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25 Settembre 2026
9:17

Perché l’Italia può tornare al nucleare dopo due referendum contrari: si potrà votare di nuovo?

La legge delega sul nucleare ha scatenato una nuova bagarre politica. Non è la prima volta che in Italia si discute di energia nucleare: già due volte i cittadini sono stati chiamati a esprimersi mediante referendum. E anche oggi il ritorno del nucleare non è sicuro.

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Perché l’Italia può tornare al nucleare dopo due referendum contrari: si potrà votare di nuovo?
Copertina referendum 2011

Il popolo italiano in due referendum si è espresso contro la produzione di energia nucleare, una volta nel 1987 e una volta nel 2011. In entrambi i casi, il voto è stato condizionato da gravi incidenti nucleari avvenuti nei mesi precedenti: quelli di Chernobyl e di Fukushima. Più specificamente, il referendum del 2011 fu indetto perché il governo Berlusconi aveva emanato alcune leggi per consentire il ritorno del nucleare. I cittadini si espressero in maniera netta contro questa proposta, mettendo di fatto fine al programma.

Tuttavia, i referendum hanno abolito alcune specifiche norme ma, dal punto di vista giuridico, non hanno stabilito un divieto di produzione di energia nucleare (né, in base alla Costituzione, potrebbero farlo). Per tale ragione, oggi il governo può decretare la costruzione di nuove centrali. Ci sarà dunque una nuova battaglia politica e, forse, anche nuovi referendum.

Il referendum del 1987 all’indomani di Chernobyl

Nel 1987, all’indomani del disastro di Chernobyl, gli italiani furono chiamati a esprimersi su tre quesiti referendari riguardanti la politica nucleare. All’epoca nel Paese erano attive quattro centrali. Il referendum non era un voto sulla loro chiusura, ma riguardava alcune norme specifiche relative alla localizzazione degli impianti, alle attività dell’Enel e ai contributi agli enti locali. Dal punto di vista politico, però, il voto era percepito come una scelta a favore o contro il nucleare.

Il reattore di Chernobyl dopo l'esplosione
Il reattore di Chernobyl dopo l'esplosione

I quesiti, che si associarono ad altri due referendum su materie diverse, raggiunsero facilmente il quorum (nessun partito all’epoca sostenne l’astensione) e i "sì" vinsero con percentuali molto nette, tra il 70 e l’80%. Le norme in questione furono abrogate e l’esito dei referendum contribuì a mettere fine al programma nucleare italiano, portando alla progressiva chiusura degli impianti esistenti.  L’ultima centrale è stata spenta nel 1990.

Al secondo referendum nel 2011, il disastro di Fukushima

Tra il 2008 e il 2010 il governo Berlusconi avviò un nuovo programma per la produzione di energia nucleare. Movimenti e partiti di opposizione raccolsero le firme per indire un referendum abrogativo. Particolarmente importante fu il ruolo dell’Italia dei Valori, il partito di Antonio Di Pietro, che si schierò in maniera decisa contro le nuove norme.

Nel marzo del 2011, dopo che le firme erano state depositate e la Corte costituzionale aveva già approvato il referendum, avvenne il disastro di Fukushima, il più grave incidente nucleare dopo Chernobyl, che condizionò fortemente l’opinione pubblica. In virtù di questo, il governo rivide la sua posizione e il 31 marzo decretò una moratoria sulla costruzione di nuove centrali, cercando di prendere tempo e di impedire che il referendum si tenesse.

Contaminazione radioattiva presso la centrale di Fukushima (US. Department of Energy)
Contaminazione radioattiva presso la centrale di Fukushima (US. Department of Energy)

La consultazione, però, si svolse lo stesso: la Cassazione trasferì il quesito sulle nuove disposizioni, cioè stabilì che si sarebbe votato proprio su alcuni articoli del decreto del 31 marzo, ritenendo che la questione sostanziale rimanesse quella del ritorno al nucleare. Il quesito, più specificamente, chiedeva agli elettori di abrogare le disposizioni che consentivano di includere l’energia atomica nella strategia energetica nazionale e di procedere alla realizzazione di nuove centrali.

