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11 Giugno 2026
7:00

Il mistero irrisolto di Percy Fawcett, l’esploratore scomparso in Amazzonia che ispirò Indiana Jones

L'esploratore, militare e cartografo britannico Percy Harrison Fawcett, noto come il "vero Indiana Jones” sparì nella foresta amazzonica in cerca di una leggendaria città perduta, e non fece più ritorno. La sua scomparsa ha alimentato il mito di Indiana Jones e attirato per un secolo decine di spedizioni. La sorpresa è che, sull'esistenza di antiche civiltà amazzoniche, oggi l'archeologia gli ha dato in parte ragione.

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Il mistero irrisolto di Percy Fawcett, l’esploratore scomparso in Amazzonia che ispirò Indiana Jones
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Quando immaginiamo un archeologo-avventuriero pronto a tutto pur di strappare alla giungla un tesoro dimenticato, la mente corre quasi sempre a Indiana Jones, il personaggio creato da George Lucas e approdato al cinema il 12 giugno 1981 con il film I predatori dell'arca perduta, diretto da Steven Spielberg e vincitore di 5 premi Oscar. Dietro a quell'icona, però, ci sono uomini realmente esistiti, come l'archeologo Hiram Bingham (che rivelò Machu Picchu al mondo) e lo zoologo Roy Chapman Andrews, ma soprattutto Percy Harrison Fawcett: topografo, archeologo ed esploratore britannico vissuto tra il 1867 e il 1925, scomparve nel nulla cento anni fa, durante le sue ricerche in Amazzonia in compagnia dei figlio, volte a scoprire i resti di una civiltà avanzata simile ad Atlantide, che battezzò "Z". Una sparizione mai chiarita che ha alimentato moltissime teorie e ha portato a una delle più grandi scoperte dell’archeologia del sud America.

Chi era Percy Fawcett, il vero Indiana Jones

Nato il 18 agosto 1867 a Torquay nel Devon, in Inghilterra, Fawcett entrò nella Royal Artillery a soli 19 anni, prestando servizio nel Ceylon. Negli anni seguenti lavorò come agente dell'intelligence in Nord Africa e come topografo, professionista specializzato nella misurazione e nella rappresentazione su mappa del territorio, mentre approfondiva gli studi archeologici.

In virtù delle sue competenze e intraprendenza, nel 1906 la Royal Geographical Society (la più autorevole società geografica britannica), di cui era membro anche il padre di origini indiane Edward Boyd Fawcett, lo inviò in America Latina per tracciare i confini ancora inesplorati tra Brasile e Bolivia. Dopo aver combattuto nella Prima guerra mondiale, dove si era arruolato come volontario, l'esploratore tornò alla sua vera ossessione: l'Amazzonia.

In grado di resistere alle malattie tropicali e ad altri pericoli mortali, soprattutto animali (nei suoi resoconti narrò di essere sopravvissuto a un’anaconda di 19 metri), Fawcett divenne in patria una piccola leggenda e i resoconti delle sue spedizioni, effettuate tra il 1906 e il 1925 per motivi zoologici e archeologici, contribuirono anche a ispirare l'amico Arthur Conan Doyle nella scrittura del romanzo Il mondo perduto, pubblicato nel 1912. Il Professor Challenger è infatti parzialmente ispirato a Fawcett.

L'ossessione per la città di "Z" e il Manoscritto 512

All'inizio del Novecento dominava l'idea che l'Amazzonia non fosse altro che un "paradiso ingannevole", un ambiente selvaggio incapace di ospitare grandi popolazioni evolute e abitato solamente da piccole tribù sparse. Fawcett, però, non ci credeva: dopo il ritrovamento di frammenti di antiche ceramiche in uno dei suoi viaggi in Mato Grosso, si convinse che la foresta custodisse i resti di una civiltà evoluta.

La sua "prova" era un documento del 1753 conservato alla Biblioteca Nazionale del Brasile, il cosiddetto Manoscritto 512: redatto da cercatori d'oro portoghesi (i bandeirantes, gli esploratori-avventurieri che battevano l'interno del Brasile), descriveva le rovine di una città monumentale, con strade, piazze e archi in pietra, nascosta nel cuore della giungla. Da quel testo Fawcett trasse il suo obiettivo, che ribattezzò con una sola lettera in codice: la città perduta di "Z".

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Percy Fawcett, in un’immagine del 1911. Foto Wikimedia Commons.

L'ultima spedizione del 1925: inghiottiti dalla foresta

Nell'aprile del 1925, a 58 anni, grazie al finanziamento di un gruppo di facoltosi londinesi, Fawcett partì per il Mato Grosso, in Brasile, con un equipaggiamento ridotto all'osso e due soli compagni: il figlio ventiduenne Jack e un amico di quest'ultimo, Raleigh Rimmell. Essere in pochi li avrebbe aiutati nel caso avessero dovuto nascondersi da eventuali tribù ostili e i due giovani, forti, leali e non avvezzi ai vizi occidentali, sarebbero stati compagni perfetti per la missione.

