
Tra le tracce della prima prova di Maturità 2026 è uscito anche un testo tratto dal volume del giornalista e divulgatore scientifico Piero Bianucci, Te lo dico con parole tue, pubblicato nel 2007. L'opera di Bianucci nasce come manuale di scrittura scientifica, ma parla anche di creatività, della capacità di osservare la realtà e del modo in cui le grandi scoperte riescono a cambiare il nostro punto di vista sul mondo.
Secondo il giornalista, imparare a scrivere e a raccontare la scienza significa anche imparare a comunicare meglio qualsiasi argomento, dalla storia all'economia fino alla letteratura. E la scrittura non dovrebbe essere uno strumento riservato a pochi esperti, o un modo per fare sfoggio delle proprie competenze, bensì uno strumento per rendere il sapere accessibile a tutti, trasformando un'informazione complessa in qualcosa in grado di emozionarci.
Da Direttore editoriale di Geopop, un progetto che nasce con l'ambizione di raccontare a quante più persone possibili scienza e cultura in modo accessibile, mi sembra giusto fare una riflessione a riguardo di un tema così importante oggi da arrivare nelle scuole e addirittura all'interno di una prova di Maturità.
Io ho scoperto la scrittura tardi. Non sono cresciuto pensando: “Da grande scriverò”. Non l’ho vissuta, almeno all’inizio, come uno strumento centrale del mio lavoro. Eppure oggi, se mi guardo indietro, mi rendo conto che la scrittura è probabilmente l’arte più importante che ho incontrato nel mio percorso. Oggi è il mio processo creativo per me più appagante: entra il caos, esce una direzione. Soprattutto, mi sono reso conto che la scrittura è il vero segreto della divulgazione.
Spesso si pensa che i video virali funzionino grazie alla parte visiva: immagini forti, montaggio, grafiche. Tutto questo conta, ma dietro un contenuto che funziona davvero c’è prima di tutto una scrittura progettata. Una scrittura che non serve solo a trasferire informazioni, ma a guidare l’attenzione, generare curiosità e costruire tensione narrativa. Non restiamo incollati a un video solo perché è bello da vedere, ma perché vogliamo sapere come va a finire.
Scrivere non è solo grammatica: è costruire un percorso. Significa decidere cosa rivelare, quando accelerare e come accompagnare chi guarda verso una risposta, facendolo sentire in grado di farla propria, finalmente.
Certo, la scrittura è qualcosa di tecnico, e ha le sue regole. Robert McKee, maestro di sceneggiatura, insegna che ogni storia ha bisogno di un conflitto. Nella divulgazione scientifica, questo conflitto raramente è una battaglia tra buoni e cattivi. Il conflitto è la distanza tra il prima e il dopo: tra ciò che non sappiamo e ciò che scopriremo, tra un meccanismo misterioso e la sua spiegazione.
Non basta spiegare bene un concetto o mostrare una bella immagine; bisogna prima far nascere una domanda e il desiderio di capirla. L'emozione vera nasce da quello che c'è dietro l'immagine: l'ideazione, l'attesa, la rivelazione. Quando la risposta arriva, succede qualcosa di bellissimo: proviamo appagamento. Capire ci fa stare bene perché ci fa compiere un piccolo viaggio, dal dubbio alla conoscenza.
Una buona storia di divulgazione fa esattamente questo: prende qualcosa che sembra distante, freddo o tecnico – come il funzionamento di una diga, l'affondamento del Titanic o la propagazione di un terremoto – e lo trasforma in qualcosa di umano. Perché la scienza non è mai solo una sequenza di dati, ma è fatta di tentativi, errori e intuizioni di persone che cercano di capire il mondo. La scienza è piena di storie e il nostro compito è trovarle, insieme alle parole giuste per trasmetterle.
Viviamo in un mondo dominato da algoritmi, intelligenza artificiale e formati veloci. La tecnologia accelera i processi, ma alla base di un racconto che funziona c’è una capacità profondamente umana: scegliere un punto di vista, costruire senso ed emozionare. Non con effetti speciali, ma muovendo qualcosa in chi ascolta, fino a fargli dire: "Adesso ho capito".