0 risultati
video suggerito
video suggerito
15 Ottobre 2026
12:30

Il ritorno al nucleare renderebbe l’Italia meno dipendente dal gas estero?

Oggi 15 ottobre entra in vigore la legge delega per il nucleare: dal gas metano all’uranio, confrontiamo le filiere di approvvigionamento per capire se e come il nucleare potrebbe rafforzare la sicurezza energetica italiana. Perché funzioni, occorre diversificare i fornitori lungo tutta la catena, dalla miniera alla centrale.

Ti piace questo contenuto?
Il ritorno al nucleare renderebbe l’Italia meno dipendente dal gas estero?
nucleare italia

Se l’Italia producesse una parte dell'elettricità con il nucleare, sarebbe meno dipendente dall'estero? È una domanda che sorge spontanea soprattutto oggi, 15 ottobre, data in cui entra in vigore la legge delega che dà al Governo 12 mesi per definire le regole sul possibile ritorno dell’energia nucleare in Italia.

La risposta è che potremmo comprare meno gas e diversificare le nostre forniture, ma per capire quanto questo aumenterebbe la nostra sicurezza energetica occorre seguire il percorso dei combustibili: da dove arrivano, come vengono lavorati e per quanto tempo possiamo conservarli prima di utilizzarli.

Diversificare gli approvvigionamenti significa avere più possibilità per soddisfare lo stesso bisogno: con l’energia possiamo farlo utilizzando fonti diverse e scegliendo fornitori con filiere differenti.

La sicurezza dipende quindi dalle alternative disponibili, dalle loro filiere e dalle scorte che possiamo conservare. Del resto, anche una centrale nucleare ha bisogno di rifornimenti: a cambiare sono le quantità, i tempi e le infrastrutture necessarie.

Come arriva il gas naturale alle centrali

Una centrale a gas deve ricevere combustibile per continuare a produrre elettricità. Il gas può arrivare attraverso i metanodotti oppure via mare. Nel secondo caso viene raffreddato fino a diventare liquido, caricato su navi metaniere e riportato allo stato gassoso nei rigassificatori, prima di entrare nella rete. È la catena del gas naturale liquefatto, o GNL. Avere più gasdotti e rigassificatori permette di scegliere tra diverse provenienze. Gli stoccaggi aiutano a gestire la domanda e le interruzioni, ma devono essere riempiti di nuovo. La produzione elettrica rimane quindi collegata alla disponibilità di flussi consistenti di combustibile e delle infrastrutture che li trasportano. Se una parte dell’elettricità venisse prodotta senza bruciare gas, diminuirebbe il combustibile necessario per quelle centrali. Resterebbe naturalmente il gas utilizzato negli altri settori: ridurne il consumo elettrico non elimina automaticamente quello impiegato nelle caldaie o nei processi industriali.

Immagine

Dal giacimento di uranio al combustibile nucleare: come funziona la filiera

Come viene alimentata, invece, una centrale nucleare? Per i comuni reattori ad acqua leggera il percorso comincia dall’estrazione dell’uranio e dalla sua concentrazione. Seguono la conversione in una forma adatta alla lavorazione e l’arricchimento, che aumenta la percentuale di uranio-235, l’isotopo utilizzato per sostenere la reazione nel reattore. Il materiale viene poi trasformato in pastiglie ceramiche, inserite in barre e riunite negli assemblaggi che verranno caricati nella centrale. Dopo l’utilizzo, il combustibile esaurito deve essere gestito e conservato in sicurezza; alcuni cicli prevedono anche il riprocessamento per recuperare materiali riutilizzabili. Il Paese che estrae l’uranio, quindi, non deve necessariamente essere quello che lo arricchisce o fabbrica il combustibile. Sono attività distinte. Comprare uranio da una miniera affidabile è solo il primo passaggio: occorre assicurarsi che anche gli altri siano disponibili.

Immagine

A fare la differenza sono anche le scorte. Il nucleare concentra molta energia in poco combustibile. Questo rende possibile preparare rifornimenti per più cicli di funzionamento, con una logistica diversa da quella necessaria per alimentare continuamente una centrale a gas. Un dato concreto arriva dall’Agenzia di approvvigionamento dell’Euratom: alla fine del 2025, le scorte possedute dalle utility europee equivalevano mediamente a oltre tre ricariche. Comprendevano però uranio in diverse fasi di lavorazione, anche presso impianti esterni all’Unione. Non erano tutte barre pronte da inserire nei reattori. Per capire il vantaggio, immaginiamo un’interruzione delle forniture. Avere già disponibile il combustibile necessario alle ricariche successive dà tempo per cercare alternative. Se invece possediamo soltanto uranio ancora da lavorare, dobbiamo poter contare sugli impianti che lo trasformeranno. La sicurezza dipende dunque sia dalla quantità conservata sia dallo stato in cui si trova.

Da quali Paesi dipendono le forniture italiane?