Il 29 maggio inviò l'ultima lettera alla moglie Nina dal Dead Horse Camp (così chiamato da lui stesso perché qui era morto il suo cavallo in una precedente spedizione), dopo aver attraversato un fiume con l'aiuto della popolazione indigena dei Kalapalo: i tre stavano per entrare in territorio inesplorato. "Non temete, non falliremo", scrisse. Ma nessuno li rivide mai più. Da allora la sua scomparsa ha continuato a fare vittime: si stima che oltre cento persone siano morte o sparite cercandolo. Fawcett, prima di partire, si era infatti raccomandato: "Se non dovessimo ritornare non voglio che vengano a cercarci con spedizioni di soccorso. È troppo pericoloso. Se, con tutta la mia esperienza, non riusciamo noi a farcela, che speranza può esserci per gli altri? Ecco perché non voglio dire esattamente dove andiamo. Sia che riusciamo a salvarci e ritornare, sia che lasciamo là le nostre ossa a marcire, una cosa è certa: la soluzione dell'enigma dell'antica America del Sud – e forse di tutto il mondo preistorico – si troverà soltanto quando le antiche città saranno ritrovate e aperte alla ricerca scientifica… Che queste città esistano, lo so con certezza".

La prima spedizione di ricerca fu comunque avviata nel 1928 dall’esploratore statunitense George Miller Dyott, che riferì di averne trovato i resti, ma la storia si rivelò poi inventata. Ancora nel 1996 una spedizione guidata dall'uomo d'affari ed esploratore James Lynch, sulle tracce di Fawcett, fu accerchiata e presa in ostaggio dai Kalapalo nel Parco indigeno dello Xingu, e venne liberata solo dopo aver consegnato l'intero equipaggiamento e pagato un riscatto.

Ucciso, morto di stenti o fuggito? Le teorie

Molti altri, negli anni, offrirono teorie diverse, mai confermate. La versione più diffusa vuole Fawcett assassinato dagli indigeni. Ma le ricostruzioni più solide raccontano qualcosa di diverso. Già nel 1931 l'antropologo italo-americano Vincenzo Petrullo, in Mato Grosso per conto del Penn Museum dell'Università della Pennsylvania, parlò con i Kalapalo che avevano traghettato Fawcett oltre il fiume Kuluene e concluse che i tre fossero semplicemente morti di fame, sete o malattia, spingendosi troppo a est, escludendo la responsabilità indigena. Una lettura confermata dai racconti tramandati dagli stessi Kalapalo, che dissero di aver visto per qualche giorno il fumo dell'accampamento dei tre, prima che si spegnesse per sempre.

C'è poi una teoria più recente, sicuramente tra le più sorprendenti: nel 2004, sul quotidiano britannico The Observer, il regista Misha Williams, che aveva ottenuto accesso alle carte private della famiglia, sostenne che Fawcett non avesse alcuna intenzione di tornare in patria. Fervente seguace della teosofia (corrente spirituale ottocentesca che mescola misticismo, esoterismo e religioni orientali), avrebbe coltivato un "Grande Disegno": fondare nella giungla una comunità segreta basata sull'adorazione del figlio Jack (che credeva una sorta di spirito reincarnato) e ispirata all'immagine di una "guida spirituale" femminile, una specie di sirena ultraterrena che ricorre nell'archivio di famiglia. Più che cercare rovine, insomma, avrebbe voluto costruire un mondo nuovo lontano dalla società. Resta un'ipotesi, fondata su documenti privati e finora non confermata da fonti indipendenti, ma dà la misura di quanto questa storia sfugga a ogni semplice spiegazione.

Aveva ragione lui: la rivincita di Kuhikugu

Al netto delle teorie esoteriche, sull'esistenza di antiche civiltà amazzoniche Fawcett ci aveva visto giusto. Per decenni gli studiosi lo avevano deriso, ma a dargli finalmente ragione è stato, a partire dal 1993, l'antropologo Michael Heckenberger dell'Università della Florida, combinando scavi, immagini satellitari e georadar con la collaborazione del popolo Kuikuro, discendente di quegli abitanti.

Oggi, infatti, sappiamo che proprio nell'alto Xingu, in Mato Grosso, sorgeva Kuhikugu: una rete di una quindicina-ventina di insediamenti collegati da strade larghe fino a 40 metri, con piazze centrali, fossati difensivi e palizzate di tronchi. Il sistema regionale si estendeva per circa 20 mila km² e poteva ospitare decine di migliaia di persone (le stime parlano di 30-50 mila).

Questa civiltà fiorì da almeno 1.500 anni fa fino al collasso dopo l'arrivo degli europei, nel XVI secolo, decimata dalle malattie e poi riassorbita dalla foresta. È molto probabile che Fawcett ne avesse intercettato resti e manufatti senza riuscire a riconoscerli per ciò che erano. La conferma definitiva è arrivata con una tecnologia che lui non poteva nemmeno immaginare: il LIDAR, un telerilevamento laser che dall'alto "spoglia" digitalmente la vegetazione e rivela ciò che si nasconde sotto la chioma, che ha permesso negli ultimi anni di portare alla luce vere e proprie reti urbane sepolte nell'Amazzonia boliviana (la cultura Casarabe, descritta su Nature nel 2022) e nell'Ecuador amazzonico (la valle dell'Upano, riportata su Science nel 2024), mandando definitivamente in pensione l'idea di una foresta "vergine e disabitata".

Fawcett non trovò mai le torri d'oro della sua città di Z, e con ogni probabilità quelle torri non sono mai esistite. Ma la sua ostinazione, fraintesa per quasi un secolo e derisa per decenni da altri scienziati e archeologi, sicuri che la giungla non potesse ospitare grandi civiltà, aveva colto con un secolo di anticipo e difeso qualcosa che si è rivelato vero,: l'Amazzonia non era un deserto verde, bensì la culla di società complesse e popolose.

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