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22 Agosto 2026
7:00

Il magma dell’Etna che risale e provoca fratture e terremoti: lo studio INGV sulle intrusioni magmatiche

Un nuovo studio dell'INGV ricostruisce un episodio di risalita del magma avvenuto sull'Etna nel 2008. Il magma è risalito lungo una frattura laterale rispetto al condotto principale, in direzione del fianco settentrionale del vulcano, ma non è riuscito a fuoriuscire in superficie. Se lo avesse fatto, avrebbe potuto costituire un pericolo per i centri abitati. Comprendere le dinamiche di questi eventi serve a migliorare la prevenzione del rischio vulcanico.

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Il magma dell’Etna che risale e provoca fratture e terremoti: lo studio INGV sulle intrusioni magmatiche
magma etna
Una foto dell'Etna durante un'eruzione.

Un team di ricercatori dell’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia) ha ricostruito un evento di risalita del magma nell’Etna avvenuto il 13 maggio 2008. In questa occasione il magma era risalito diramandosi lateralmente dal condotto principale verso la superficie del fianco settentrionale del vulcano. Questo fenomeno, che prende il nome di intrusione magmatica, aveva generato fratture visibili e terremoti senza determinare la fuoriuscita di magma.

L’episodio aveva destato molta preoccupazione perché se il magma fosse eruttato in quel punto avrebbe potuto causare danni ai centri abitati. Nello studio, pubblicato sulla rivista Frontiers in Earth Sciences, i ricercatori hanno analizzato le fratture superficiali e i dati sismici raccolti in tempo reale dimostrando che la combinazione di queste analisi permette di ricostruire la propagazione delle intrusioni magmatiche e migliorare la prevenzione del rischio vulcanico.

Cosa è successo il 13 maggio 2008 nell’Etna: il magma in risalita

Il fenomeno iniziò con la risalita di magma lungo il condotto principale del vulcano. A un certo punto, durante il suo percorso verso la superficie, il magma incontrò una frattura laterale e si infiltrò al suo interno. Questa intrusione magmatica cominciò a propagarsi lungo la spaccatura in direzione del versante settentrionale dell’Etna. Il magma però non raggiunse mai la superficie su questo fianco del vulcano. Arrivato a una profondità di 200-600 m, non aveva più una pressione sufficiente per superare la resistenza della roccia in cui stava penetrando. Quindi si arrestò e cominciò a raffreddare e solidificare in profondità. A contribuire al suo arresto fu probabilmente la propagazione del magma in direzione del versante orientale dell’Etna, dove originò un’eruzione drenando il serbatoio magmatico. A testimoniare l’“eruzione fallita” sul versante settentrionale è rimasta una serie di fratture superficiali.

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La mappa che mostra il flusso di lava e l'intrusione del magma nel 2008: Credit: Frontiers

Come è stata ricostruita l’evoluzione dell’intrusione: fratture e dati sismici

L’evoluzione dell’intrusione del 2008 è stata ricostruita analizzando le fratture superficiali e i dati sismici relativi ai terremoti che si sono verificati durante il suo avanzamento. È stata presa in considerazione in particolare la somma dei momenti sismici di tutti i terremoti avvenuti durante la risalita del magma, che indicano la quantità totale di energia rilasciata in questo intervallo di tempo. È risultato che il sistema a un certo punto aveva esaurito la propria energia e quindi non c’era più nessuna possibilità per il magma di avanzare. I sismi che hanno accompagnato l’intrusione hanno rivelato cambiamenti nella tipologia delle faglie durante le varie fasi della propagazione.

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Le fratture che si sono sviluppate in superficie per l'intrusione del 2008. Credit: Frontiers

L’evento del 2008 rappresenta un raro caso in cui le manifestazioni superficiali dell’intrusione, sotto forma di fratture, possono essere confrontate direttamente con osservazioni di tipo geofisico in tempo reale. Questa integrazione permette una ricostruzione più affidabile delle fasi di propagazione e di arresto delle intrusioni magmatiche. Ciò permette di migliorare la valutazione dei futuri scenari eruttivi associati alle intrusioni laterali. Queste infatti alimentano eruzioni sui pendii che costituiscono il rischio maggiore per i centri abitati situati sulle pendici del vulcano. Un esempio degli effetti distruttivi di questi eventi è rappresentato dall’eruzione dell’Etna del 1669, quando Catania fu parzialmente distrutta.

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