
In Italia esiste un celebre detto popolare che etichetta i "vicentini magnagatti". Questa espressione, nata da aneddoti storici e rivalità regionali, suscita oggi un misto di ironia e perplessità proprio perché il gatto occupa una posizione del tutto particolare nel nostro immaginario: è un animale domestico, considerato un compagno di vita e un membro della famiglia. La distinzione tra animali da mangiare e animali domestici non è scritta nella natura, ma deriva da millenni di evoluzione culturale, convenzioni sociali e domesticazione: di conseguenza, l'idea di utilizzare il gatto come alimento appare alla maggior parte di noi non soltanto insolita, ma moralmente inaccettabile.
Eppure, a quella stessa tavola, potremmo non avere alcuna difficoltà a consumare carne di maiale, vitello o coniglio. Perché alcuni animali vengono considerati membri della famiglia mentre altri finiscono nel piatto? E come si spiega il fatto che ciò che è impensabile in una società possa essere perfettamente normale in un'altra? La risposta più immediata potrebbe essere che esistano animali naturalmente destinati all'affetto e altri naturalmente destinati all'alimentazione. Tuttavia, antropologi e sociologi mostrano da decenni che la questione è molto più complessa. Le categorie di “animale da compagnia”, “animale da allevamento” o “animale sacro” non derivano semplicemente dalla natura degli animali, ma sono il risultato di processi storici, culturali e sociali.
Animali e cibo, una costruzione culturale
Uno dei contributi più importanti per comprendere questo fenomeno proviene dall'antropologa britannica Mary Douglas. Nel suo celebre volume Purity and Danger (1966), Douglas analizza i tabù alimentari presenti in diverse società, ossia quelle proibizioni che portano una comunità a considerare determinati alimenti inaccettabili o impuri. Secondo l'autrice, questi divieti non sono affatto irrazionali. Al contrario, aiutano a mantenere l'ordine simbolico, cioè l'insieme di regole e significati attraverso cui una società distingue ciò che è appropriato da ciò che non lo è, ciò che è puro da ciò che è impuro.
Per questo motivo, ciò che una cultura considera commestibile non dipende soltanto dalle caratteristiche dell'alimento, ma anche dai significati che gli vengono attribuiti. Da questa prospettiva, ciò che una società considera commestibile non è un dato universale. Il disgusto che proviamo di fronte a determinati alimenti non nasce necessariamente da ragioni biologiche, ma dall'apprendimento culturale. In altre parole, impariamo fin dall'infanzia quali animali possono essere mangiati e quali no.
Quando l'economia influenza la società
Se Douglas pone l'accento sulle classificazioni simboliche, l'antropologo statunitense Marvin Harris propone una spiegazione diversa. Esponente del materialismo culturale, Harris sostiene che molte credenze e tabù alimentari siano legati a fattori ecologici ed economici.
Nei suoi lavori Cows, Pigs, Wars and Witches (1974), Good to Eat (1985) e The Sacred Cow and the Abominable Pig (1987), Harris cerca di mostrare come pratiche apparentemente irrazionali possano avere una logica adattiva.
Uno degli esempi più noti riguarda il divieto di consumare carne di maiale presente nell'ebraismo e nell'islam. Secondo Harris, nei territori aridi del Medio Oriente allevare suini era poco conveniente: i maiali necessitano di acqua, non pascolano come ovini e caprini e competono con gli esseri umani per molte risorse alimentari. In questo contesto, la proibizione religiosa avrebbe contribuito a scoraggiare una pratica economicamente svantaggiosa.
Un ragionamento simile viene applicato alla sacralità della vacca in India. Harris sostiene che proteggere i bovini garantisse vantaggi concreti alle comunità agricole: gli animali fornivano forza lavoro per l'aratura, latte e letame utilizzabile come fertilizzante o combustibile. Il carattere sacro attribuito alle vacche avrebbe quindi favorito la conservazione di una risorsa essenziale per la sopravvivenza economica della popolazione.
Gli animali sono “buoni da pensare”: la risposta dell'antropologia strutturale
Pur essendo influente, l’interpretazione di Harris è stata oggetto di numerose critiche. Tra i maggiori autori che forniscono una interpretazione differente vi è Claude Lévi-Strauss, fondatore dell'antropologia strutturale. Nel volume Le Totémisme aujourd'hui, l'autore formula una celebre affermazione: gli animali sono «buoni da pensare prima che da mangiare».
In altre parole, il rapporto che abbiamo con gli animali non dipende soltanto dalla loro utilità economica o alimentare: gli animali sono anche simboli attraverso di essi le società esprimono valori, credenze e modi di vedere il mondo.
Basti pensare alla colomba, spesso associata alla pace o al leone, simbolo di forza e coraggio. In questi casi, il significato attribuito all'animale va ben oltre le sue caratteristiche biologiche o la sua eventuale utilità pratica. Per Lévi-Strauss, comprendere il rapporto tra esseri umani e animali significa quindi comprendere anche il sistema di significati che una società costruisce attorno ad essi.
