader sovietico comprese che l'URSS non poteva più permettersi di mandare avanti le spese della Guerra Fredda, che stavano prosciugando le casse statali. Una volta al governo, il leader sovietico aprì un dialogo storico con gli Stati Uniti di Ronald Reagan, dai vertici di Ginevra (1985) e Reykjavík (1986) fino alla firma del Trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces), che eliminava i missili nucleari a raggio intermedio (8 dicembre 1987).

Avviò inoltre il disimpegno dall'Afghanistan: con gli Accordi di Ginevra dell'aprile 1988 il ritiro delle truppe cominciò nel maggio 1988 e si completò il 15 febbraio 1989.

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8 dicembre 1987: Gorbačëv e Reagan firmano il Trattato sulle forze nucleari a medio raggio.

Ma non si limitò a questo, e si spinse ancora più in là.

Per decenni l'URSS era stato dominato dalla Dottrina Brežnev: se un Paese del Blocco Sovietico tentava di allontanarsi dal comunismo o di introdurre riforme democratiche, Mosca interveniva immediatamente inviando l'Armata Rossa a bordo di carri armati (si pensi a quanto accaduto a Praga nel 1968). Gorbačëv, però, non amava gestire le cose con il "pugno di ferro", e la sostituì con la cosiddetta "Dottrina Sinatra": il nome deriva da una battuta del portavoce del Ministero degli Esteri sovietico Gennadij Gerasimov, che si riferiva alla canzone My Way del noto cantante americano.

Il messaggio della dottrina, rivolto ai Paesi satellite dell'Europa dell'Est (Germania Est, Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia, Romania, Bulgaria) era chiaro: l'URSS non si sarebbe più immischiata con la forza nei fatti interni dei Paesi alleati dell'Europa dell'Est.

Questa decisione fu un vero e proprio domino, aprendo prima la strada alla caduta del Muro di Berlino nel 1989, poi quella per la dissoluzione del Blocco Orientale: tra la fine del 1989 e il 1990, infatti, i regimi comunisti dell'Europa dell'Est caddero uno dopo l'altro.

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24 agosto 1991: l'Ucraina firma l'indipendenza e il popolo scende in piazza a festeggiare.

La mossa di Gorbačëv aveva motivi sia economici che politici: in primis, l'URSS non poteva più permettersi di finanziare i costi finanziari e militari per mantenere gli eserciti di occupazione e per sovvenzionare le economie di quei Paesi. Poi, continuare sulla via di Brežnev sarebbe stato anacronistico, perché avrebbe mandato all'aria il dialogo di pace con gli USA, fortemente voluto dal leader sovietico.

La crisi dell'impero e il crollo dell'URSS (1991)

L'economia paralizzata e le ondate indipendentiste portarono ben presto all'irrimediabile collasso dell'URSS.

La vecchia guardia, che in quei cinque anni aveva perso la pazienza, quando si rese conto che la riforma era del tutto sfuggita al controllo dello Stato cercò di prendere potere con la forza, e il 19 agosto 1991, mentre Gorbačëv era in vacanza in Crimea, i falchi del regime organizzarono un colpo di Stato (il famoso Putsch di agosto), mettendolo agli arresti domiciliari e facendo sfilare i carri armati nel centro di Mosca.

Il golpe, però, fu un fallimento: i cittadini scesero in piazza per proteggere le istituzioni democratiche, e quasi tutti i militari dell'esercito si rifiutarono di sparare sulla folla.

A guidare la resistenza fu Boris El'cin, che salì sopra un carro armato per parlare ai cittadini moscoviti e guidare la protesta, diventando l'eroe del momento. Quando Gorbačëv venne liberato e potè tornare nella capitale, dovette riconoscere che ormai la leadership era passata nelle mani di El'cin.

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Boris El’cin sventola il tricolore russo durante una delle manifestazioni avvenute dopo il Golpe d'agosto del 1991.

Da settembre a dicembre di quell'anno le repubbliche firmarono gli atti di indipendenza una dopo l'altra, e la sera del 25 dicembre del 1991, in un discorso televisivo a reti unificate, Mikhail Gorbačëv rassegnò le proprie dimissioni da Presidente di un'Unione Sovietica che ormai non esisteva più.

Pochi minuti dopo, sopra il Cremlino, la storica bandiera rossa con la falce e il martello venne ammainata per sempre, e al suo posto venne messa la bandiera tricolore russa che tutti conosciamo.

L'eredità di Gorbačëv: un bilancio storico

Mikhail Gorbačëv ha lasciato dietro di sé una delle eredità più divise della storia moderna.

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Aprile 1986: lo scatto immortala Gorbačëv mentre si congratula con il leader della Germania dell'Est Erich Honecker per la sua rielezione. Credits: Reuters

Per l'Occidente è considerato un visionario, l'uomo che ha liberato milioni di persone dalla censura, fatto crollare il Muro di Berlino e chiuso la Guerra Fredda senza versare sangue, merito che tra l'altro gli valse il Premio Nobel per la Pace nel 1990. Per la maggior parte dei russi, invece, il suo nome rimane legato al collasso economico degli anni Ottanta e Novanta, al caos sociale e alla fine dell'Unione Sovietica come superpotenza mondiale.

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Veronica Miglio
Storyteller
Innamorata delle parole sin da bambina, ho scelto il corso di lingue straniere per poter parlare quante più lingue possibili, e ho dato sfogo alla mia vena loquace grazie alla radio universitaria. Amo raccontare curiosità randomiche, la storia, l’entomologia e la musica, soprattutto grunge e anni ‘60. Vivo di corsa ma trovo sempre il tempo per scattare una fotografia!
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