30 Luglio 2023
18:30

Storia delle riserve “indiane” negli Stati Uniti, i territori riservati ai nativi americani

Le riserve indiane sono i territori nei quali nell’Ottocento fu confinata la popolazione indigena degli Stati Uniti per lasciare spazio all’espansione dei colonizzatori europei. Oggi sono ancora abitate da una parte dei nativi americani.

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A cura di Erminio Fonzo
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Storia delle riserve “indiane” negli Stati Uniti, i territori riservati ai nativi americani
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Il 2% circa della popolazione degli Stati Uniti è composto da indigeni. Sebbene abbiano gli stessi diritti degli altri cittadini, una parte di loro vive nelle riserve, cioè porzioni di territorio semiautonome, nelle quali le condizioni di vita sono in media peggiori della media del Paese. Complessivamente, le 324 riserve federali degli Stati Uniti ospitano 700.000 persone.

Il sistema delle riserve fu creato nell’Ottocento per “fare spazio” alla popolazione europea colonizzatrice e provocò numerosi conflitti. Nel Novecento, quando gli indigeni non costituivano più un pericolo, il governo federale riconobbe loro il diritto di cittadinanza e avviò dei programmi per lo sviluppo dei territori nei quali risiedevano. Questi cambiamenti, però, non hanno risolto i problemi sociali ed economici che affliggono la popolazione nativa. 

Chi sono e quanti sono i nativi americani

I cosiddetti "indiani d’America" sono gli abitanti “originari” del territorio statunitense, cioè i discendenti delle popolazioni che vivevano in America prima dell’arrivo dei colonizzatori europei. I nativi riconosciuti come tali dal governo sono 5,2 milioni (inclusi quelli che hanno solo una parte di sangue indigeno), pari al 2% della popolazione statunitense, e vivono soprattutto negli Stati a ovest del fiume Mississippi.

Gli indigeni sono a tutti gli effetti cittadini degli Stati Uniti e in genere sono assimilati al modo di vivere statunitense, ma molti di loro conservano alcuni elementi delle tradizioni native. Una minoranza, inoltre, vive in specifici territori: le riserve.

Un uomo di etnia Navajo (credit Moyan Brenn)
Un uomo di etnia Navajo (credit Moyan Brenn)

Quante sono e dove si trovano le riserve indiane

Negli Stati Uniti esistono 324 riserve federali, di dimensioni molto variabili: le più piccole hanno un’estensione di pochi chilometri quadrati, mentre la più grande, la Riserva della Nazione Navajo, ne copre quasi 65.000. L’estensione complessiva delle riserve è di circa 227.000 km2, pari al 2,3% del territorio statunitense. Gli abitanti sono 700.000, meno del 15% della popolazione indigena totale. I nativi, infatti, non hanno nessun obbligo di risiedere nelle riserve.

Mappa delle riserve nei 48 Stati contigui (credit Presidentman)
Mappa delle riserve dei nativi americani negli Stati Uniti d’America (credit Presidentman)

Oltre alle riserve federali, esistono altre terre destinate agli indigeni, tra le quali le riserve istituite dai singoli Stati (non dal governo federale).

Come sono amministrate le riserve oggi

Le riserve godono oggi di autonomia in molti settori e sono governate da proprie istituzioni, che possono imporre tasse, emanare leggi ecc. In genere, nelle riserve vige un sistema democratico e gli amministratori sono eletti dagli abitanti, ma le istituzioni variano da caso a caso. L’autonomia, naturalmente, è limitata: le riserve non possono stringere relazioni internazionali, battere moneta e compiere altre azioni riservate al governo di Washington (è una condizione simile a quella degli Stati). Sul piano giudiziario, i territori indigeni dispongono di tribunali competenti per i reati di lieve entità, ma i crimini più gravi sono giudicati dalle corti federali.

Edifici governativi della riserva della nazione Osage (credit Jonathan Schilling)
Edifici governativi della riserva della nazione Osage (credit Jonathan Schilling)

Il governo di Washington, dal canto suo, dispone di un apposito ente per le questioni relative agli indigeni e alle riserve, il Bureau of Indian Affairs, mentre gli Stati non hanno alcuna competenza in materia, salvo casi particolari.