Ebbe perciò inizio la campagna elettorale. La consultazione, prevista il 12 e 13 a giugno, includeva anche due referendum sull’acqua pubblica e uno sul legittimo impedimento nei processi. Il “sì” (cioè l’abrogazione delle norme emanate dal governo) era sostenuto dai partiti e movimenti di opposizione, tra cui Partito Democratico, Italia dei Valori e varie forze ambientaliste, mentre le forze della maggioranza di centrodestra proponevano l’astensione. Nella sostanza, chi era contrario al governo Berlusconi era schierato per il "sì" (tanto sul nucleare, quanto sugli altri quesiti), chi invece lo sosteneva invitava gli elettori ad astenersi per far fallire i referendum.

Infatti, essendo un referendum abrogativo, era previsto il quorum: perché il risultato fosse valido era necessario che votasse almeno il 50% più uno degli aventi diritto. La partita si giocava su questo, perché era scontato che, se il referendum fosse stato valido, i “sì” avrebbero vinto.

L’esito del voto fu molto chiaro: il quorum fu superato con un’affluenza del 54,8%. Tra i votanti, il 94% votò a favore. Il quesito fu quindi approvato, determinando l’abrogazione delle norme che aprivano la strada al ritorno del nucleare e mettendo così fine al programma.

Il voto del 2011 (Wikimedia Commons)
Il voto del 2011 (Wikimedia Commons)

Dal punto di vista politico, l’esito del voto indebolì significativamente il governo Berlusconi, che in novembre fu sostituito da un altro esecutivo.

Perché, se i cittadini hanno detto no, il Parlamento può proporre nuovamente il nucleare?

I referendum del 1987 e del 2011 non hanno vietato la produzione di energia nucleare in Italia, ma hanno solo abrogato delle norme specifiche. Infatti, un referendum abrogativo, come previsto dall’articolo 75 della Costituzione, può cancellare una legge, ma non può stabilire divieti assoluti.

Ovviamente, un referendum ha un peso politico significativo: se la popolazione ha espresso in maniera netta la sua posizione sul nucleare, i partiti e la classe dirigente non possono non tenerne conto. Per questo sono passati 15 anni dall'ultimo referendum prima che il governo proponesse di nuovo il ritorno al nucleare. Questo non significa che i referendum abbiano una “data di scadenza”, ma con il passare del tempo le forze politiche favorevoli possono ipotizzare (o almeno sperare) che la volontà popolare sia cambiata.

La centrale nucleare E. Fermi di Trino (VC), l'ultima a essere spenta (Wikimedia Commons)
La centrale nucleare E. Fermi di Trino (VC), l'ultima a essere spenta (Wikimedia Commons)

Ritorno al nucleare: si potrà fare un nuovo referendum?

In base alla Costituzione, ogni legge o atto di legge può essere sottoposto a referendum popolare, con le sole eccezioni delle norme tributarie e di bilancio, della ratifica dei trattati internazionali e delle leggi su amnistia e indulto.

Teoricamente, già la legge delega sul nucleare approvata dal Parlamento potrebbe essere oggetto di referendum; con maggiore probabilità, lo saranno i decreti legislativi che emanerà il governo sulla base della legge delega. È quindi possibile che gli italiani saranno chiamati per la terza volta a decidere sulla produzione di energia nucleare.

Va anche considerato che l’apertura delle prime centrali non potrebbe avvenire prima del 2033-2034 e fino ad allora gli equilibri politici possono mutare: ci saranno almeno due elezioni legislative (2027 e 2032) e certamente nuovi governi. Di conseguenza, se andassero al potere forze politiche contrarie al nucleare (come al momento sono pressoché tutte quelle del “campo largo”), potrebbero impedire la costruzione delle centrali.

Insomma, al momento il ritorno dell’energia nucleare in Italia è tutt’altro che certo.

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