
Un recentissimo studio guidato dal Politecnico di Torino e pubblicato sulla prestigiosa rivista Science Advances ha ribaltato uno degli allarmi climatici più diffusi degli ultimi anni: le correnti dell'AMOC non si stanno indebolendo così velocemente come si temeva. L'AMOC (acronimo di Atlantic Meridional Overturning Circulation) è la circolazione termoalina dell'Atlantico meridionale, un sistema chiuso di correnti oceaniche che trasporta acqua calda dai tropici verso nord e acqua fredda verso sud.
In pratica, immaginate l'Oceano Atlantico come un gigantesco sistema di riscaldamento centralizzato. La celebre Corrente del Golfo è solo la sua componente più superficiale, ma è proprio grazie a questo enorme termosifone planetario se l'Europa gode oggi di un clima mite (anche se ultimamente si fa fatica a parlare di mitezza europea) e non ha le temperature glaciali del Canada, che pure si trova alla nostra stessa latitudine.
Da anni, comunque, la comunità scientifica sta lanciando un allarme sul fatto che il cambiamento climatico potrebbe rallentare o addirittura spegnere questo motore. Lo studio torinese ha gettato nuova luce sul problema, ridisegnando completamente i nostri modelli climatici e regalandoci una prospettiva diversa.
Come funziona il grande nastro trasportatore dell'oceano
Per capire la portata della scoperta, dobbiamo però prima capire come funziona questo nastro trasportatore d'acqua. L'AMOC si basa sul delicato equilibrio tra la temperatura e la salinità. L'acqua calda e salata sale dai tropici verso il Nord Atlantico e, una volta arrivata nei pressi del Polo, si raffredda bruscamente. Diventando più fredda e densa, quest'acqua si fa pesante e affonda verso gli abissi, per poi intraprendere il viaggio di ritorno verso sud. Questo continuo affondamento è il vero cuore pulsante che tiene attiva la corrente.
Oggi, però, il riscaldamento globale sta facendo fondere i ghiacciai della Groenlandia a ritmi spaventosi, riversando nell'oceano una quantità immensa di acqua dolce. Essendo meno densa di quella salata, l'acqua dolce galleggia e non riesce ad affondare, rischiando di inceppare il motore e portarlo verso un blocco totale, il temuto punto di non ritorno.
La svolta del Politecnico di Torino: i vecchi calcoli sulle correnti atlantiche AMOC erano errati
Fino a oggi, la maggior parte dei modelli matematici prevedeva un rischio altissimo di collasso imminente dell'AMOC. Lo studio internazionale, guidato dal ricercatore Oliver Mehling insieme al professor Jost von Hardenberg del Politecnico di Torino, ha però scoperto una falla nel modo in cui facevamo i calcoli climatici tramite i supercomputer. I vecchi modelli soffrivano infatti di un problema tecnico chiamato "tendenza alla salinità", un errore sistematico che tendeva a sovrastimare la perdita di sale nell'Atlantico subtropicale, dipingendo lo scenario di un oceano molto più fragile e instabile rispetto alla realtà.
Il team del Politecnico ha corretto questo errore strutturale, sviluppando un modello climatico avanzato e accoppiato di nuova generazione. I risultati mostrano che la stabilità della grande corrente atlantica è stata finora ampiamente sottovalutata. Una volta corretto il flusso di salinità nei calcoli, l'AMOC si è dimostrata molto più resiliente e decisamente più resistente all'afflusso di acqua dolce della Groenlandia rispetto a quanto credevamo.
Cosa rischiamo davvero con il rallentamento della corrente
Questo significa che siamo completamente fuori pericolo? Assolutamente no, ed è qui che sta il punto fondamentale della ricerca. Lo studio piemontese non dice che il cambiamento climatico sia un'invenzione o che possiamo abbassare la guardia. Ci spiega invece che il collasso catastrofico e improvviso, quello da glaciazione istantanea hollywoodiana, è meno probabile nell'immediato futuro, ma che il rallentamento progressivo della corrente è purtroppo già in atto.
Anche senza un blocco totale, un'AMOC indebolita continuerà a spostare gli equilibri del pianeta. Questo provocherà estati europee ancora più torride e bizzarre a causa dell'alterazione delle correnti d'aria atmosferiche, ma causerà anche un aumento accelerato del livello del mare sulle coste dell'America del Nord e lo spostamento delle piogge tropicali con conseguenti siccità in zone oggi fertili.
La vera ottima notizia per la scienza è che questo studio ci fornisce una mappa infinitamente più precisa della realtà. Sapere che l'oceano possiede una resistenza maggiore rispetto alle vecchie ipotesi non cancella la necessità di ridurre le emissioni di gas serra, ma ci regala più tempo per agire. La transizione ecologica e il salvataggio dei ghiacci groenlandesi restano le uniche strade percorribili, ma da oggi abbiamo gli strumenti giusti per prevedere il futuro e difendere il pianeta con maggiore precisione.
I precedenti storici: quando la corrente si spense in pochissimo tempo
La geologia ci insegna che il motore dell'Atlantico si è già inceppato in passato, e i risultati sono scritti nelle rocce e nei ghiacci antichi. L'evento più famoso risale a circa 12.900 anni fa, in un periodo chiamato Dryas recente.
La Terra stava uscendo dall'ultima grande era glaciale e si stava riscaldando, esattamente come oggi. All'improvviso, una diga naturale di ghiaccio in Nord America cedette, riversando l'immenso Lago Agassiz (fatto di acqua dolce) direttamente nell'Oceano Atlantico. Il motore dell'AMOC si spense quasi istantaneamente. Il risultato fu un improvviso ritorno al gelo catastrofico che durò oltre un millennio, congelando l'Europa e modificando radicalmente gli ecosistemi globali prima che la corrente riuscisse a ripartire.