La difficili condizioni di vita nelle riserve

Le condizioni di vita sono peggiori rispetto alla media degli Stati Uniti. Per esempio, il tasso di povertà è pari a circa il 29%, contro il 15% della media americana. I problemi sociali sono numerosi. Molti abitanti non dispongono dell’assistenza sanitaria (che negli Stati Uniti non è pubblica e garantita a tutti, come da noi, ma è privata) o sono coperti solo in maniera parziale. Inoltre, l’abuso di alcool è frequente e il tasso di criminalità è elevato. Una delle principali fonti di entrata degli abitanti delle riserve sono i casinò, che attirano molti visitatori, ma non sono sufficienti a garantire a tutti condizioni di vita dignitose.

Perché e come sono nate le riserve

Per comprendere perché esistono le riserve, è necessario risalire agli albori della colonizzazione del Nord America. Quando gli europei sbarcarono negli attuali Stati Uniti, non si mescolarono con le popolazioni native, preferendo vivere in territori a sé stanti (a differenza di quanto avveniva in America Latina, dove la separazione fu meno netta).

Giochi degli indiani in un dipinto del 1835
Giochi degli indiani in un dipinto del 1835

Gli indigeni furono perciò allontanati da molte aree o tramite accordi o con la forza, subendo anche numerosi massacri. Quando gli Stati Uniti divennero indipendenti, nel 1783, iniziarono a espandere il loro territorio verso ovest e decisero di rimuovere la popolazione indiana per insediarvi i bianchi. Nel 1830 il Congresso approvò l’Indian Removal Act (Legge sulla rimozione degli indiani), che consentiva di deportare con la forza i nativi che vivevano nelle aree abitate dagli europei. Man mano che l’espansione degli Stati Uniti proseguiva, la porzione di territorio a disposizione degli indigeni diventava sempre più piccola, fino al punto che i colonizzatori occuparono l’intero Paese e confinarono i nativi in apposite riserve.

Le guerre indiane e la creazione delle riserve

Dopo la guerra di secessione del 1861-65, la politica di rimozione e ricollocamento degli indigeni fu accelerata e provocò numerosi conflitti. In questo contesto avvenne lo scontro armato più famoso, la battaglia del Little Bighorn del 1876, nella quale i Sioux sconfissero i soldati statunitensi.

La battaglia di Little Bighorn
La battaglia di Little Bighorn

Little Bighorn, però, fu una delle pochissime vittorie degli indigeni, che nulla potevano contro la superiorità tecnologica dei loro nemici. Perciò un numero sempre maggiore di nativi fu confinato nelle riserve che venivano mano a mano istituite. La giustificazione ideologica di tale scelta era il principio del “destino manifesto”, tuttora presente nella mentalità americana, secondo il quale gli Stati Uniti sono destinati a espandersi per diffondere la loro civiltà e il loro sistema politico-sociale. L’approccio verso i nativi, tuttavia, iniziò a cambiare nel 1887, quando fu introdotto il sistema delle assegnazioni individuali: invece di deportare intere tribù, il governo assegnava un pezzo di terra a una singola famiglia. Lo scopo di questa politica, che restò in vigore fino agli anni ’30, era favorire l’assimilazione degli indigeni, facendo scoprire loro il concetto di proprietà privata della terra.

La scoperta del Mississippi in un dipinto dell'Ottocento
La scoperta del Mississippi in un dipinto dell’Ottocento

I cambiamenti nel Novecento

All'inizio del Novecento gli indigeni erano ormai sconfitti e, poiché non rappresentavano più un pericolo, il governo intraprese una nuova politica. Nel 1924 fu loro conferita la cittadinanza statunitense e negli anni seguenti il governo federale iniziò a investire fondi per lo sviluppo dei territori dove risiedevano, inaugurando la politica che, con alcune modifiche, dura tuttora. Le tensioni, però, non sono del tutto venute meno, soprattutto a causa dei problemi socio-economici.

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