Le risorse di uranio sono distribuite in diversi Paesi, tra cui Canada e Australia. L’estrazione effettiva, però, è concentrata: nei dati utilizzati dal rapporto IEA del 2025, il Kazakistan rappresentava il 43% della produzione mondiale. Anche l’arricchimento faceva capo a pochi fornitori. Esistono comunque filiere occidentali. Euratom indica fornitori europei, statunitensi e canadesi nella conversione. Nel 2025 circa il 72,9% dei servizi di arricchimento consegnati alle utility UE proveniva dall’Unione e il 22,6% dalla Russia. Per la fabbricazione, la maggior parte delle utility europee aveva accesso ad almeno due produttori alternativi (sono dati riferiti alle forniture europee, non all’intera capacità mondiale). La scelta del reattore conta perché il combustibile deve essere compatibile e qualificato per quella tecnologia. Alcuni progetti avanzati richiedono inoltre combustibili e lavorazioni la cui disponibilità industriale deve ancora crescere. Costruire una centrale significa quindi pianificare anche chi la rifornirà nel tempo. È un aspetto richiamato anche dallo studio pubblicato da Banca d’Italia nel 2025: alle minori importazioni di idrocarburi si affiancherebbe la necessità di importare tecnologia e combustibile nucleare. Per l’Italia, il vantaggio sarebbe rendere una parte della produzione elettrica meno esposta alle forniture di gas, scegliendo contemporaneamente partner affidabili per il nucleare. Servirebbero contratti, scorte e alternative industriali preparate in anticipo.

Reattori avanzati: produrre energia con materiali già disponibili in Europa

Alcuni reattori avanzati aprono una possibilità ulteriore. È il caso dei reattori veloci raffreddati a piombo progettati da newcleo, che prevedono l’impiego di MOX, una miscela di ossidi di uranio e plutonio. Il plutonio può essere recuperato dal combustibile esaurito di altri reattori e combinato con uranio impoverito già disponibile. Non tutti gli AMR utilizzano questo combustibile: dipende dal progetto.

L’uranio naturale contiene soprattutto uranio-238 e una piccola quota, circa lo 0,7%, di uranio-235: sono due forme dello stesso elemento, chiamate isotopi. Per preparare il combustibile dei comuni reattori ad acqua leggera si aumenta la percentuale di uranio-235 attraverso l’arricchimento. Il processo separa il materiale in due parti: una più ricca di uranio-235, destinata al combustibile, e una che ne contiene meno rispetto all’uranio naturale. Quest’ultima è l’uranio impoverito. Non significa che sia combustibile già consumato dentro una centrale: in questo caso è il materiale rimasto dalla lavorazione che precede l’utilizzo nel reattore. Per produrre MOX può essere mescolato, sotto forma di ossido, con il plutonio recuperato. Il plutonio fornisce la componente fissile necessaria al combustibile, permettendo di utilizzare queste scorte di uranio senza doverle prima arricchire. Quando si dice che questi impianti possono utilizzare le “scorie”, si parla quindi del recupero di materiali ancora utili contenuti nel combustibile esaurito. Non significa caricare direttamente nel reattore rifiuti indistinti: il materiale deve essere separato, trattato e trasformato in nuovo combustibile. Una parte resta comunque da gestire come rifiuto radioattivo. Che cosa cambierebbe quindi negli approvvigionamenti? Utilizzando plutonio recuperato e uranio impoverito si possono evitare nuova estrazione e arricchimento dell’uranio per quel combustibile. La catena diventa meno dipendente da questi passaggi esteri.

Una filiera basata su materiali già presenti e lavorati nell’Unione europea potrebbe quindi restare all’interno dell’UE. La Francia dispone già delle attività di riciclo di La Hague e di produzione MOX a Melox; newcleo progetta inoltre un proprio impianto francese, per il quale l’ASNR ha espresso nel luglio 2026 un parere favorevole sulle opzioni di sicurezza. È una fase preliminare, non l’autorizzazione definitiva né l’avvio della produzione. Per l’Italia significherebbe poter affiancare alla riduzione del gas una filiera europea alimentata anche da materiali nucleari già disponibili. Per realizzarla servono accordi sull’accesso ai materiali, capacità industriale e autorizzazioni: la presenza del combustibile esaurito, da sola, non garantisce una fornitura pronta. Il progetto offre però una prospettiva concreta da sviluppare per ridurre il ricorso a nuove materie prime importate.

Nucleare e gas a confronto: quanto cambiano le emissioni di CO₂?

Bruciare gas produce CO₂. Nel confronto ambientale bisogna però guardare anche a ciò che avviene prima e dopo la generazione: estrazione, trasporto, costruzione degli impianti e gestione del combustibile. Lo studio UNECE sulle tecnologie elettriche stima, negli scenari analizzati, circa 403-513 grammi di CO₂ equivalente per ogni kWh prodotto da un ciclo combinato a gas senza cattura della CO₂. Per il nucleare l’intervallo è 5,1-6,4 grammi. La CO₂ equivalente permette di esprimere con una misura comune l’effetto climatico dei diversi gas serra. Facciamo un esempio: sostituire effettivamente 10 TWh annui di elettricità da gas con altrettanta produzione nucleare eviterebbe circa 4-5 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente all’anno, applicando questi fattori. Il beneficio dipende quindi da quale produzione viene sostituita. Per ridurre le emissioni, il contributo del nucleare va valutato insieme alle rinnovabili e alla diminuzione effettiva dell’uso dei combustibili fossili.

Il nucleare può rendere l’Italia più indipendente dal punto di vista energetico?

Il nucleare potrebbe aiutare l’Italia a comprare meno gas e a disporre di una produzione a basse emissioni disponibile anche quando sole e vento non bastano. L’IEA riconosce questo contributo alla sicurezza del sistema elettrico e alla complementarità con le rinnovabili. La maggiore indipendenza prenderebbe forma attraverso una minore esposizione a un singolo combustibile e la possibilità di preparare scorte per più ricariche. Perché funzioni, occorre scegliere e diversificare i fornitori lungo tutta la catena, dalla miniera alla centrale. È su queste scelte, insieme alla capacità di realizzare gli impianti e integrarli nel sistema, che una quota nucleare potrebbe tradursi in maggiore sicurezza energetica e minori emissioni per l’Italia.

Sfondo autopromo
Cosa stai cercando?
api url views