Accordo nucleare iraniano

In questi giorni l’attenzione mondiale e soprattutto europea è comprensibilmente incentrata sul conflitto in Ucraina. Tuttavia rimangono molti altri dossier e crisi geopolitiche aperte in giro per il mondo. Non solo crisi militari, ma anche diplomatiche. Una di queste è l’apparentemente dimenticato accordo per il nucleare iraniano. Firmato nel 2015 (con non poche difficoltà) grazie agli sforzi diplomatici di Iran, Unione Europea e il cosiddetto P5+1 (ossia i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite – Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti – più la Germania), è stato rinnegato da Trump nel 2018. In realtà l'elezione di Biden e il successivo conflitto russo-ucraino stanno avendo degli effetti anche su un potenziale ripristino dello storico accordo. Scopriamo perciò cosa prevedeva e i suoi possibili sviluppi.

La storia del programma nucleare iraniano

La storia del programma nucleare in Iran comincia negli anni ’70, al tempo dello scià di Persia Mohammad Reza Pahlavi, il quale aveva posto le basi per sviluppare la tecnologia nucleare. Il programma fu sospeso durante la rivoluzione islamica del 1979 e ripreso durante gli anni '80 dallo stesso regime degli Ayatollah con l’assistenza di Cina, Pakistan e Russia.

Mappa Iran

Nel corso dei decenni seguenti si sono susseguite diverse fasi, contraddistinte da varie dinamiche: negoziazioni di Teheran con l’Unione Europea e gli Stati Uniti; operazioni di sabotaggio, assassini mirati e minacce di azioni militari israeliane verso l’Iran; infine, svariate risoluzioni dell'ONU per impedire i tentativi di arricchimento dell’uranio da parte del governo iraniano. Questi tentativi, infatti, avevano aumentato il sospetto da parte di Israele e dell’Occidente di una possibile conversione dell'energia nucleare per uso militare. Le diverse dinamiche sono continuate nel corso dei primi anni del XXI secolo fino a giungere al 2015 e all’accordo che ora andremo a vedere.

L’accordo sul nucleare iraniano del 2015

Tecnicamente conosciuto come Piano d'azione congiunto globale (in inglese Joint Comprehensive Plan of Action, noto anche nella sua abbreviazione JCPOA‎), l’accordo sul nucleare iraniano è l’accordo internazionale raggiunto a Vienna nel 2015 sul programma per l'energia nucleare in Iran, concluso con l’Unione Europea e il cosiddetto P5+1 (cioè i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell'ONU – Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti – più la Germania).

Accordo Iran, USA, UE

L’accordo fu il risultato di trattative che andavano avanti già da due anni tra Teheran e il 5+1 e richiese uno sforzo negoziale internazionale notevole per le delegazioni coinvolte. Fu patrocinato e voluto dall’amministrazione Obama e accettato dall’allora governo iraniano di Hassan Rouhani. In sostanza, il piano accettato dall’Iran prevedeva una serie di restrizioni al suo programma nucleare della durata di un decennio e l'accettazione di costanti ispezioni internazionali ai suoi siti nucleari, il tutto nel quadro di regole stabilite negli anni ’70 dal trattato di non proliferazione nucleare.

Cosa prevedeva lo storico patto sul nucleare

Alla luce dell'accordo del 2015, l'Iran aveva accettato di sbarazzarsi delle proprie riserve di uranio arricchito – l’elemento che serve a costruire la bomba atomica – e di ridurre di due terzi, per la durata di tredici anni, le sue centrifughe a gas. Fu inoltre stabilito che per i successivi quindici anni l'Iran avrebbe potuto arricchire l'uranio solamente fino al 3,67% e non avrebbe potuto costruire nuovi reattori nucleari (ad acqua pesante). Sempre nell’accordo si era previsto che l’attività di arricchimento dell'uranio fosse limitata a un singolo impianto, mentre altri impianti sarebbero stati convertiti al fine di ridurre e limitare la proliferazione nucleare.

Centrali nucleari Iran

Da ultimo, era prevista la verifica e il monitoraggio del rispetto dei contenuti dell'accordo: in questo aspetto l’AIEA (l'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica) sarebbe stata protagonista, in quanto avrebbe avuto accesso regolare per il controllo di tutti gli impianti nucleari in terra iraniana. In cambio di tutte queste concessioni il JCPOA prevedeva che l'Iran avrebbe ottenuto la fine delle sanzioni economiche (risoluzione 1747) imposte in precedenza dall’Occidente proprio a causa del programma nucleare iniziato da Teheran.

