
L’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. ha fissato nell’immaginario Pompei in un preciso momento della sua storia: quello della città romana sepolta sotto i depositi vulcanici. Ma i recenti scavi nell’Insula meridionalis (cioè la parte meridionale della zona archeologica) uno dei diversi quartieri della città, mostrano quanto questa immagine sia incompleta. Le indagini archeologiche hanno infatti restituito tracce di una frequentazione successiva all’eruzione, rimaste a lungo in secondo piano rispetto ai livelli del 79 d.C.: Pompei, quindi, potrebbe essere stata rioccupata, con tracce giunte persino fino al Rinascimento.
Il fenomeno è particolarmente evidente negli ambienti degli Horrea, gli orti, dove le ricerche hanno individuato due principali fasi di frequentazione post-eruttiva. La prima si colloca tra la fine del I e l’inizio del III secolo d.C., mentre la seconda appartiene alla tarda antichità, tra IV e V secolo. A quest’ultima fase appartengono gli ambienti 65 e 66, nei quali sono stati riconosciuti livelli caratterizzati da cumuli di cenere, interpretati come residui di focolari, un forno, e numerosi frammenti ceramici. Sono presenti ceramica comune e da fuoco e terra sigillata africana, testimonianza della circolazione di manufatti anche nella Pompei successiva all’eruzione.

Particolarmente significativo è un frammento di lucerna recante il monogramma cristiano Chi-Rho, attribuibile al V secolo. Il reperto costituisce una delle testimonianze della trasformazione del quadro culturale e religioso dell'area in età tardoantica. Le evidenze dell’Insula meridionalis permettono quindi di superare l’idea di una Pompei semplicemente abbandonata dopo il 79 d.C. La città distrutta continuò a essere frequentata e alcuni suoi spazi vennero nuovamente utilizzati, con modalità differenti rispetto alla precedente organizzazione urbana, con indizi che suggeriscono presenze databili anche al Rinascimento, tra il XV e il XVI secolo.

La ricerca pone inoltre un problema più generale legato alla storia degli scavi. Per lungo tempo l’archeologia pompeiana ha privilegiato il recupero della città sepolta dall’eruzione, concentrandosi sul livello del 79 d.C. In questo processo, le tracce delle fasi successive potevano essere rimosse o non riconosciute. Gli autori definiscono questa situazione attraverso il concetto di “inconscio archeologico”: un insieme di testimonianze che, pur conservate nel sottosuolo, sono rimaste ai margini della narrazione tradizionale di Pompei.

L’Insula meridionalis suggerisce così una prospettiva diversa. Pompei non è soltanto la città dell’eruzione, ma un luogo nel quale diverse fasi storiche si sono sovrapposte. Studiare anche ciò che accadde dopo il 79 d.C. significa restituire alla città una storia molto più lunga di quella racchiusa nell’immagine della catastrofe vesuviana.