
Città del Messico, 18 ottobre 1968. Al primo turno della finale olimpica di salto in lungo maschile allo Stadio Olimpico Universitario, il 22enne statunitense Bob Beamon stupisce il mondo intero toccando terra dopo un salto di 8,90 metri, migliorando di 55 centimetri il precedente record del mondo. Il dispositivo ottico installato per misurare i salti non riesce ad arrivare così lontano: i giudici di gara devono tirar fuori un vecchio metro a nastro per misurare quello che tutt’oggi è il record olimpico della disciplina. In quella prestazione incredibile, Beamon aveva un complice invisibile: Città del Messico si trova a 2.240 metri di quota, e quella sera l'aria rarefatta aveva contribuito a riscrivere la storia dell’atletica.
Il paradosso dell’altitudine: cosa succede all’aria salendo di quota
Salendo di quota, la pressione atmosferica diminuisce, e con essa la densità dell'aria. La percentuale di ossigeno rimane la stessa, circa il 21%, ma ogni singolo respiro contiene meno molecole di ossigeno. A 2.000 metri sul livello del mare, la quantità di ossigeno disponibile per ogni atto respiratorio è circa il 15-16% inferiore rispetto al livello del mare. A 3.650 metri, come a La Paz in Bolivia, siamo intorno al 25% in meno. Questo crea un paradosso: l'altitudine può essere un vantaggio o uno svantaggio a seconda della disciplina sportiva che si pratica. Il discrimine è quanto quella disciplina dipende dall'energia aerobica (quella che brucia molto ossigeno) rispetto a quella anaerobica.
Le discipline brevi: quando l'altura aiuta
Nelle gare rapide ed esplosive come sprint, lanci o salti, l’energia proviene principalmente dal sistema anaerobico, e il vantaggio della minore resistenza aerodinamica offerta dall’aria in altura supera abbondantemente lo svantaggio dell'ossigeno ridotto. La velocità media nel correre i 100 metri a Città del Messico è circa l'1,9% superiore rispetto a quella registrabile al livello del mare: un guadagno piccolo in termini assoluti, ma enorme in una gara in cui contano i centesimi di secondo. Le Olimpiadi del 1968 rimangono il caso più emblematico: ai 2.240 metri di Città del Messico, tutti gli eventi maschili su distanze inferiori ai 1500 metri, tutti i salti e i lanci (escluso il getto del peso) produssero nuovi record mondiali o olimpici.
Le discipline di resistenza: quando l'altura punisce
Nelle gare che durano più di due minuti, la dipendenza dal metabolismo aerobico, e quindi dall’ossigeno, diventa dominante. Il VO₂max, cioè la massima capacità di consumo di ossigeno e la misura più importante della performance aerobica, si riduce in modo sostanzialmente lineare all'aumentare dell'altitudine: per ogni 1.000 metri di quota guadagnata, cala di circa il 7-8%. A 2.000 metri, un atleta ha già perso circa il 14-15% della sua capacità aerobica rispetto al livello del mare. Tornando al 1968: nei 5.000 metri il tempo del vincitore fu il più lento degli ultimi sedici anni. Il maratoneta etiope Mamo Wolde vinse la medaglia d'oro con un tempo di oltre otto minuti più lento di quello del suo connazionale Abebe Bikila quattro anni prima a Tokyo.
Bolivia, Kenya, Etiopia: quando l’altitudine diventa cultura
Per avere un esempio concreto di come l'altitudine stravolga i risultati sportivi, è sufficiente guardare i risultati che ottiene la nazionale di calcio boliviana quando gioca in casa o in trasferta contro altre squadre del Sud America. La Bolivia gioca le partite casalinghe a La Paz, a 3.650 metri di quota, o più recentemente nello stadio di El Alto, che si trova a 4.088 metri, il più alto al mondo tra quelli con una capienza di almeno 10.000 posti.

Un'analisi statistica condotta su oltre 1.400 partite internazionali disputate in Sud America ha dimostrato che per ogni 1.000 metri di dislivello tra la squadra di casa e quella ospite, la squadra di casa guadagna mediamente circa mezzo gol di vantaggio. Il Brasile ha subito la sua prima sconfitta in tutta la storia delle qualificazioni mondiali proprio in Bolivia, nel 1993. Eppure, quella stessa Bolivia che in casa è quasi imbattibile, in trasferta ha perso 67 partite consecutive nelle qualificazioni prima di riuscire a vincere fuori casa nel 2024. Il motivo è semplice: i giocatori boliviani sono cresciuti e si sono allenati in quelle condizioni per tutta la vita, e il loro corpo si è adattato strutturalmente alla quota.
Ma se l'aria rarefatta danneggia le prestazioni aerobiche nel breve periodo, nel lungo periodo può diventare una risorsa straordinaria. È questo il principio alla base dell'allenamento in altura: un'esposizione prolungata a ridotta disponibilità di ossigeno spinge il corpo a produrre maggiori quantità di eritropoietina (EPO), un ormone che stimola la produzione di globuli rossi. Più globuli rossi significano più emoglobina, più ossigeno trasportato ai muscoli e quindi una maggiore capacità aerobica. Al ritorno al livello del mare, questo adattamento permette all'atleta di estrarre e utilizzare l'ossigeno molto più efficacemente, con prestazioni migliori rispetto al punto di partenza. Non a caso, in molti sport di resistenza, allenarsi in altura a inizio stagione o prima di un grande evento è diventata ormai una prassi.
Nessun posto al mondo incarna questo principio meglio dei paesi dell'Africa orientale. Kenya ed Etiopia dominano il mezzofondo e il fondo mondiale da decenni, e una delle ragioni principali è che i loro campioni crescono e si allenano in luoghi ad alta quota fin da bambini, con un'esposizione cronica che produce adattamenti fisiologici ben più profondi di qualsiasi campo di allenamento in altura temporaneo. Iten, in Kenya, è soprannominata "la casa dei campioni": si trova a circa 2.400 metri di altitudine nella Rift Valley, storico di allenamento per Eliud Kipchoge, uno dei più celebri maratoneti della storia. Qui non è raro, a inizio stagione, scorgere i mezzofondisti italiani ed europei come Yeman Crippa e Nadia Battocletti allenarsi tra le terre rosse degli altopiani. Allo stesso modo in Etiopia, campioni come Kenenisa Bekele si allenano nell'altopiano attorno ad Addis Abeba, tra i 2.300 e i 2.600 metri.