Gli Stati Uniti si ritirano dagli accordi sotto Trump

Negli ultimi anni l’evoluzione del dossier iraniano è dipesa sostanzialmente dal cambio di amministrazioni negli Stati Uniti. Nel 2016 a Obama subentrò, infatti, Donald Trump. La sua amministrazione fu sotto vari aspetti innovativa (e controversa) nel campo della politica estera: dalla NATO agli organismi internazionali, fino all’approccio verso l’Iran e i suddetti accordi sul nucleare.

Trump Iran

Fu infatti sotto Trump, su spinta dell’allora premier israeliano Benjamin Netanyahu e delle lobby israeliane negli Stati Uniti, che gli USA si ritirano dagli accordi del 2015 voluti da Obama. Contemporaneamente Trump promosse il ritorno di sanzioni contro l'Iran perché secondo lui quest'ultimo aveva infranto lo spirito degli accordi. Accordi che per Trump andavano completamente rifatti, al fine di garantire al mondo un Iran definitivamente non nucleare. Questa mossa da parte della nuova amministrazione statunitense creò un circolo vizioso di diffidenza e turbolenza geopolitica: la tensione tra la Siria, che ospitava le brigate Al Quds iraniane, e Israele crebbe esponenzialmente, e lo stesso accadde tra Teheran e Washington fino al culmine rappresentato dall’eliminazione del generale iraniano Soleimani, ordinata da Trump nel 2020, e alle successive rappresaglie iraniane.

La riapertura del dialogo con Biden

In tempi più recenti, con la vittoria dei democratici nel 2020 e l’elezione di Joe Biden alla presidenza degli Stati Uniti, l’approccio verso l'Iran è nuovamente cambiato, con la volontà di ravvivare gli accordi presi a Vienna. Oggigiorno è ancora presto per dire se ciò avverrà, ma anche alla luce del conflitto in Ucraina sembrerebbe che sia gli USA sia l’Iran siano inclini a un ripristino dell’accordo sul nucleare del 2015. Ripristino che sarebbe però frenato dalla Russia (che non vuole che l'Occidente trovi un partner energetico a lei sostitutivo) e da Israele.

Biden Iran nucleare

La posta in gioco geopolitica per Israele e gli equilibri in Medioriente

Da oltre due decenni l’Iran rappresenta il principale nemico di Israele, a tal punto da essere definito dai politici israeliani come una minaccia esistenziale. Questa espressione viene usata anche in riferimento ad altri eventi storici. Il primo si rifà alla storia antica degli ebrei, in particolare alle campagne militari prima dei babilonesi e poi dei romani che distrussero il sacro Tempio di Gerusalemme. Un secondo riferimento storico è al genocidio subito durante la Seconda Guerra Mondiale per mano della Germania nazista. Un terzo si rifà, invece, ai falliti tentativi di distruggere militarmente Israele da parte dei vari Stati arabi a partire dalla data di fondazione dello Stato Ebraico.

Israele e Iran

È rispetto a questi riferimenti storici che Gerusalemme inquadra oggi il problema del nucleare nelle mani del regime degli Ayatollah iraniani. L'Iran, infatti, è considerato da Israele l’unico Stato nell’area mediorientale potenzialmente capace di mettere a rischio la sua stessa esistenza. In questa prospettiva emerge l’unicità di Israele nel contesto regionale non solo come nazione e comunità religiosa, ma anche in senso militare, in quanto unica potenza nucleare dell’area.

La volontà di contenere l’Iran non appartiene solo ad Israele in Medioriente: ci sono varie altre potenze sunnite – Arabia Saudita in primis – fortemente ostili all’espansione dell’influenza dell’Iran e del suo rafforzamento militare, sia per rivalità confessionali all’interno dell’Islam (sunnismo vs sciismo, professato in Iran), sia per questioni strategiche ed energetiche. Una crescita militare dell’Iran rafforzerebbe di riflesso la sua proiezione geopolitica in vari Stati dove esistono minoranze sciite, dallo Yemen degli Houthi – con i quali l’Arabia Saudita è in guerra dal 2015 – al Libano (Hezbollah), fino alla Siria di Bashar al Assad.

Mappa Medio Oriente

Gli Stati Uniti sono consapevoli di queste rivalità e, al di là della possibile minaccia che l'Iran si doti di un ordigno nucleare, nel corso del tempo hanno mantenuto posizioni favorevoli o contrarie rispetto a eventuali accordi con Teheran anche per bilanciare i rapporti di forza in Medio Oriente e impedire che una singola potenza potesse (e possa) diventare dominante nell'area.

Articolo a cura di
Giorgio Cella