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25 Settembre 2026
6:00

Poca frutta e verdura nei supermercati per il caldo record: ne troveremo sempre meno?

Super El Niño, raccolti perduti e scaffali vuoti. Ecco cosa dicono davvero CNR, Coldiretti, Istat e FAO sull'estate più calda dal 1950 e sui suoi effetti concreti su campi e prezzi.

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Poca frutta e verdura nei supermercati per il caldo record: ne troveremo sempre meno?
carrelli sempre più grandi supermercato

L'estate 2026 si chiude con un record mai registrato prima e con un conto che si sta pagando sia nei campi che sugli scaffali. Secondo il Climate Change Institute la temperatura superficiale del Pacifico centrale ha superato di 3,04 °C la media 1991-2020, ben oltre la soglia di +1,5-2 °C che i climatologi usano per definire un "Super El Niño". È un evento che sta già alimentando titoli apocalittici e che, secondo una stima del Climate Impact Lab dell'Università di Chicago, potrebbe causare nei prossimi sei mesi, fino a febbraio 2027, circa 451.000 decessi in più legati al caldo rispetto a un anno tipico, con il peso maggiore su Paesi tropicali come Nigeria, Indonesia, India, Sudan e Brasile, e con un'eccedenza di mortalità che i ricercatori si aspettano fino all'estate 2027.

Già ad agosto il World Food Programme avvertiva che El Niño avrebbe spinto circa 50 milioni di persone verso la fame acuta, facendo lievitare i prezzi dei generi alimentari. Eppure il suo legame con il caldo europeo va maneggiato con cautela, considerando che gli effetti diretti riguardano i Paesi affacciati sul Pacifico, mentre sull'Europa l'influenza arriva attenuata e filtrata dalla variabilità atlantica e mediterranea. L'estate italiana però è stata da record per conto suo e le conseguenze sono già misurabili, con oltre 3 miliardi di euro di danni all'agricoltura stimati da Coldiretti, raccolti di mais e riso falcidiati al Nord, i primi avvisi di disponibilità ridotta di insalate, pomodori e melanzane nei supermercati e ortaggi in rincaro del 4% su base annua secondo l'Istat.

Gli effetti dell'estate record nei campi in Italia

Secondo il Consiglio nazionale delle ricerche (CNR-IBE), l'estate 2026 è stata la più calda in Italia dal 1950, con una temperatura media di 24,3 °C contro i 23,6 °C del 2003. “I dati fanno presagire che il 2026 possa concludersi come l’anno più caldo dal 1950. Le Heat Map, che rappresentano una classifica mensile di temperatura media da quell’anno a oggi, mostrano per la prima volta consecutivamente il luglio e l’agosto più caldi in assoluto”, ha spiegato il ricercatore Cnr-Ibe Lorenzo Arcidiaco. Nel periodo gennaio-agosto, secondo quanto riportato, la percentuale di territorio nazionale con anomalie di temperatura superiori a un grado sarebbe salita a circa il 70%, mentre quella con anomalie superiori a due gradi si attesterebbe intorno al 40%. Inoltre, secondo il ricercatore, le superfici interessate dall'anomalia termica sono in gran parte aree coltivate, terreni che, esposti a una temperatura superiore e in alcune aree a un periodo di siccità, fanno del settore primario quello più colpito.

Non è un caso se il primo posto dove il caldo ha lasciato il segno sono le coltivazioni. Coldiretti ha stimato danni oltre i 3 miliardi di euro tra siccità, caldo, grandine e incendi, con perdite di raccolto che per mais e riso al Nord possono arrivare al 40% in alcune zone. Infatti, secondo l’associazione, i comparti più colpiti sono mais, riso, seminativi, foraggi e zootecnia. In particolare in Piemonte, nelle aree non irrigue della Baraggia tra Vercelli e Biella, il riso rischia cali del 70-80%, il mais del 50-60% e i foraggi intorno al 50%, mentre i noccioleti segnano -20-30%. Parallelamente in Lombardia molti agricoltori hanno anticipato la raccolta del mais con perdite stimate fino al 30%, la soia cala fino al 30%, i fieni di circa un terzo, il riso mediamente del 15%, il latte è diminuito del 10-15% e il formaggio d'alpeggio potrebbe ridursi del 20% circa.

In Veneto e Friuli Venezia Giulia la filiera dei seminativi accusa perdite stimate fra il 40 e il 60%, effetto della morsa combinata di siccità e temperature fuori scala. In Emilia-Romagna il caldo persistente ha tagliato di un quinto il mais del Ferrarese, mentre grandine e aflatossine hanno spinto i danni fino all'80% in alcune zone, rendendo parte del raccolto inutilizzabile a fini alimentari. La frutta, dove risparmiata dalla grandine, perde comunque il 20-30%.

