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30 Agosto 2026
13:00

Perché diciamo le uova e non gli uovi e alcuni plurali non seguono le regole: i residui del neutro latino

Uova, braccia, ginocchia, mura: alcuni plurali italiani sembrano non seguire “le regole”. In realtà ne seguono una molto antica, sepolta nel latino, e un genere, il neutro, che non è scomparso del tutto, rimanendo nelle desinenze plurali.

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Perché diciamo le uova e non gli uovi e alcuni plurali non seguono le regole: i residui del neutro latino
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Provate a spiegare a chi sta imparando l'italiano perché il libro al plurale diventa i libri, il tavolo diventa i tavoli, ma l’uovo non diventa gli uovi. Uovo, infatti, è la forma singolare maschile, mentre uova è il plurale femminile. Ancora, il braccio e le braccia, il ginocchio e le ginocchia, e una città fortificata non ha muri ma mura. Com’è possibile che una parola cambi genere al plurale? Non è un capriccio linguistico, bensì un residuo che ha radici nel latino e in un genere grammaticale, il neutro che non si è del tutto estinto, ma è rimasto in parole che usiamo ogni giorno.

Il colpevole: un terzo genere (quasi) estinto

Oggi in italiano i generi sono due, maschile e femminile. Il latino, però, ne aveva tre: oltre a questi due esisteva il neutro, riservato di solito alle cose inanimate. Nel passaggio dal latino all'italiano quel terzo genere è scomparso e la maggior parte dei nomi neutri è stata "assorbita" dal maschile: il latino ferrum era neutro, e il nostro ferro di oggi è un regolare maschile, che al plurale diventa ferri.

La particolarità del neutro latino era proprio nella formazione del plurale: moltissimi sostantivi neutri uscivano al singolare in -um e al plurale in -a: così ovum al singolare e ova al plurale o brachium e brachia. Come spiegano Treccani e una consulenza dell'Accademia della Crusca, quando diciamo le uova stiamo conservando intatta la desinenza del plurale neutro latino. E siccome in italiano la -a finale è la terminazione tipica del femminile, quella vecchia forma è stata "riletta" come femminile: ecco che un uovo al plurale diventa le uova.

Non solo uova: quando lo stesso nome ha due plurali diversi

Qui la storia si fa ancora più interessante, perché molti di questi nomi non hanno rinunciato del tutto al plurale "regolare", ma ne hanno conservati due: uno maschile in -i e uno femminile in -a. I linguisti li chiamano nomi sovrabbondanti e nella maggior parte dei casi le due forme non sono intercambiabili perché hanno significati diversi.

Il caso da manuale, citato dalla Crusca, è quello delle parti del corpo. Braccio ha infatti due plurali: le braccia sono quelle del nostro corpo, mentre i bracci sono quelli di una gru, di un fiume, di una poltrona. Ciglio al plurale diventa ciglia quando si riferisce alla protezione degli occhi, ma anche cigli, quanto è riferito ai bordi di una strada. Labbro al plurale diventa labbra se riferito alla bocca, ma labbri se parliamo di una ferita; osso diventa ossa quando pensiamo allo scheletro nel suo insieme, ossi quando parliamo di quelli che diamo al cane o parliamo degli "ossi di seppia", per citare Eugenio Montale.

Lo stesso meccanismo funziona anche se ci spostiamo fuori dal corpo umano: urlo vuole urla per le grida umane, ma urli per i versi degli animali – e lo stesso accade con grido: le grida della folla, i gridi delle bestie.

La regola che emerge è che la forma femminile in -a tende a indicare un insieme unitario, collettivo, mentre quella maschile in -i indica gli elementi presi uno per uno, o significati figurati. Il linguista Luca Serianni riassumeva queste coppie come una serie di opposizioni ricorrenti: astratto contro concreto, generale contro particolare, collettivo contro singolo. Nel caso del cervello, le cervella sono la materia molle dentro il cranio, mentre i cervelli sono le intelligenze e quelle persone istruite che a volte "fuggono" all'estero.

I casi per imitazione: mura e dita

Alcune parole hanno preso il plurale femminile in -a anche senza essere mai state neutre in latino, come è successo a muro: in latino murus era un normalissimo maschile, eppure oggi diciamo le mura (della città, considerate come cinta unitaria) accanto a i muri (quelli di casa, uno per uno). Lo stesso accade a dito: il latino digitus era maschile, ma noi diciamo le dita della mano nel loro insieme, tenendo i diti per i casi in cui li elenchiamo singolarmente (per es. "i diti mignoli"). Il modello del neutro plurale era tanto comodo per esprimere l'idea di "insieme" che la lingua l'ha esteso per imitazione anche a parole che, in origine, seguivano tutt'altra strada.

C’è un altro cortocircuito che riguarda il sostantivo carcere: al singolare è maschile, ma al plurale diventa femminile, le carceri.  La spiegazione della Crusca ci riporta all'italiano antico, quando il latino carcer (maschile) aveva prodotto due forme, compresa quella femminile, la carcere, forse per analogia con il sinonimo prigione. Ecco che è arrivata fino a noi nella versione plurale femminile.

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