Una prospettiva simile si ritrova anche nell'opera dell'antropologo Clifford Geertz, che definisce la cultura come una rete di significati costruita dagli esseri umani. Da questo punto di vista, capire perché un animale venga mangiato o protetto significa comprendere il sistema simbolico in cui esso è inserito.
Il carnismo: un'ideologia invisibile
La psicologa sociale Melanie Joy nel libro Why We Love Dogs, Eat Pigs, and Wear Cows (2010) introduce il concetto di carnismo. Esso è definito come il sistema di credenze che porta le persone a considerare normale mangiare alcuni animali e non altri. Secondo l'autrice, nelle società contemporanee questa ideologia è spesso invisibile perché viene percepita come naturale e inevitabile.
Mangiare mucche, maiali o polli appare normale non perché tali specie possiedano caratteristiche intrinseche che le rendono adatte al consumo umano, ma perché le convenzioni sociali le hanno collocate nella categoria degli animali commestibili.
Secondo Joy, il punto centrale non è stabilire quali animali sia giusto o sbagliato mangiare, ma comprendere perché alcune scelte alimentari vengano percepite come normali e altre come impensabili. Proprio perché il carnismo è largamente condiviso, raramente viene riconosciuto come una visione culturale tra le tante possibili: tende invece a presentarsi come semplice buon senso.
Il concetto di carnismo non è universalmente accettato dagli studiosi e viene discusso soprattutto nell'ambito dell'etica animale. Tuttavia, offre uno strumento utile per riflettere sul modo in cui le nostre preferenze alimentari siano influenzate da norme culturali che raramente mettiamo in discussione.
Gli animali come membri della famiglia
Negli ultimi decenni, soprattutto nelle società occidentali urbanizzate, il rapporto con gli animali domestici ha subito profonde trasformazioni.
Sociologi e studiosi degli Human-Animal Studies, tra cui Adrian Franklin (Animals and Modern Cultures, 1999) e Donna Haraway (The Companion Species Manifesto, 2003), hanno evidenziato come cani e gatti siano progressivamente passati dall'essere considerati proprietà o strumenti di lavoro all'essere percepiti come veri e propri membri della famiglia.
L'aumento delle spese veterinarie, la diffusione di servizi dedicati agli animali, la celebrazione di funerali e l'emergere del fenomeno del pet parenting testimoniano questo cambiamento culturale.
Ciò che oggi appare naturale – considerare il cane un compagno affettivo – è in realtà il risultato di trasformazioni storiche relativamente recenti. In altre epoche e in altre società, lo stesso animale ha potuto occupare posizioni molto diverse all'interno dell'ordine sociale.
Oltre la distinzione tra uomini e animali: l'antropologia multispecie
Un’ultima corrente di studi che intendiamo citare per allargare la riflessione è l’antropologia multispecie, nata negli ultimi vent'anni. Essa ha messo in discussione un presupposto che per lungo tempo ha guidato il pensiero occidentale: l'idea che gli esseri umani e gli animali appartengano a sfere nettamente separate.
Nel Companion Species Manifesto (2003), Donna Haraway sostiene che uomini e cani si siano letteralmente co-evoluti nel corso della storia. Non si tratterebbe quindi soltanto di una relazione di addomesticamento, ma di una trasformazione reciproca che ha modificato tanto gli animali quanto gli esseri umani. Per questo Haraway preferisce parlare di specie compagne (companion species), sottolineando come le nostre identità siano il risultato di una lunga convivenza interspecifica.
Una critica ancora più radicale proviene dall'antropologo Philippe Descola. Nel volume Par-delà nature et culture (Oltre natura e cultura, 2005), Descola mostra che la separazione tra umanità e animalità, che in Occidente appare quasi ovvia, rappresenta in realtà una visione del mondo storicamente situata. Molte società indigene dell'Amazzonia, della Siberia o del Nord America attribuiscono infatti agli animali intenzionalità, capacità relazionali e forme di soggettività che sfumano il confine tra umano e non umano.
Una questione di cultura, non di natura
Le differenze tra ciò che mangiamo e ciò che proteggiamo non possono essere spiegate attraverso un'unica causa. Le condizioni economiche e ambientali, evidenziate da Marvin Harris, svolgono certamente un ruolo importante. Allo stesso tempo, come mostrano Mary Douglas, Claude Lévi-Strauss e molti altri studiosi, gli animali sono inseriti in sistemi simbolici che attribuiscono loro significati differenti. Per questo motivo uno stesso animale può essere considerato cibo in una società, animale sacro in un'altra e membro della famiglia in una terza.
Tutte le società, dunque, stabiliscono relazioni complesse con il mondo animale. Ciò che cambia sono le categorie culturali attraverso cui tali relazioni vengono organizzate.
Osservare queste differenze significa riconoscere che molte delle nostre convinzioni più profonde su ciò che è normale, naturale o accettabile sono in realtà il prodotto della storia e della cultura. E proprio per questo possono apparire sorprendenti, incomprensibili o persino contraddittorie agli occhi di chi è cresciuto in un contesto diverso.