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26 Marzo 2024
17:22

I cervelli umani possono conservarsi anche per 12.000 anni: l’incredibile scoperta di Oxford

Uno studio dell’Università di Oxford ha dimostrato che il cervello umano, solitamente considerato uno dei primi organi a decomporsi, si conservi molto più spesso di quanto si pensi. La scoperta apre permettendo nuove prospettive future di ricerca in campo biologico e archeogenetico.

A cura di Andrea Basso
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I cervelli umani possono conservarsi anche per 12.000 anni: l’incredibile scoperta di Oxford
cervelli umani mummificati
Credits: Sonia O’Connor et al. (2011).

Un recentissimo studio dell’Università di Oxford ha dimostrato che i cervelli umani, pur essendo tessuti molli ritenuti tra i primi a decomporsi, possono conservarsi anche molto più a lungo di quanto ci si aspetti nel campo dell’archeologia e dell’antropologia forense. Gli studiosi, guidati da Alexandra L. Morton-Hayward, sono riusciti infatti a catalogare più di 4400 cervelli di varie epoche, sopravvissuti in diverse condizioni, e in ben 1300 casi si tratta dell’unico tessuto molle del corpo umano che si è conservato. Alcuni di questi cervelli inoltre risalgono almeno 12.000 anni fa. Questa scoperta può cambiare ciò che sappiamo sulla decomposizione dei resti umani: in questi processi, definiti “tafonomici”, solitamente è molto difficile che si conservino i tessuti molli (come la materia cerebrale), salvo che in determinate condizioni climatiche. Potenzialmente, quindi, la scoperta è in grado di aprire nuove linee di ricerca in ambito archeologico.

I risultati dello studio di Oxford sui cervelli umani

Normalmente si ritiene che il cervello sia proprio uno dei primi organi a scomparire durante la putrefazione dei cadaveri. Eppure, il gruppo di ricerca di Oxford, prendendo in considerazione migliaia di esempi, ha messo in evidenza come la materia cerebrale si conservi più spesso di quanto si crede. Il team guidato da Alexandra L. Morton-Hayward ha raccolto ben 4405 casi di resti umani di tutte le epoche in cui il cervello si è conservato, a partire per lo meno dal Mesolitico (12.000 anni fa) e provenienti da tutti i continenti abitati. Di questi, ben 1300 consistono in resti umani in cui il cervello è l’unico tessuto molle a essersi conservato.

I dati statistici vedono, tra i campioni considerati, una preponderanza (37,8%) di cervelli disidratati conservatisi in condizioni aride, con una concentrazione particolare in Egitto o sulle cime fredde e secche delle Ande. Seguono (29,7%) i cervelli saponificati, legati a contesti climatici temperati e umidi e provenienti soprattutto da un unico cimitero parigino di epoca medievale. L’1,6% del campione è composto da cervelli congelati, provenienti da resti umani conservatisi in contesti come le Alpi o le Ande. Il tipo di conservazione meno attestato nel campione è la “conciatura”, con lo 0,7%, attestato nei casi delle mummie di palude del Nord Europa.

Infine, nel 30,1% dei casi, per gli studiosi di Oxford non è stato possibile comprendere come il cervello si sia conservato. Inaspettatamente, si tratta per la maggior parte dei resti umani in cui il cervello è l’unico tessuto molle ad essere sopravvissuto. In molti casi si tratta anche dei cervelli più antichi, datati alla fase preistorica nota come Mesolitico. In attesa di analisi chimiche approfondite su questi campioni, i ricercatori ipotizzano che possano essersi originati dei particolari processi minerali di fossilizzazione.

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Mummia egizia al British Museum. Credits: Klafubra.

L'importanza per la ricerca

Mettendo in ordine cronologico i campioni studiati è saltato all’occhio che più si va indietro nel tempo più il numero di cervelli conservati diminuisce. Ciò naturalmente è prevedibile, ma è interessante notare come cambino i tipi di conservazione. La modalità più attestata, infatti, quella della disidratazione, mantiene una curva stabile di decrescita nel tempo, mentre i cervelli “conciati” o congelati, per esempio subiscono una fortissima diminuzione tra i 500 e i 1500 anni fa, segnalando come questo tipo di preservazione dei tessuti molli sia meno stabile rispetto agli altri.

Rivalutando le possibilità di conservazione dei cervelli, per gli studiosi si aprono interessanti prospettive di ricerca. Queste vanno dal campo della biologia, con l’analisi dell’evoluzione del nostro cervello, fino alla paleopatologia, con lo studio delle malattie nel passato, e l’archeogenetica, con l’estrazione del DNA antico.

Come possono conservarsi i resti umani

Perché dei tessuti molli si conservino sono necessarie alcune condizioni ambientali. Si può parlare di casi di mummificazione artificiale (come nel caso delle mummie egiziane) o naturale, dovuta a varie cause: il clima particolarmente secco porta a disidratazione (ad esempio, le mummie delle Ande) e quello freddo al congelamento (è il caso di Ötzi, l’uomo del Similaun). La mummificazione può essere indotta anche da un ambiente dove sia presente una combinazione di acidità del suolo e di mancanza di ossigeno e di microrganismi (come nel caso delle mummie di palude dell’Europa settentrionale).

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Il momento del ritrovamento dei resti congelati di Ötzi, a 3000 metri d’altezza. Si trattava di un uomo vissuto durante l’età del rame (3300–3000 a. C.). Credits: Vienna Report Agency.

Quest’ultima modalità è nota come “conciatura”: attraverso le reazioni chimiche fra i tessuti e determinate sostanze nel suolo o nell'acqua, la pelle diventa più scura e si conserva, analogamente alla produzione del cuoio. Esistono anche i processi di saponificazione (quando i grassi di un corpo si trasformano in adipocera). Si tratta di un tipo di conservazione dei resti umani che si verifica in contesti particolarmente ricchi d’acqua.

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L’uomo di Tollund, in Danimarca, è un esempio di mummia di palude. Visse durante l’età del ferro, tra il V e il III sec. a. C. La pelle è diventata scura e della stessa consistenza del cuoio per via del naturale processo di "conciatura". Credits: Sven Rosborn.
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