Un essere nascosto sotto il letto, una creatura che arriva quando cala il buio, un uomo nero pronto a portare via i bambini disobbedienti. Cambiano il nome, l'aspetto e le regole, ma figure di questo tipo ricorrono nel folklore e nelle narrazioni per l'infanzia di società molto lontane tra loro. In Italia c'è l'Uomo Nero, nel mondo ispanico il Coco o Cucuy, nell'Europa centrale il Krampus, altrove vi sono esseri soprannaturali, spiriti e animali fantastici occupano funzioni narrative comparabili.
Sarebbe però semplicistico concludere che "quasi tutte le culture" abbiano inventato mostri con un'unica funzione pedagogica. Io mostro è piuttosto una forma culturale straordinariamente adattabile: può spiegare ciò che non si comprende, personificare un pericolo, indicare un confine morale oppure dare un corpo a paure che non ne hanno uno.
Nel volume "Monster Theory: Reading Culture" (1996), lo studioso Jeffrey Jerome Cohen propone di leggere i mostri come prodotti del contesto culturale che li genera: nelle loro caratteristiche prendono forma ansie, desideri, divieti e categorie sociali. Il mostro raccontato a un bambino, quindi, non parla soltanto di ciò che si trova nel bosco o nell'oscurità. Racconta anche che cosa una determinata società teme, quali comportamenti vuole evitare e dove decide di tracciare il confine tra ciò che è sicuro e ciò che non lo è.
La funzione di mostro come guardiano, “non andare lì!”
Una delle funzioni più evidenti delle creature terrificanti rivolte ai bambini è trasformare una norma astratta in una conseguenza concreta. "Non allontanarti", "non uscire di notte", "non avvicinarti all'acqua", "non entrare nel bosco", sono tutte prescrizioni che un bambino piccolo può comprendere solo parzialmente. Un essere immaginario che abita proprio oltre quel limite rende invece il pericolo memorabile.
Il mostro diventa così una sorta di guardiano simbolico del confine. Questa funzione può essere interpretata attraverso una delle tesi formulate da Cohen: il mostro tende a presidiare i limiti di ciò che una cultura considera possibile o consentito. La sua efficacia narrativa deriva proprio dalla capacità di convertire una regola in un'immagine: non bisogna oltrepassare il confine perché qualcosa vive dall'altra parte.
Ma questa pedagogia della paura è ambivalente. Il mostro può trasmettere indicazioni utili alla sopravvivenza e alla convivenza, ma può anche trasformarsi in uno strumento di disciplina: non insegna necessariamente perché una condotta sia pericolosa o sbagliata, insegna che alla trasgressione seguirà una punizione.
É qui che il folklore infantile rivela anche la società adulta che lo produce. Le creature che puniscono bambini rumorosi, disobbedienti, golosi o inclini ad allontanarsi da casa materializzano un modello di infanzia desiderabile e, per contrasto, ciò che gli adulti considerano un comportamento deviante. Il mostro, insomma, sorveglia una norma sociale.
Perché i bambini hanno bisogno dei mostri: gli studi
Ma perché raccontare qualcosa di spaventoso a chi ha già paura del buio? Una risposta importante proviene dagli studi sulla fiaba e sullo sviluppo infantile. Nel celebre "The Uses of Enchantment" (1976), lo psicoanalista Bruno Bettelheim sosteneva che le fiabe tradizionali permettessero ai bambini di confrontarsi simbolicamente con conflitti profondi, paura dell'abbandono, rivalità, aggressività, separazione, morte, trasferendoli in un mondo narrativo popolato da streghe, giganti e creature minacciose.
L'intuizione che la finzione possa creare una distanza simbolica dalla paura trova corrispondenze interessanti anche negli studi contemporanei sulla letteratura per l'infanzia. La ricercatrice Mary-Louise Maynes, analizzando i mostri delle storie della buonanotte, ha mostrato come essi possano rappresentare paure infantili comuni, soprattutto quelle associate alla notte, e come la narrazione possa offrire strategie per affrontarle.
C'è una differenza decisiva, infatti, tra provare una paura indefinita e incontrare quella paura sotto forma di creatura. Il rumore sconosciuto nella stanza non ha regole, il mostro della storia invece sì. Ha un aspetto, compare in determinate circostanza e, soprattutto, può essere sconfitto, ingannato, addomesticato o perfino trasformato in amico.
La narrativa rende così l'angoscia rappresentabile e manipolabile: ciò che nella realtà è indistinto acquista un nome, un volto e una conclusione.
Dal Krampus al Coco: ogni cultura da un volto diverso alla paura
Se la funzione dei mostri presenta alcune somiglianze, i loro corpi raccontano invece storie profondamente singolari e locali.
Nell'Europa alpina, il Krampus, creatura cornuta che accompagna San Nicola nelle tradizioni diffuse soprattutto in Austria e nelle regioni limitrofe, minaccia o punisce simbolicamente i bambini che si sono comportati male.
Nella penisola iberica e in molte società latinoameriche, invece, compare il Coco, o Cuco, una presenza molto meno definita fisicamente: qualcosa che arriva a prendere il bambino e non dorme o non obbedisce, una forza magica. Nel folklore britannico, al contrario, troviamo il Bogeyman, mentre numerose tradizioni possiedono creature associate specificamente all'acqua, ai boschi o alla notte.
Tutte queste figure appartengono a quella vasta famiglia di esseri che la folklorista Marina Warner, in "No go the Bogeyman" (1989), analizza come strumenti attraverso cui le società raccontano contemporaneamente paura, autorità e trasgressione.
Non esiste dunque un "mostro universale" nascosto dietro tutte queste creature. Al contrario, proprio le loro differenze sono antropologicamente significative. Ogni mostro incorpora elementi dell'ambiente, della religione, delle strutture familiari e delle preoccupazioni della società che lo racconta.
Come sostiene Jeffrey Jerome Cohen in "Monster Theory" (1996), l corpo del mostro è sempre un corpo culturale: nasce in un determinato momento storico e concentra in sé paure e tensioni che appartengono a quel contesto.
Studiare i mostri raccontati ai bambini significa allora osservare indirettamente la società che li hanno inventati. Che cosa non deve fare un bambino? Dove non dovrebbe andare? Di chi diffidare? Le risposte cambiano, e con esse cambiano le creature.
