
“Ti te parli venexian?” è la domanda che può capitare di sentire passeggiando tra le calli di Venezia, magari mentre si cerca di difendere un piatto di cicchetti dall’assalto dei cocài. Parlare del veneziano implica parlare anche di Venezia e della sua storia politica e culturale.
Da un punto di vista linguistico, il veneziano (o veneto lagunare) è una variante della lingua veneta parlata nella città di Venezia, dal centro storico e Murano fino ai territori limitrofi della laguna e della terraferma e in gran parte del Veneto orientale e lagunare.
Come confermato anche dalla Treccani, il veneziano ha avuto un'enorme importanza storica, vista la centralità economica e culturale della Serenissima Repubblica di Venezia durante il Medioevo e il Rinascimento: da semplice mezzo di comunicazione locale diventò uno strumento di potere, commercio e cultura, capace di estendersi ben oltre i confini della laguna.
Una lingua al pari delle lingue romanze
Quando Roma espanse il proprio dominio tra il I e il III secolo d.C., il latino si diffuse in tutto il territorio italico e oltre, sovrapponendosi alle lingue preesistenti, che i linguisti chiamano lingue di sostrato. Questa sovrapposizione generò varietà locali della lingua latina, accanto al latino classico (codificato da autori come Cicerone e Virgilio) coesistevano i latini parlati, distinti sia diastraticamente (cioè a seconda della classe sociale) sia diatopicamente (cioè in base al luogo).
Dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente nel 476 d.C., le varietà locali di latino si differenziarono progressivamente in una molteplicità di lingue diverse, dando vita alle differenti lingue romanze, nate tra il VI e l'VIII sec.. Tali lingue subirono l'influenza delle lingue (solitamente germaniche) dei popoli nomadi che in quel periodo si stanzarono in Europa, determinando la caduta stessa dell'impero. Queste lingue agirono come superstrati, cioè influenzarono le nascenti lingue romanze sovrapponendosi al latino già parlato.
In questa fase nasce anche la lingua veneta, di cui – come si è detto – il veneziano fa parte. Quindi il veneziano non è una variante dell'italiano né tantomento deriva da esso, sono "lingue sorelle" come l'italiano e il francese ad esempio.

L’evoluzione di Venezia e del Venesián: il ruolo storico
In Italia, infatti, non si affermò subito una lingua unica. Già Dante Alighieri, nel De vulgari eloquentia (1303-1305) individuava almeno quattordici volgari distinti nella penisola, tra cui quello veneto. A questo proposito, Venezia rappresenta un caso particolare.
Storicamente fondata nel 697 d.C. come ducato bizantino, la sua posizione geografica isolata nelle lagune dell’alto Adriatico le permise di mantenere per secoli un legame politico con l’Impero bizantino, almeno fino alla progressiva autonomia sancita già nell’VIII secolo. Questo isolamento la riparò parzialmente dalle influenze germaniche di area longobarda, presenti sin dal 568 d.C., il che favorì uno sviluppo linguistico più autonomo rispetto ad altre aree dell’Italia settentrionale.
Durante i secoli della Repubblica di Venezia, durata fino all’arrivo di Napoleone nel 1797, il veneziano si consolidò ulteriormente come la variante della lingua veneta più prestigiosa e centrale per l’importanza che la Serenissima ebbe in quei secoli, estendendo la sua influenza ben oltre la laguna e i confini politici. Divenne la lingua del commercio, dell’amministrazione e dell’intrattenimento oltre che nei territori della Repubblica anche in Istria, Dalmazia e in ampie zone del Mediterraneo orientale.
Caratteristiche linguistiche del veneziano
Innanzitutto, sul piano fonetico, è celebre il fenomeno della “l evanescente”, per cui la consonante /l/ in posizione intervocalica tende ad attenuarsi fino quasi a scomparire, talvolta omessa e talaltra resa graficamente con una e oppure una “ł” barrata (ad es.: bea tosa, “bella ragazza”; cavei, “capelli”; gondoea/gondoła, “gondola”; sioła, “cipolla”). Altro fenomeno tipico è la perdita progressiva delle vocali finali, quindi le parole tendono a terminare in consonante (frutariól, “fruttivendolo”; sonadór, “suonatore”). Talvolta anche le vocali iniziali subiscono la stessa sorte, come in dèsso, “adesso” e ‘scoltare, “ascoltare”.
Dal punto di vista morfologico si segnala l’uso ripetuto dei pronomi soggetto (ti te sé drio dormir, “tu stai dormendo”). Interessante è la metafonesi presente in molte parole (misi, “mesi”) celebre nella coniugazione verbale della prima persona plurale (ndemo, “andiamo”; fasemo, “facciamo”).
Anche il lessico rappresenta un elemento di forte autonomia. Molti termini veneziani risultano sconosciuti o difficilmente comprensibili per un non nativo. Parole come “cossa” (cosa), “fio” (figlio) possono essere riconoscibili, mentre “putèl” (bambino), “ciàcoe” (chiacchiere) o “ancuo” (oggi, dal latino ad anc hodie) mostrano una distanza significativa. Al contempo, il veneziano ha ricevuto influenze lessicali dal greco, dall’arabo e dalle lingue dell’area balcanica con la quale aveva rapporti strettissimi grazie ai suoi intensi scambi commerciali nel Mediterraneo.
Infatti, l’italiano ha preso direttamente i termini in prestito dal dialetto veneziano, a tal punto che non sono soltanto le parole di uso specifico come gondola, ghetto o arsenale a derivare proprio dal veneziano, a testimonianza del prestigio culturale e commerciale della Repubblica di Venezia. Forse non tutti sanno che sono state inglobate anche alcune parole molto più comuni di quel che si pensa come “ciao”, “gazzetta”, “marionetta”, “quarantena”, “pantaloni”, “broglio/imbroglio” o “ballottaggio”.
Infine, una coincidenza molto curiosa riguarda la lingua spagnola, che ha molte affinità superficiali col dialetto veneto. Molti vocaboli sono del tutto uguali, perché tante parole si scrivono o addirittura si pronunciano nello stesso modo o quasi. Alcuni esempi sono amigo, digestion, fanfaron, ladron, macaco, paga, rama, seda, tenca, vaca, toro, bacalào (baccalà), brazo (braccio), cuchara (cucchiaio), tamizar (setacciare) ecc.
In sintesi, il veneziano è una variante delle lingua veneta figlia di una storia linguistica che racconta le vicende della Serenissima e del suo popolo. La sua evoluzione, parallela a quella delle altre lingue romanze, e il ruolo centrale che ha ricoperto nei secoli ne testimoniano il valore culturale e identitario. Tra calli e campielli, sebbene minacciato, il venesián continua a vivere come espressione autentica di una comunità e della sua memoria storica.
Il veneziano è quindi un dialetto che riflette la storia e l’identità della Serenissima, sopravvivendo tra le calli come una voce viva della memoria collettiva.