In Trentino le mele arretrano del 9-10% e diminuiscono di pezzatura, mentre il secondo sfalcio di fieno è andato bruciato tra malghe e pascoli. Il Centro vede sotto pressione seminativi, ortofrutta, vigne, olivi e foraggi, mentre nel Sud e Isole lo stress idrico colpisce soprattutto l'ortofrutta, senza risparmiare oliveti, vigneti, foraggi e allevamenti.

La situazione in Europa dopo le ondate di caldo estivo

Secondo una stima di Coceral, l'associazione europea che rappresenta il settore del commercio di cereali, riso, semi oleosi, olive, oli e grassi, mangimi e prodotti per l’agricoltura, per l'area UE-27+Regno Unito, la produzione complessiva di cereali nel 2026 dovrebbe fermarsi a 286,6 milioni di tonnellate. Si tratta di un ridimensionamento di quasi 9 milioni rispetto alle stime diffuse a giugno, che indicavano 295,5 milioni, e di un arretramento ancora più netto se confrontato con i 310 milioni raccolti nella stagione precedente.

A trascinare verso il basso le previsioni sono soprattutto il mais, il cui raccolto complessivo viene ora quantificato in 52,7 milioni di tonnellate, contro i 57,2 milioni stimati in precedenza, e resta ben lontano dai 57,4 milioni della scorsa stagione, e la colza, per la quale nell'area UE-27+Regno Unito si prospettano 21,2 milioni di tonnellate, rispetto ai 21,5 milioni indicati in precedenza e ai 21,4 milioni raccolti l'anno passato. La Francia, primo produttore agricolo dell'Ue, ha vissuto l'estate più calda degli ultimi vent'anni e vede il mais al minimo storico, il 28% sotto la media secondo il JRC (Joint Research Centre), e per Agreste, il servizio statistico del ministero dell'Agricoltura, la produzione nazionale scende del 42% a 8,1 milioni di tonnellate, il livello più basso dal 1980.

Gli avvisi di disponibilità ridotta nei supermercati d'Italia

Negli ultimi giorni l'attenzione si è spostata sugli scaffali. Esselunga ha esposto un avviso sulla disponibilità temporaneamente ridotta di alcuni prodotti ortofrutticoli e cartelli simili sono stati segnalati da Carrefour, Conad, Pam e Tigre. Confcooperative, che il 18 settembre ha partecipato a Parigi alla riunione europea dei produttori di quarta gamma, ha spiegato in un comunicato che, per quanto riguarda le insalate in busta, ci vorrà ancora un mese per vederle tornare a pieno regime sugli scaffali dei supermercati.

Infatti, secondo l’associazione, “il caldo record di quest’anno ha bruciato intere coltivazioni e se per le insalate in pieno campo la stagione è ormai compromessa, con perdite fino al 40%, per i prodotti coltivati in serra ci vorrà un mese per tornare ai quantitativi standard”. I prodotti che scarseggiano, oltre all’insalata in busta, sono melanzane, pomodori, peperoni e carote. Si tratta di prodotti che, quando mancano sui banchi locali, finiscono per essere importati, come nel caso dei pomodori. Come spiega Gianni Tapinassi, presidente del Mercafir di Firenze, possono arrivare dall'Olanda, ma a un prezzo che sale sensibilmente lungo la filiera, “4 euro al chilo per i grossisti, 7 o 8 euro sullo scaffale”.

Quanto cresce il carrello della spesa: i dati Istat sui prezzi

Secondo l’Istat, ad agosto i prezzi degli alimentari non lavorati sono saliti del 3,8% su base annua, trainati dagli ortaggi che passano da +2,6% a +4,0%, mentre la frutta ha ampliato la flessione a -1,7%. Il cosiddetto carrello della spesa cresce dello 0,9%, mentre l'inflazione generale è al 3,3% spinta soprattutto dagli energetici. A livello globale l'indice FAO dei prezzi alimentari è arrivato ad agosto a 133,3 punti, in rialzo dell'1,9% su luglio e del 2,5% sull'anno, il livello più alto dalla fine del 2022. La FAO attribuisce l'aumento dello zucchero, +11,9% in un mese, alle minori rese delle barbabietole in Europa e ai timori legati a El Niño in Asia, mentre il latte risente della siccità nell’Ue: ad agosto l'indice FAO dei prodotti lattiero-caseari è risalito a 119,2 punti (+2,3% su luglio, primo rialzo in quattro mesi), pur restando del 21,7% sotto i livelli di un anno fa.

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